Netanyahu sta costruendo la “Grande Israele”
PRO O CONTRO?
L’espressione “Grande Israele” (“Greater Israel”) viene usata nel dibattito pubblico per indicare l’idea che Israele possa estendere o consolidare il proprio controllo oltre i confini internazionalmente riconosciuti. Tuttavia, il termine è ambiguo e può riferirsi a concetti molto diversi tra loro. In particolare, può indicare:
(a) una posizione politico-nazionalista che punta al controllo stabile della Cisgiordania (West Bank) e di Gerusalemme Est; (b) un riferimento storico-religioso alla “Terra promessa”, usato soprattutto in chiave simbolica e identitaria; (c) interpretazioni più estreme — spesso presenti nella propaganda o nelle polemiche regionali — che evocano confini biblici molto ampi, “dal Nilo all’Eufrate”.
IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:
Le misure su registrazione terreni e poteri civili in Area C vengono lette come integrazione permanente della Cisgiordania.
La stessa formula indica cose diverse: da slogan identitario a massimalismi biblici, spesso sovrapposti.
Ai fatti sul terreno si sommano riferimenti identitari e religiosi che alimentano la lettura espansionista.
Analisi e cronaca indicano che l’opzione di annessione de jure resta politicamente costosa e contestata.
In Cisgiordania c’è un’annessione di fatto: si sta costruendo la “Grande Israele” per accumulo
L’argomento favorevole alla tesi “Netanyahu sta costruendo la Grande Israele” non presuppone necessariamente un annuncio formale di annessione o un piano ufficiale “dal Nilo all’Eufrate”. Nella sua versione più discussa e più verificabile, “Grande Israele” viene intesa come progetto cumulativo di consolidamento del controllo israeliano su parti decisive dei Territori Palestinesi Occupati – soprattutto la Cisgiordania – fino a rendere impraticabile un assetto politico alternativo (in primis la soluzione a due Stati) e a normalizzare, de facto, un unico spazio governato da Israele per ampie porzioni del territorio. In questa lettura, il focus non è la “Grande Israele” massimalista, ma l’insieme di scelte che spostano il sistema da “occupazione temporanea” a integrazione amministrativa stabile.
Le fonti più recenti indicano che le misure adottate nel febbraio 2026 sulla registrazione fondiaria in Area C hanno una doppia rilevanza: non sono semplici interventi tecnici, ma strumenti che possono incidere concretamente su proprietà, pianificazione territoriale e destinazione d’uso del suolo. In altre parole, si tratta di provvedimenti amministrativi con effetti potenzialmente strutturali sul controllo del territorio.
Secondo “Reuters”, ripresa da “Al Monitor”, la decisione del cabinet israeliano è stata interpretata come un rafforzamento del controllo israeliano sulla Cisgiordania, mentre la leadership palestinese ha reagito definendola apertamente una forma di “annessione di fatto”. “Peace Now” fornisce ulteriori dettagli operativi, evidenziando stanziamenti di bilancio, apertura di nuovi uffici e obiettivi specifici di registrazione dei terreni. Secondo questa ONG, tali procedure comportano un trasferimento progressivo della gestione del territorio da un’autorità militare a strutture civili israeliane, con il possibile effetto di facilitare la classificazione delle terre come “statali” e la loro successiva destinazione allo sviluppo degli insediamenti.
Anche l’organizzazione israeliana Bimkom sottolinea la portata giuridica e politica di queste misure. L’organizzazione evidenzia che la registrazione fondiaria non è un atto neutro: determinare in modo definitivo titoli di proprietà in un territorio occupato equivale, di fatto, a esercitare una funzione tipica della sovranità statale. Per questo motivo, Bimkom interpreta tali interventi come indicatori di annessione e come possibili strumenti di acquisizione territoriale (“land grab”), richiamando anche precedenti analoghi osservati a Gerusalemme Est.
Queste dinamiche vengono inserite, da diversi attori internazionali, in una cornice interpretativa più ampia. La Relatrice Speciale dell’OHCHR parla di una sequenza di passi incrementali verso un’annessione permanente, richiamando sia i principi del Diritto internazionale sia l’Opinione consultiva della Corte Internazionale di Giustizia del 2024 come riferimento normativo. Il rapporto dell’OHCHR del marzo 2026 rafforza questa lettura, collegando l’espansione degli insediamenti, il trasferimento di competenze dal livello militare a quello civile, la creazione di nuovi avamposti e le dinamiche di spostamento forzato delle popolazioni palestinesi. In questa prospettiva, le misure non appaiono isolate, ma parte di una traiettoria coerente e sistemica.
Amnesty International, a sua volta, interpreta gli sviluppi recenti come un’accelerazione significativa rispetto alle politiche precedenti (“turbocharged”), inserendoli in una continuità strategica volta a rendere irreversibile la trasformazione territoriale.
Alla luce di queste posizioni, la tesi favorevole (PRO) può essere formulata in modo esplicito: se con “Grande Israele” si intende un processo che mira a rendere stabile e irreversibile il controllo israeliano sulla Cisgiordania (e in parte su Gerusalemme Est), attraverso insediamenti, integrazione amministrativa e strumenti di gestione della proprietà e della pianificazione, allora le misure adottate e il trend descritto da ONG, analisti e organismi internazionali possono essere interpretati come una “costruzione” progressiva.
In questa prospettiva, non è necessario un atto formale di annessione (de jure). Il processo si realizzerebbe attraverso una logica di accumulazione di “fatti compiuti”: ogni intervento amministrativo consolida il controllo sul territorio, riduce i margini per future negoziazioni e aumenta i costi politici di un eventuale ritiro. Di conseguenza, la questione centrale non è l’esistenza di un piano esplicito denominato “Grande Israele”, ma se le politiche attuali funzionino, nei fatti, come un’infrastruttura di lungo periodo per un controllo territoriale sempre più esteso.
Nina Celli, 9 aprile 2026
“Grande Israele” è una categoria ambigua: rischia di confondere livelli diversi
La domanda se Netanyahu stia costruendo la “Grande Israele” tende spesso a confondere piani diversi – giuridico, politico, religioso e comunicativo – perdendo precisione analitica. Il termine “Grande Israele”, infatti, non indica un progetto univoco: può riferirsi a scenari molto diversi, come l’integrazione di Cisgiordania e Gaza, una visione identitaria di tipo religioso oppure, nella lettura più polemica, un’espansione regionale “dal Nilo all’Eufrate”. Parlare di una “costruzione” senza chiarire quale definizione si stia adottando rischia di semplificare eccessivamente il quadro, rendendo difficile distinguere tra politiche concrete e narrazioni simboliche.
Una parte rilevante del dibattito recente riguarda misure che rientrano nella sfera della governance e del Diritto amministrativo, come la registrazione dei terreni, il trasferimento di competenze e l’attività di enforcement. Secondo fonti come “Euronews”, i ministri israeliani presentano queste decisioni principalmente come strumenti tecnici: servirebbero a chiarire i diritti di proprietà, ridurre le controversie legali e rispondere a iniziative palestinesi ritenute illegittime in Area C. Una lettura simile emerge anche da “RTÉ”, che riporta la posizione del Ministero degli Esteri israeliano, descrivendo la misura come un processo “trasparente e approfondito” per definire i diritti legali.
Queste interpretazioni, dunque, non possono essere liquidate come semplice propaganda: indicano che, nel discorso pubblico israeliano e in parte anche in quello diplomatico, il linguaggio prevalente non è quello della “Grande Israele”, ma quello della gestione amministrativa, della certezza del diritto e della sicurezza.
Anche sul tema degli insediamenti e del progetto E1 emergono posizioni articolate. “Euronews” riporta esplicitamente che Israele sostiene la necessità di definire lo status degli insediamenti attraverso negoziati diretti e non tramite decisioni unilaterali. Allo stesso tempo, la stessa fonte dà conto delle critiche provenienti da governi europei. Questo punto è centrale: anche se alcune politiche possono ridurre lo spazio per una soluzione a due Stati, ciò non implica automaticamente l’esistenza di un progetto coerente e dichiarato di “Grande Israele” inteso come annessione totale o espansione regionale.
Un ulteriore elemento riguarda il ruolo della dimensione mediatica. Il caso dell’intervista tra Mike Huckabee e Tucker Carlson, spesso citato come prova del ritorno dell’idea di “Grande Israele” nel dibattito occidentale, riguarda in realtà un confronto di natura teologico-politica, sviluppato in un contesto mediatico statunitense. Fonti come “Axios” e la trascrizione del programma chiariscono che si tratta di un dibattito sul significato dei riferimenti biblici e sul “diritto originario”, non di una dichiarazione ufficiale del governo israeliano. Utilizzare questo episodio come prova di un piano geopolitico israeliano “dal Nilo all’Eufrate” rischia di trasformare una controversia retorica in una tesi generale non dimostrata.
L’espressione “Grande Israele” funziona spesso come una categoria polemica che aggrega fenomeni reali – come l’espansione degli insediamenti, l’ipotesi di annessione di fatto o la crisi della soluzione a due Stati – ma li interpreta come parti di un unico disegno coerente. Un’analisi più rigorosa dovrebbe invece distinguere tra: (1) le misure concrete adottate in Cisgiordania, che possono essere verificate empiricamente; (2) gli obiettivi politici delle diverse componenti della coalizione israeliana, che non sono necessariamente uniformi; (3) la retorica identitaria e religiosa; (4) il conflitto internazionale tra narrazioni. Separare questi livelli consente, secondo questa prospettiva, di evitare semplificazioni e di valutare il fenomeno con maggiore precisione.
Nina Celli, 9 aprile 2026
“Grande Israele” anima un immaginario politico che legittima i fatti sul terreno
Una seconda formulazione della tesi PRO non si concentra solo sulle politiche concrete, ma anche sul ruolo che un immaginario politico-religioso svolge nel legittimarle e nel renderle accettabili dal punto di vista comunicativo. In questa prospettiva, il concetto di “Grande Israele” non è soltanto un obiettivo territoriale, ma una cornice narrativa che collega diversi livelli: (a) le rivendicazioni identitarie legate alla “Terra d’Israele”; (b) gli obiettivi politici di consolidamento del controllo sulla Cisgiordania; (c) la progressiva delegittimazione dell’ipotesi di uno Stato palestinese; (d) alcune prese di posizione internazionali (in particolare negli Stati Uniti) che, anche in modo episodico, rafforzano questa visione sul piano retorico.
Un elemento spesso citato nel dibattito è un episodio dell’agosto 2025: in un’intervista a “i24”, ripresa da “The Times of Israel”, Benjamin Netanyahu afferma di sentirsi “molto” legato alla visione di “Greater Israel”, collocandola in un contesto di missione storica e spirituale. Sebbene non si tratti di una fonte recentissima, l’episodio è rilevante perché mostra che il concetto non viene utilizzato solo come accusa esterna, ma può essere assunto, almeno sul piano simbolico, anche dal leader israeliano.
Nel 2026, il tema è riemerso con forza anche a livello mediatico internazionale in seguito alla controversia legata all’intervista tra Mike Huckabee e Tucker Carlson. La trascrizione completa evidenzia un confronto sui confini biblici “dal Nilo all’Eufrate” e sulle possibili implicazioni politiche di tali riferimenti. Fonti come “Axios” ed “Euronews” documentano come queste dichiarazioni abbiano generato reazioni diplomatiche e alimentato preoccupazioni riguardo a possibili scenari di annessione o ridefinizione della sovranità. In parallelo, analisi come l’“explainer” di “Al Jazeera” mostrano come il concetto di “Greater Israel” funzioni da contenitore comunicativo, capace di collegare eventi diversi – dalle politiche in Cisgiordania alle percezioni regionali – in una narrazione coerente.
Sul piano concreto, il dibattito europeo si è riacceso anche attorno al progetto E1, che prevede circa 3.400 nuove unità abitative. Secondo fonti come “The Guardian” ed “Euronews”, questo piano viene interpretato da diversi attori internazionali come una minaccia alla continuità territoriale palestinese e, di conseguenza, alla soluzione a due Stati. Amnesty International inserisce E1 e, più in generale, l’espansione degli insediamenti in una strategia che, attraverso decisioni cumulative, renderebbe sempre più difficile – o di fatto impraticabile – la creazione di uno Stato palestinese.
Alla luce di questi elementi, la tesi PRO sostiene che il concetto di “Grande Israele” svolga oggi una funzione di collegamento tra ideologia e pratica amministrativa. Anche quando le politiche vengono presentate come tecniche o neutrali, il contesto simbolico e identitario in cui sono inserite può contribuire a reinterpretarle come parte di una missione storica più ampia, legata alla sovranità e alla permanenza sul territorio.
In questa prospettiva, “costruire la Grande Israele” non significa necessariamente proclamare un progetto esplicito o formalizzare un’annessione. Significa piuttosto normalizzare, nel discorso pubblico, l’idea che il controllo israeliano sulla Cisgiordania non sia temporaneo, ma rappresenti un elemento stabile e duraturo dell’assetto politico futuro.
Nina Celli, 9 aprile 2026
Netanyahu non può costruire la Grande Israele in senso pieno e lineare
Un’ulteriore tesi contro mette al centro il ruolo dei vincoli politici e internazionali. Anche se esistono tendenze di rafforzamento del controllo territoriale in Cisgiordania, ciò non equivale automaticamente alla costruzione della Grande Israele come progetto coerente, sistematico e irreversibile. In questa prospettiva, la politica israeliana, inclusa quella di Netanyahu, è fortemente condizionata da fattori esterni: pressioni internazionali, equilibri regionali, costi diplomatici ed economici e, soprattutto, dal rapporto strategico con gli Stati Uniti.
Questa tesi riconosce che le misure adottate in Cisgiordania sono oggetto di critiche e possono avere effetti rilevanti sul terreno. Tuttavia, sostiene che interpretarle come parte di un piano unitario rischia di sottovalutare la natura spesso reattiva, opportunistica e frammentata delle decisioni politiche. Più che seguire una strategia lineare, tali decisioni sarebbero il risultato di compromessi interni alla coalizione di governo e di adattamenti a contesti in continua evoluzione.
Le fonti mostrano infatti che anche analisi critiche inseriscono le dinamiche attuali in un quadro di relazioni complesse con gli Stati Uniti. Il Washington Institute evidenzia possibili tensioni tra politiche israeliane e obiettivi americani, come la stabilizzazione regionale e i processi di normalizzazione con i Paesi arabi. L’articolo sottolinea inoltre che l’amministrazione statunitense avrebbe espresso opposizione a misure percepite come passi verso l’annessione, pur con un livello variabile di pressione. In modo analogo, “Internazionale” (citando “AFP”) riporta che Donald Trump avrebbe più volte dichiarato di non voler permettere un’annessione della Cisgiordania. Questo suggerisce che un’eventuale annessione formale (de jure) resti politicamente ostacolata.
Da questa prospettiva emerge una dinamica di “spinta e freno”: da un lato, alcune componenti della politica israeliana spingono verso un rafforzamento del controllo territoriale; dall’altro, i vincoli internazionali e le relazioni strategiche limitano la possibilità di trasformare queste spinte in un progetto esplicito e formalizzato di annessione.
Anche sul piano storico-politico, la traiettoria di Netanyahu non appare lineare. Il discorso di Bar-Ilan del 2009 viene spesso richiamato come un momento in cui il leader israeliano articolò una posizione che, almeno formalmente, non coincideva con un’espansione territoriale illimitata, ma con una possibile soluzione negoziata, seppur condizionata. Sebbene il contesto del 2009 sia diverso da quello del 2026, alcuni utilizzano questo elemento per sostenere che l’idea di un progetto coerente e continuo chiamato “Grande Israele” semplifica una carriera politica caratterizzata da adattamenti, oscillazioni e compromessi.
Infine, il quadro giuridico internazionale rappresenta un ulteriore limite strutturale. Risoluzioni come la UNSC 2334 e l’Opinione consultiva della Corte Internazionale di Giustizia del 2024 sono frequentemente invocate per contestare la legalità degli insediamenti e di eventuali annessioni. Tuttavia, proprio l’esistenza di questo quadro implica che un’eventuale “costruzione” della Grande Israele in senso pieno comporterebbe costi reputazionali elevati e possibili conseguenze nelle relazioni internazionali.
Il dibattito europeo sul progetto E1, riportato da fonti come “The Guardian” ed “Euronews”, conferma che la questione resta oggetto di pressione diplomatica e di negoziazione politica. Questo indica che non si tratta di un processo concluso o universalmente riconosciuto, ma di una dinamica ancora aperta e contestata.
Dunque, parlare di “Netanyahu che costruisce la Grande Israele” può dare l’impressione di un processo unitario e inevitabile. Le fonti più recenti mostrano invece una realtà più complessa: un insieme di politiche controverse, sottoposte a vincoli esterni e interpretate in modo divergente. Alcuni le leggono come passi verso un’annessione di fatto progressiva; altri come misure di governance e sicurezza in un contesto in cui l’annessione formale rimane politicamente rischiosa e, almeno a livello dichiarativo, osteggiata.
Nina Celli, 9 aprile 2026