Sanzioni USA–Israele contro la Corte Penale Internazionale
PRO O CONTRO?
Il dibattito pubblico sulle sanzioni statunitensi – e sul sostegno politico israeliano a tali misure – contro la Corte Penale Internazionale (CPI/ICC) si colloca al crocevia tra diritto internazionale, politica estera, diplomazia e conflitti contemporanei.
Il principale riferimento è l’Executive Order 14203, firmato dal presidente Donald J. Trump il 6 febbraio 2025. Con questo atto, gli Stati Uniti dichiarano una “emergenza nazionale” legata a quelle che definiscono azioni “illegittime e infondate” della Corte nei confronti degli Stati Uniti e del “suo stretto alleato Israele”.
All’origine dello scontro vi sono decisioni specifiche adottate dalla Corte Penale Internazionale nell’ambito dell’indagine sulla situazione nei territori palestinesi. In particolare, nel novembre 2024, la Corte ha respinto le contestazioni presentate da Israele sulla propria giurisdizione e ha emesso mandati di arresto nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.
IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:
Le sanzioni difendono USA e Israele da una giurisdizione non accettata e da arresti/limitazioni imposti da Stati terzi.
Colpire giudici e procuratori per decisioni giudiziarie mette in discussione indipendenza e separazione tra diritto e politica.
Per i sostenitori, la CPI usa strumenti giudiziari per scopi politici: le sanzioni servono da deterrente immediato.
Ue e ONU temono che l’uso di sanzioni contro la CPI indebolisca l’architettura di giustizia penale internazionale.
Le sanzioni contro la CPI sono una difesa della sovranità
I sostenitori delle sanzioni interpretano la decisione degli Stati Uniti come un atto di autodifesa della propria sovranità. L’argomento centrale è che la Corte Penale Internazionale, pur essendo un tribunale previsto dallo Statuto di Roma, non dovrebbe esercitare poteri concreti – come indagare, incriminare o emettere mandati di arresto – nei confronti di cittadini e funzionari di Stati che non hanno aderito al trattato e non ne riconoscono la giurisdizione.
Questa posizione si è rafforzata dopo le decisioni adottate dalla Corte nel novembre 2024, quando, nell’ambito dell’indagine sulla situazione nei territori palestinesi, i giudici hanno respinto le obiezioni di Israele sulla mancanza di giurisdizione e autorizzato atti giudiziari nei confronti della leadership israeliana, tra cui i mandati di arresto per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant. Per i sostenitori delle sanzioni, questo passaggio rappresenta un superamento dei limiti della Corte, che avrebbe esteso la propria azione a uno Stato non aderente.
In questo contesto si colloca l’ordine esecutivo firmato dagli Stati Uniti nel febbraio 2025, che definisce le iniziative della Corte come una minaccia “straordinaria” alla sicurezza nazionale e alla politica estera. Il provvedimento introduce un sistema di sanzioni che consente di colpire individui coinvolti nelle attività della Corte nei confronti di cittadini statunitensi o di Paesi alleati.
Da questa prospettiva, le sanzioni non vengono presentate come un attacco generale alla giustizia internazionale, ma come una risposta mirata a comportamenti ritenuti illegittimi. L’ordine individua, infatti, una categoria di “persone protette” – che include cittadini e funzionari statunitensi e, in alcuni casi, di Paesi alleati – e prevede misure come il congelamento dei beni e restrizioni all’ingresso negli Stati Uniti per chi contribuisce, direttamente o indirettamente, a procedimenti giudiziari contro di loro senza il consenso dello Stato di appartenenza.
Le successive decisioni amministrative vengono citate dai sostenitori come prova concreta di questo approccio. Ad esempio, nel dicembre 2025, l’inserimento di due giudici della Corte nella lista delle persone sanzionate viene interpretato come l’applicazione coerente delle regole stabilite dall’ordine esecutivo.
Sul piano politico interno, questa linea è sostenuta anche dal Congresso. Nel gennaio 2025, lo Speaker della Camera Mike Johnson ha presentato una proposta di legge sulle sanzioni come una risposta condivisa tra i partiti, volta a difendere cittadini statunitensi e alleati – inclusi i leader israeliani – da iniziative giudiziarie considerate illegittime. In Israele, le stesse misure sono state accolte favorevolmente, e la Corte è stata descritta come un organismo politicizzato che utilizzerebbe il diritto come strumento di pressione (“lawfare”).
Questa posizione, dunque, riformula il dibattito in termini di limiti della giurisdizione internazionale: se la Corte interviene nei confronti di Stati che non hanno accettato la sua autorità, allora – secondo i sostenitori delle sanzioni – è legittimo che questi Stati reagiscano con strumenti di pressione economica e politica. L’idea di fondo è che il fatto di essere un tribunale internazionale non renda automaticamente legittime tutte le sue azioni, soprattutto quando coinvolgono Paesi che non ne riconoscono la competenza.
Nina Celli, 20 marzo 2026
Le sanzioni USA contro la CPI sono un’interferenza nella funzione giudicante
Chi si oppone alle sanzioni parte da un presupposto diverso: la Corte Penale Internazionale, in quanto tribunale, deve poter operare senza pressioni politiche, economiche o personali sui suoi giudici e procuratori. Colpire queste figure con sanzioni per decisioni adottate nell’esercizio delle loro funzioni viene quindi considerato un precedente problematico, perché rischia di compromettere la separazione tra giustizia e politica.
Questa posizione è stata espressa direttamente dalla Corte. In un comunicato del 18 dicembre 2025, le sanzioni statunitensi sono state definite un “attacco flagrante” alla sua indipendenza. L’argomento centrale è che, se giudici e procuratori possono essere puniti per aver applicato il Diritto, viene messo in discussione l’intero sistema della giustizia internazionale. Già nel febbraio 2025, la presidente della Corte, Tomoko Akane, aveva sottolineato che misure di questo tipo rischiano di indebolire la capacità dell’istituzione di operare “in tutte le situazioni”, e di colpire non solo la Corte, ma anche gli Stati che ne fanno parte e l’ordine internazionale fondato sul Diritto.
Critiche arrivano anche dalle Nazioni Unite. Il 26 gennaio 2026, la relatrice Speciale sull’indipendenza di giudici e avvocati, Margaret Satterthwaite, ha chiesto il ritiro delle sanzioni, sostenendo che esse colpiscono “il cuore” della giustizia internazionale. Secondo questa lettura, misure di questo tipo possono avere un effetto dissuasivo non solo sui magistrati, ma anche su vittime, testimoni e organizzazioni che collaborano con la Corte. Inoltre, il rischio di incorrere in sanzioni può scoraggiare ONG e altri soggetti dal fornire supporto o informazioni, con possibili conseguenze anche sul piano legale.
Anche l’Unione Europea si colloca su una posizione critica. In una dichiarazione del 24 agosto 2025, ha ribadito che la Corte rappresenta uno strumento fondamentale nella lotta contro l’impunità per i crimini più gravi, ha espresso rammarico per le sanzioni statunitensi e ha sottolineato la necessità che l’istituzione possa operare in modo indipendente e imparziale.
Nel contesto europeo, la questione è stata affrontata anche da giuristi e accademici. Un appello pubblicato il 16 dicembre 2025 sulla rivista “Sistema Penale”, firmato da oltre quattrocento esperti, sostiene che sanzionare giudici per le loro decisioni equivale a creare un clima di pressione che può incidere concretamente sul funzionamento della Corte. Il documento evidenzia inoltre possibili effetti indiretti, ad esempio sui servizi finanziari e digitali, data la forte interconnessione con sistemi statunitensi.
In questa prospettiva, il tema non viene letto come uno scontro politico tra Stati o come una questione legata a un singolo conflitto, ma come un problema più ampio: la capacità di un tribunale internazionale di operare in modo indipendente. Per i critici delle sanzioni, il rischio è duplice: da un lato indebolire uno dei principali strumenti di giustizia penale internazionale; dall’altro creare un precedente che altri Stati potrebbero seguire, esercitando pressioni simili su giudici e istituzioni giudiziarie quando le loro decisioni risultano sgradite.
Nina Celli, 20 marzo 2026
Le sanzioni sono un deterrente con la politicizzazione della giustizia
Un’altra argomentazione a favore delle sanzioni si concentra meno sul tema della sovranità e più sulla loro funzione pratica. In questa prospettiva, le misure adottate dagli Stati Uniti servirebbero a scoraggiare quello che viene definito un uso eccessivo o improprio del diritto (“overreach” o “lawfare”), cioè l’impiego di strumenti giuridici per finalità politiche. L’obiettivo, secondo i sostenitori, è evitare che si crei un precedente che possa essere esteso ad altri Stati e ad altri contesti internazionali.
Questa impostazione emerge chiaramente anche nelle dichiarazioni ufficiali. Il 18 dicembre 2025, il segretario di Stato Marco Rubio ha motivato le sanzioni contro due giudici della Corte sostenendo che gli Stati Uniti non intendono tollerare “abusi di potere” e che alcune iniziative della Corte sarebbero “politicizzate” nei confronti di Israele. In questa lettura, il problema non riguarda solo un singolo caso, ma il rischio che un tribunale internazionale possa incidere su equilibri politici più ampi. Da questo punto di vista, le sanzioni non hanno solo una funzione punitiva, ma anche un valore di segnale. Servono cioè a comunicare non solo ai funzionari della Corte, ma anche a tutti i soggetti che collaborano con essa – come organizzazioni non governative, consulenti o istituzioni finanziarie – che determinate forme di cooperazione possono avere conseguenze concrete. Le misure adottate nel dicembre 2025 mostrano anche un aspetto pratico: oltre all’inserimento dei nominativi nella lista delle persone sanzionate, è stata prevista una procedura per consentire la chiusura ordinata dei rapporti economici già in corso. Questo elemento viene interpretato come il segno di un sistema strutturato, pensato non solo per colpire, ma anche per gestire gli effetti economici delle sanzioni.
Il ragionamento favorevole si collega inoltre alla dimensione politica interna degli Stati Uniti. Nel gennaio 2025, lo speaker della Camera Mike Johnson ha presentato una proposta di legge sulle sanzioni come uno strumento per colpire la Corte o chi la sostiene nel perseguire cittadini statunitensi e alleati. Questo indica che, per i sostenitori, non si tratta di una misura isolata, ma di una linea politica più ampia e consolidata.
Anche Israele s’inserisce in questa stessa interpretazione. Le autorità israeliane hanno accolto positivamente le sanzioni, considerandole parte di una strategia per contrastare il cosiddetto “lawfare” e per contestare la legittimità della Corte nei confronti di Stati che non ne riconoscono la giurisdizione.
Non si mette in dubbio il ruolo della Corte come tribunale internazionale, ma quando le sue decisioni vengono percepite come eccedenti o politicizzate, le sanzioni possono rappresentare uno strumento intermedio di politica estera. Non si tratta quindi né di un intervento militare né di una rottura totale delle relazioni diplomatiche, ma di una misura di pressione economica e politica, visibile e incisiva, ma allo stesso tempo reversibile e modulabile nel tempo.
Nina Celli, 20 marzo 2026
Le sanzioni hanno effetti collaterali su compliance, cooperazione e multilateralismo
Una seconda argomentazione contraria alle sanzioni si concentra sui loro effetti indiretti, spesso meno visibili ma molto concreti. Nella pratica, le misure adottate dagli Stati Uniti tendono a produrre conseguenze anche al di fuori del territorio americano, coinvolgendo banche, piattaforme digitali e operatori economici di altri Paesi. Questo accade perché molti servizi finanziari e tecnologici sono collegati al sistema statunitense, e chiunque rischi di violare le regole sulle sanzioni preferisce evitare qualsiasi rapporto con i soggetti coinvolti.
Secondo diversi giuristi europei, questo meccanismo può avere effetti molto concreti. Le persone colpite dalle sanzioni possono incontrare difficoltà nell’utilizzare carte di pagamento, effettuare trasferimenti di denaro o accedere a servizi digitali essenziali. In un sistema fortemente interconnesso, le restrizioni non restano quindi circoscritte agli Stati Uniti, ma si estendono di fatto anche ad altri contesti.
Le organizzazioni per i diritti umani sollevano un’ulteriore critica. Secondo Human Rights First, l’uso delle sanzioni in questo caso rappresenta un impiego atipico di uno strumento che, di norma, è destinato a colpire violazioni gravi dei diritti umani o fenomeni di corruzione. Qui, invece, le misure colpiscono persone e soggetti legati alla ricerca di responsabilità per crimini internazionali, come difensori dei diritti, ONG, vittime e testimoni. Anche Amnesty International ha espresso preoccupazione, sostenendo che queste decisioni rischiano di indebolire il sistema della giustizia internazionale e di rendere più difficile perseguire i crimini più gravi.
Dal punto di vista europeo, il problema assume anche una dimensione tecnica e politica. Alcuni analisti sottolineano che l’Unione Europea potrebbe trovarsi di fronte a un dilemma: da un lato rispettare le sanzioni statunitensi per evitare conseguenze economiche, dall’altro continuare a sostenere e collaborare con la Corte Penale Internazionale. In questo contesto si inserisce il dibattito su possibili strumenti di protezione per operatori europei, pensati per limitare gli effetti delle sanzioni americane al di fuori dei loro confini.
Anche le Nazioni Unite hanno evidenziato i rischi legati a queste misure. Secondo questa lettura, la possibilità di incorrere in sanzioni o penalità può scoraggiare la cooperazione con la Corte, rendendo più difficile il lavoro di chi si occupa di giustizia, indagini e risarcimento delle vittime.
Il tema ha avuto ampia risonanza anche a livello mediatico internazionale. Alcune inchieste giornalistiche hanno mostrato come l’applicazione concreta delle sanzioni possa incidere direttamente sulla vita e sul lavoro delle persone coinvolte, sollevando interrogativi più ampi sul rapporto tra Stati Uniti e istituzioni multilaterali. Nel complesso, secondo i critici, questi effetti collaterali rischiano di produrre un risultato controintuitivo: non solo esercitare pressione sulla Corte, ma anche creare tensioni con Paesi alleati, aumentare l’incertezza per imprese e istituzioni e ridurre gli spazi di cooperazione internazionale nella lotta contro i crimini più gravi.
Nina Celli, 20 marzo 2026