ICE (Immigration and Customs Enforcement)
FAVOREVOLE O CONTRARIO?
L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) è l’agenzia federale statunitense incaricata di applicare le leggi sull’immigrazione e contrastare i reati transnazionali. Nata nel 2003 all’interno del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) dopo l’11 settembre, l’ICE oggi conta circa 20–22 mila agenti, articolati in due rami: Enforcement and Removal Operations (ERO), responsabile delle operazioni di arresto, detenzione ed espulsione degli immigrati irregolari, e Homeland Security Investigations (HSI), che indaga su traffici di droga e armi, tratta di esseri umani, pedopornografia, frodi finanziarie, terrorismo e altri crimini internazionali. Negli anni iniziali l’ICE concentrava l’azione su immigrati clandestini con precedenti penali gravi o legami con il terrorismo, ma le sue attività si sono ampliate: l’amministrazione Trump in particolare ha adottato una linea di tolleranza zero verso l’immigrazione illegale tout court, potenziando enormemente l’ICE come strumento per attuare la stretta migratoria.
IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:
Arresti mirati di assassini, stupratori, gang e terroristi rendono le città più sicure. L’agenzia rimuove immigrati violenti che minacciano i cittadini.
Agenti ICE mascherati che sparano a civili e irrompono senza mandato violano diritti costituzionali. Le operazioni anti-migranti sono condotte con violenza e opacità.
L’applicazione rigorosa delle leggi (retate e rimpatri di massa) dissuade gli ingressi clandestini e riafferma il principio di legalità alle frontiere.
La maggioranza dei fermati non ha commesso reati se non l’irregolarità amministrativa. Le retate spezzano nuclei familiari, separando bambini dai genitori.
Abolire o limitare l’ICE significherebbe lasciare gang e trafficanti in libertà. Anche molti Democratici preferiscono riformare l’agenzia, non eliminarla.
Nei centri ICE vigono condizioni degradanti. Nel 2025 i decessi in custodia sono stati record, segno di un sistema di detenzione insostenibile e letale.
ICE difende la sicurezza pubblica dagli elementi criminali
L’ICE viene dipinta dai sostenitori come un baluardo indispensabile per proteggere la società da individui pericolosi che si nascondono tra la popolazione immigrata. La missione primaria dell’agenzia – arrestare e rimuovere immigrati criminali – garantirebbe un beneficio diretto alla sicurezza delle comunità. I dati diffusi dal Dipartimento della Sicurezza Interna evidenziano che circa “il 70% degli arresti ICE” riguardano immigrati irregolari con precedenti o accuse penali negli Stati Uniti. Nei comunicati ufficiali si enfatizza la rimozione di “pedofili, assassini, gang, terroristi” grazie all’ICE, come ha dichiarato l’assistente segretaria DHS Tricia McLaughlin nel celebrare un anno di risultati record. Gli esempi concreti abbondano: cellule di MS-13 smantellate, un “signore della droga” straniero responsabile di decine di omicidi arrestato in Florida, stupratori seriali di minori individuati e consegnati alla giustizia. In Colorado, l’ICE ha potuto catturare criminali violenti (da ricercati per omicidio a trafficanti di esseri umani) che altrimenti sarebbero rimasti in libertà a causa delle leggi sanctuary locali. Secondo Trump e i Repubblicani, senza l’azione decisa dell’ICE molte città USA sperimenterebbero ondate di crimine: essi attribuiscono alla stretta anti-immigrati il merito di aver ridotto i reati in zone problematiche, accusando invece i Democratici di lassismo e di aver lasciato “milioni di criminali illegali, inclusi assassini, stupratori, rapitori, spacciatori e terroristi” entrare nel Paese durante gli anni di Biden. Figura simbolo di questa posizione è l’ex direttore ad interim dell’ICE Tom Homan, spesso definito lo “zar” dell’immigrazione dura. Homan e altri esponenti di forze dell’ordine lodano gli agenti ICE come “coraggiosi eroi” che “mettono a rischio la vita per rendere più sicure le nostre comunità”. Il Congresso a maggioranza repubblicana nel 2025 ha varato il più grande stanziamento di sempre a supporto dell’ICE – 75 miliardi di dollari in vari anni – proprio per ampliare il personale e fornire tutti gli strumenti tecnologici e legali necessari a “difendere la nazione”. Questo investimento, rivendica il senatore Chuck Grassley, ha già prodotto risultati tangibili: oltre 150.000 immigrati con condanne penali sono stati arrestati dall’ICE nel solo ultimo anno negli Stati a guida repubblicana, “senza proteste o caos”, segno – secondo i favorevoli – dell’utilità dell’agenzia quando opera con il pieno sostegno politico e popolare.
Dal punto di vista preventivo, i sostenitori affermano che la prospettiva di essere individuati e rimpatriati dall’ICE ha un effetto deterrente sull’immigrazione illegale. La presenza attiva dell’agenzia dissuaderebbe ingressi clandestini e permanenze irregolari, scoraggiando chiunque con intenzioni criminali dal cercare rifugio negli USA. Come esempio si cita spesso il trend osservato nell’ultimo periodo: con l’arrivo di Trump e la sua politica di tolleranza zero, gli “ingressi illegali sono crollati” parallelamente all’incremento esponenziale degli arresti interni. Il messaggio sarebbe passato: chi non ha documenti, soprattutto se delinquente, non troverà più vita facile negli Stati Uniti. Addirittura, il DHS riferisce di 2 milioni di persone che nel 2025 avrebbero lasciato spontaneamente il Paese (“self-deportations”) per evitare le conseguenze della stretta, un fenomeno salutato come indice di successo delle misure restrittive. Così, secondo questa logica, l’ICE non solo rimuove i criminali presenti, ma contribuisce a impedire che nuovi entrino o restino, ripristinando la legalità su scala generale.
Per i fautori dell’ICE, abolire l’agenzia sarebbe un gravissimo errore. Essi sostengono che rinunciare a uno strumento di enforcement migratorio equivarrebbe a “aprire le frontiere” e “lasciare liberi criminali stranieri”, mettendo a repentaglio famiglie e comunità americane. Questa retorica è diventata un cavallo di battaglia repubblicano: la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha dichiarato che i Democratici che invocano “Abolish ICE” “non vogliono le nostre frontiere sicure né che i criminali illegali vengano rimossi”, volendo addirittura indebolire le forze di sicurezza federali incaricate di proteggere il pubblico. Anche moderati e indipendenti potrebbero concordare che un Paese debba comunque avere un’entità deputata a far rispettare le leggi sull’immigrazione. Molti esponenti democratici, pur critici verso gli eccessi, infatti, non propongono la cancellazione dell’ICE, preferendo discutere di riforme e maggiore responsabilità. “La domanda non è se l’ICE debba esistere, ma se debba seguire la legge ed essere tenuta a risponderne”, ha affermato ad esempio Lanae Erickson, vicepresidente del think tank Third Way, invitando i colleghi a non farsi intrappolare da slogan radicali come accadde con “Defund the Police”. Anche figure di sinistra che nel 2018 invocavano la chiusura dell’agenzia hanno cambiato approccio: oggi Alexandria Ocasio-Cortez preferisce insistere sul costo umano ed economico dell’ICE (finanziata a scapito di servizi sociali), definendo gli agenti “teppisti per strada che sparano a madri” ma senza ripetere espressamente “aboliamola”. Questa evoluzione indica che persino critici storici riconoscono come un certo livello di enforcement federale sia necessario, altrimenti i traffici di droga, armi e persone – che non conoscono confini – prolifererebbero indisturbati, e criminali stranieri potrebbero sfruttare zone franche. Insomma, il campo pro ICE sostiene che l’agenzia, pur perfettibile, svolge una funzione insostituibile: rimuove i “bad hombres” (per citare un termine caro a Trump) e lascia entrare o restare solo gli stranieri rispettosi delle leggi. In quest’ottica l’ICE è parte integrante dello stato di diritto e della sicurezza nazionale, liquidarla per alcune storture sarebbe sbagliato. Meglio sarebbe correggere gli abusi, ma mantenere e anzi supportare gli agenti affinché possano continuare a fare pulizia di chi rappresenta una minaccia reale.
Madeleine Maresca, 6 febbraio 2026
L’ICE agisce come una forza brutale che viola i diritti e semina terrore
Secondo i critici, l’ICE si è trasformata in una sorta di polizia parallela che opera con metodi inaccettabili in uno stato di diritto, violando diritti civili e umani fondamentali. Viene dipinta come un’agenzia fuori controllo – “una forza paramilitare”, l’ha definita una deputata – che ha progressivamente adottato tattiche degne di uno Stato autoritario più che di una democrazia liberale.
L’elenco delle prassi contestate è inquietante: agenti in abiti civili e passamontagna che piombano nei quartieri a bordo di SUV senza contrassegni, senza qualificarsi, spianando armi contro cittadini sgomenti; irruzioni in case private senza mandato (se giustificate come “controlli amministrativi” o addirittura come “visite di benessere” ai minori, salvo poi arrestare i genitori); pedinamenti e blitz in luoghi ritenuti sacri o off-limits dalle convenzioni (chiese durante funzioni religiose, tribunali, ospedali); arresti di persone che stanno esercitando diritti costituzionali, come manifestare o filmare la polizia. Quest’ultimo aspetto è emerso con forza nel 2026: l’arresto del noto giornalista Don Lemon e della reporter Georgia Fort per aver documentato proteste anti-ICE in una chiesa a St. Paul ha sollevato indignazione, poiché sembra configurare un’abusiva repressione della libertà di stampa. La stessa vicenda di Renee Good – attivista 37enne, uccisa da un colpo sparato da un agente ICE mentre era al volante a Minneapolis – è citata come prova di un approccio “licenza di uccidere” che ricorda scenari da paese autoritario. La Casa Bianca ha definito quell’episodio un atto eroico contro una terrorista interna, ma video e testimonianze indicano che Good non costituiva minaccia letale quando è stata freddata. Teresa Ribera, vicepresidente della Commissione UE, dopo aver visto le immagini shock di Minneapolis ha parlato apertamente di “violenza esercitata in modo anonimo contro bambini piccoli, donne e uomini”, dicendo: “Non voglio questo per il mio Paese”. Questa condanna internazionale riflette come le azioni ICE siano percepite: squadracce al servizio del potere, non come forze dell’ordine regolari.
Molti poliziotti e sceriffi locali condividono questa preoccupazione. Ad esempio, Gil Kerlikowske, già capo della polizia di Seattle e commissario CBP, ha dichiarato: “Queste tattiche non sono necessarie a svolgere il loro lavoro… Non potrei essere più deluso”, aggiungendo che agenti dell’immigrazione “non hanno né la formazione né l’esperienza per fare i poliziotti in ambiente urbano”. Altri esponenti delle forze dell’ordine hanno denunciato come l’ICE, agendo da sola e in segreto, eroda la fiducia tra cittadini e polizia. Il 911 di alcune città riceve chiamate terrorizzate di residenti che segnalano “uomini armati in tenuta tattica” – credendo si tratti di criminali – mentre invece sono operativi dell’ICE. La conflittualità con le autorità locali è sfociata in casi di tug-of-war: alcuni comuni hanno approvato ordinanze per impedire alle unità ICE di presentarsi senza notifiche e governatori come quella del New Jersey incoraggiano la cittadinanza a filmare e sorvegliare gli agenti ICE, come fossero una minaccia pubblica. Siamo a un livello di diffidenza tale che negli USA si sono formate vere reti di “cop-watching” anti-ICE, con volontari che monitorano i movimenti delle camionette e avvisano in tempo reale i quartieri dell’arrivo degli agenti. Questo clima ricorda più quello di certi regimi (dove i cittadini devono nascondersi dalla polizia segreta) che non di una democrazia occidentale.
Le accuse di violenze eccessive sono supportate da numerosi casi documentati: Third Way cita filmati di agenti ICE che impiegano chokehold (strozzamenti simili a quello che uccise George Floyd) e colpi di ginocchio al collo durante arresti di routine. Ci sono video di agenti che sprangano finestrini di auto e spruzzano spray urticante addosso a immigrati che gridano di essere in regola, salvo poi scoprire che erano davvero in regola. Oppure agenti in borghese che puntano armi da guerra sulla folla di vicini per disperderli, quando questi – allarmati – chiedono chi stia portando via un residente. In almeno 14 casi noti nel 2025 gli agenti ICE hanno aperto il fuoco in contesti di enforcement civile, uccidendo 2 persone (fra cui un cittadino USA disarmato) e ferendone altre. In nessuno di questi casi risulta che l’ICE abbia punito qualche responsabile. Anzi il DHS ha elogiato gli agenti per la “incredibile moderazione” mostrata, fatto che i critici interpretano come un via libera implicito a continuare su questa linea dura. La lettera di oltre 40 parlamentari a febbraio 2026 sintetizza bene la denuncia: “Gli agenti ICE hanno perso il controllo, usando una forza eccessiva e gratuita contro membri della comunità che esercitavano i loro diritti costituzionali”. Questa presa di posizione al massimo livello istituzionale (senatori e deputati) evidenzia che l’operato ICE non è più visto come normale polizia, bensì come violenza di Stato sui cittadini. Non a caso, nella stessa lettera si chiede un’indagine su “quante segnalazioni per uso eccessivo di forza da parte dell’ICE sono state ignorate dall’ispettore generale” e persino una statistica su quanti arresti ICE siano stati effettuati senza mandato giudiziario in questi anni: allusione al fatto che l’ICE procederebbe spesso per via amministrativa, senza quel controllo di un giudice che riduce gli abusi.
Per i detrattori, l’ICE ha assunto i connotati di una polizia parallela autoritaria: segretezza (spesso agenti in incognito, veicoli civili, operazioni non coordinate con la polizia locale), eccesso di forza, disprezzo delle regole procedurali, mirini puntati anche su gente innocua o su manifestanti. Si paragona la sua azione agli eccessi delle “unità anti-immigrati” di regimi passati. Il titolo di un commento ISPI – ICE, violenza di Stato? – riassume il concetto. E per molti la risposta è sì: l’ICE starebbe esercitando una violenza istituzionale sistematica, di cui gli immigrati sono le vittime dirette, ma che intacca in generale le libertà civili di tutti. Basta chiedere ai residenti di Minneapolis dopo gennaio 2026: molti americani nativi si sono uniti allo sciopero nazionale “Stop al terrore dell’ICE” per protestare contro la militarizzazione delle strade. La percezione è che l’ICE, più che proteggere, stia terrorizzando fasce della popolazione (immigrata e non).
Madeleine Maresca, 6 febbraio 2026
Servono fermezza e deterrenza per ristabilire la legalità all’interno e alle frontiere
Chi difende l’operato dell’ICE enfatizza l’importanza della “tolleranza zero” e del rigore nell’applicazione delle leggi migratorie, non solo per punire i trasgressori, ma anche per scoraggiare l’immigrazione clandestina futura. Se entrare o restare illegalmente negli Stati Uniti comporta un’alta probabilità di arresto e rimpatrio forzato, meno persone tenteranno l’impresa o vi persisteranno. Al contrario, politiche lassiste invierebbero un messaggio di via libera, attirando flussi incontrollati. Questo argomento è stato centrale nel confronto fra le amministrazioni Biden e Trump. Durante il governo Biden, con l’ICE vincolata da priorità restrittive (arrestare quasi solo chi rappresentava minaccia grave o aveva grossi precedenti), i repubblicani denunciavano un effetto calamita: secondo loro, l’atteggiamento “soft” aveva portato al record di 2-3 milioni di ingressi irregolari via confine in pochi anni. Al contrario, reintroducendo la paura della deportazione, Trump avrebbe abbattuto gli arrivi clandestini. Fonti conservative citano come prova il dato che nel 2025, anno del giro di vite, gli attraversamenti illegali siano diminuiti parallelamente all’aumento delle retate interne. Non a caso, una delle prime mosse di Trump (bis) è stata cancellare le linee guida “permissive” di Biden. Questo ha “spezzato con 26 anni di priorità di enforcement” per tornare a un approccio senza eccezioni. L’intento dichiarato è espellere in massa tutte le persone in stato irregolare, “migranti e richiedenti asilo compresi”, come spiegava un articolo del “Corriere della Sera”. Tale severità non distingue tra immigrato con o senza fedina penale: ogni presenza non autorizzata è di per sé una violazione che dev’essere sanata con l’uscita dal Paese. I sostenitori ritengono questo principio di uguaglianza davanti alla legge fondamentale per l’integrità del sistema: chi entra illegalmente non dovrebbe poter restare impunemente solo perché “non fa male a nessuno”, altrimenti si creerebbe un incentivo a ignorare le vie legali.
L’ICE, in quest’ottica, agisce anche da deterrente esemplare. Operazioni spettacolari come gli arresti di centinaia di immigrati in un sol colpo (ad esempio, i 243 fermati a Denver) fanno notizia e mandano un segnale sia all’interno che all’esterno dei confini. All’interno, segnalano agli stessi migranti irregolari che “nessuno è al sicuro”. Nemmeno chi vive da anni indisturbato può più contare sulle sanctuary cities o sull’inazione federale, poiché l’ICE verrà a cercarlo persino sul posto di lavoro o a casa. Questo spinge alcuni a “tirarsi fuori da soli” per evitare esiti peggiori. Il DHS afferma che nel primo anno di Trump oltre 2 milioni di immigrati hanno abbandonato volontariamente gli USA (self-deported) proprio per il timore dell’ICE, un numero enorme che – se confermato – suggerisce un potente effetto deterrente. All’esterno, invece, queste retate finiscono sui media internazionali e nelle comunità di origine, dissuadendo potenziali nuovi migranti. Si pensi ai paesi dell’America Centrale: nel 2018 immagini strazianti di bimbi separati e genitori deportati senza figli fecero il giro del mondo, convincendo molte famiglie a non intraprendere il viaggio a nord. Analogamente, nel 2025–26 i video di immigrati caricati sui bus dell’ICE in manette, o di retate nelle aziende agricole, possono servire come “spot” deterrente – per quanto duro – per chi sta considerando l’opzione di emigrare illegalmente. Come rivelano i documenti interni del 2018, all’epoca esponenti dell’amministrazione discutevano esplicitamente se la pubblicità negativa delle separazioni familiari avrebbe aiutato a “incutere paura” e quindi a ridurre i tentativi di ingresso. Ciò mostra come il fattore dissuasivo sia consapevolmente messo in conto dai fautori della linea dura.
Un altro aspetto legato alla deterrenza è quello delle collaborazioni locali. I pro-ICE criticano fortemente le giurisdizioni sanctuary (città o Stati che limitano la cooperazione con l’ICE), sostenendo che queste creino “zone franche” dove i criminali stranieri possono rifugiarsi. Esponenti come l’ex direttore ICE Homan accusano i sindaci sanctuary di “mettere la politica davanti alla sicurezza pubblica” e di costringere l’ICE a intervenire con operazioni più rischiose per catturare delinquenti che avrebbero potuto essere consegnati pacificamente dalle prigioni locali. In Colorado, ad esempio, la legge statale proibisce agli sceriffi di trattenere i detenuti oltre il termine per consegnarli all’ICE. Così, come evidenziato dall’operazione di Denver nel 2025, molti criminali con condanne per violenza domestica, droga o abusi su minori erano stati rilasciati e “direttamente restituiti alla comunità” – afferma l’ICE – costringendo gli agenti federali a inseguirli successivamente per le strade. Ciò, secondo i sostenitori, mette a rischio sia gli agenti che i civili (gli arresti sul campo sono più pericolosi) e dà un vantaggio ai criminali. Dunque, essi propongono di eliminare simili ostacoli giuridici (Trump nel 2025 ha incoraggiato leggi anti-sanctuary e persino prospettato sanzioni penali per gli amministratori che non collaborano) in modo che l’ICE possa agire come moltiplicatore di forza insieme alle polizie locali. Questa sinergia permetterebbe di aumentare la capacità di deterrenza complessiva: se ogni agente di polizia può segnalare e consegnare un immigrato clandestino all’ICE, la percezione per chi è senza documenti è di poter essere scoperto in qualsiasi momento – durante una multa stradale, un controllo di routine – e rapidamente avviato al rimpatrio.
I sostenitori respingono l’idea che le misure dure siano “disumane”, ribaltando la prospettiva: a loro avviso, permettere l’immigrazione illegale incontrollata sarebbe irresponsabile e disastroso, portando magari a più morti nei viaggi e allo sfruttamento di lavoratori in nero. Una presenza ICE robusta, invece, costringe tutti a passare per le vie legali di ingresso (richiedere visti, asilo ecc.), che – per quanto lente e selettive – sono il percorso corretto. Entrare illegalmente non deve essere un’opzione appetibile. Ecco perché la fermezza dell’ICE, pur con i suoi costi, sarebbe secondo questa tesi necessaria per difendere il principio di legalità e in ultima analisi per avere un sistema migratorio ordinato e sostenibile.
Madeleine Maresca, 6 febbraio 2026
L’ICE prende di mira persone non violente, distruggendo famiglie e comunità
Un’altra linea di critica fondamentale è che la retorica pro-ICE del “colpire i delinquenti” sia smentita dalla realtà: in verità l’agenzia cattura e deporta in maggioranza gente pacifica, senza reati e spesso con profonde radici familiari e lavorative negli USA. Questo ha conseguenze umane devastanti: famiglie spezzate, bambini traumatizzati, comunità intere che vivono nell’ansia e nel lutto sociale.
Le statistiche indipendenti sono preoccupanti. Il Cato Institute –un think tank libertario – ha analizzato i dati delle detenzioni ICE dopo l’avvento di Trump nel 2025: su oltre 204mila persone finite in custodia nei primi 8 mesi, 93% non aveva alcuna condanna per reati violenti; e addirittura 65% non aveva nessuna condanna penale. La maggior parte di quelli con qualche precedente, aggiunge “NBC San Diego” riportando il dato, aveva trasgressioni minori come infrazioni stradali o ingressi illegali ripetuti. Quindi i “criminali incalliti” rappresentano forse un decimo del totale detenuti. Anche la Berkeley Deportation Data Project conferma il trend: nei primi nove mesi del mandato Trump-2, circa 2/3 degli arrestati dall’ICE erano incensurati. Ciò non sorprende, poiché con l’eliminazione delle priorità di enforcement l’ICE è tornata a rastrellare indiscriminatamente. Le cosiddette “collateral arrests” (arresti collaterali di persone non specificamente ricercate) sono esplose: l’ICE entra in un’abitazione per un ricercato, e se vi trova altri immigrati senza status li arresta comunque. Secondo i dati Cato, a inizio 2025 l’ICE arrestava in media 32 immigrati senza precedenti al giorno; a metà 2025 il ritmo era salito a oltre 450 al giorno. Un aumento astronomico (+1300%) che indica come la “rete a strascico” dell’ICE stia intrappolando migliaia di persone che non rappresentano alcun pericolo pubblico.
Questo ha un impatto sociale allarmante. Molte delle persone prese di mira sono lavoratori, genitori, membri integrati della comunità. Non sono “fantasmi”: spesso hanno figli nati negli USA, case, chiese di appartenenza, contributi economici tangibili all’economia locale. Quando l’ICE li porta via, lascia famiglie distrutte. Un esempio commovente è quello di Genaro Carreto a San Diego: immigrato da lungo tempo, incensurato, stava portando a scuola i figli quando agenti ICE in borghese l’hanno fermato per strada. Lo hanno trascinato fuori dall’auto davanti agli occhi terrorizzati dei bambini e l’hanno detenuto; non gli hanno mai spiegato quale crimine avrebbe commesso, perché in realtà non ce n’era nessuno. La figlia di 10 anni, Sarita, ha poi scritto un discorso a scuola: “Migliaia di persone senza documenti vengono separate dalle famiglie ogni singolo giorno… Dicono: beh, sono criminali. Ma se fosse solo per criminali, allora perché li vanno a cercare mentre lavorano sotto il sole cocente?”. Nelle parole semplici di una bambina c’è la denuncia dell’ipocrisia: i papà che raccolgono fragole o fanno i muratori, e che poi spariscono deportati, non erano certo “pericolosi criminali”. Sarita conclude con una domanda angosciante: “Come posso concentrarmi a scuola sapendo che da un momento all’altro potrebbero deportare i miei genitori e la mia famiglia?”. Questo testimonia il clima di paura costante in cui vivono i bambini nelle famiglie migranti: la paura che mamma o papà la mattina non tornino più. Psicologi infantili e pediatri hanno ampiamente documentato il trauma che ciò genera: disturbi d’ansia, depressione, problemi di rendimento scolastico e un senso profondo di insicurezza esistenziale.
Il capitolo più buio riguarda le separazioni familiari forzate. Già nel 2018 la politica Zero Tolerance suscitò orrore: quasi 3.000 bimbi strappati ai genitori al confine, alcuni neonati o piccolissimi, portati in istituti migliaia di km lontano. Le immagini di gabbie piene di bambini in lacrime fecero il giro del mondo e costrinsero Trump a frenare. Ma ora organizzazioni come KIND denunciano una “Family Separation 2.0” in corso all’interno del Paese. L’ICE sta arrestando genitori presso tribunali, case e luoghi pubblici, lasciando minori soli. Molti di questi bambini finiscono in custodia ai servizi sociali, piangendo disperatamente il genitore detenuto o espulso. KIND riferisce casi di famiglie con bambini cittadini USA separate in loco: ad esempio, agenti ICE eseguono un controllo “di benessere” a casa di un minore non accompagnato (rilasciato a parenti), e poi arrestano gli zii/tutori senza status, portando il minore in un centro lontano. Questa pratica viene definita “incubo” e “nuova forma di separazione” da KIND, che avverte: “questi controlli spesso finiscono per lasciare i bambini più vulnerabili al traffico e allo sfruttamento, non meno”. Durante gli anni di Biden tali situazioni erano pressoché scomparse (il governo aveva evitato di tenere in detenzione famiglie con minori dal 2021); ora stanno ricomparendo, segno di un approccio draconiano che non risparmia neanche i più deboli.
I critici sottolineano anche che l’ICE non risparmia nemmeno persone con legami di lunga data e condotta impeccabile. Sono tantissimi i casi di espulsione di immigrati che vivevano in USA da decenni, arrivati magari da bambini e mai regolarizzati per motivi burocratici. Queste persone spesso hanno figli e nipoti cittadini, parlano meglio l’inglese dello spagnolo o altre lingue d’origine, e tuttavia vengono deportate in paesi che a malapena ricordano. Ogni volta la lacerazione familiare è enorme. “Migliaia ogni giorno”, diceva Sarita – forse un’iperbole infantile, ma non lontana dalla verità: nel 2025 l’ICE ha effettuato oltre 670.000 rimpatri, dunque mediamente quasi 2.000 al giorno. Per ogni genitore espulso, c’è un figlio che resta indietro (talora affidato a parenti o ai servizi). Il fenomeno dei “orfani dell’ICE” è ampio ma poco quantificato: la Corte Suprema, nel caso Pereira v. Sessions, riconobbe che le espulsioni di massa avrebbero potuto creare decine di migliaia di orfani cittadini. E così sta avvenendo.
Un altro gruppo colpito ingiustamente sono i cittadini statunitensi di origini straniere. Può sembrare assurdo, ma decine di americani doc sono stati scambiati per immigrati illegali e incarcerati dall’ICE. I critici citano la stima di Third Way: nel 2025 oltre 170 cittadini USA sono stati erroneamente arrestati o detenuti dagli agenti federali. Ci sono storie surreali: Leonardo Venegas, cittadino originario di Porto Rico, fu arrestato due volte in un mese dall’ICE in Alabama, perché gli agenti rifiutavano di credere ai suoi documenti (consideravano falsa perfino la sua patente Real ID). Solo dopo ore e un intervento legale venne rilasciato. Un altro americano, Brian Retes, fu fermato a Washington: i vicini che protestavano per l’arresto vennero saturati di gas lacrimogeni, l’uomo venne malmenato e lasciato ammanettato sotto la pioggia per 4 ore, prima che l’ICE si accorgesse che era cittadino e lo liberasse. Questi casi indicano un modus operandi indiscriminato: l’ICE talvolta colpisce “chiunque sembri immigrato”, profilando per aspetto o nome. Non sorprende quindi l’impressione di Sergio Siderman (avvocato a Los Angeles): “Non stanno inseguendo criminali: chiaramente stanno colpendo persone per via del colore della pelle”. Se a ciò si aggiunge la pressione sui numeri (3.000 arresti al giorno da raggiungere a tutti i costi), appare inevitabile che l’ICE peschi nel mucchio e arrivi a prendere anche innocenti e cittadini pur di fare volume.
I critici sostengono allora che l’ICE, lungi dal proteggere la società, la danneggia disgregandola. Le sue azioni recidono legami familiari, impoveriscono comunità di lavoratori onesti e generano sfiducia generalizzata nelle istituzioni. Un pastore del Wisconsin, vedendo i 24 arresti ICE nella sua contea, ha detto: “Vogliono dipingerli tutti automaticamente come criminali… Sembra propaganda”. Ha poi sottolineato come la mancanza di trasparenza (non sapere nemmeno dove sono detenute le persone) nega il giusto processo e la possibilità di difendersi. Dal suo punto di vista, se anche qualcuno tra gli arrestati avesse commesso reati gravi, “deve passare per il sistema giudiziario” – ma con l’ICE ciò non avviene, perché spesso queste persone vengono espulse senza processo per i presunti crimini (vengono punite con la deportazione in quanto irregolari, e così sfuggono pure le accuse penali). Ciò frustra pure le vittime dei loro reati, oltre che i diritti degli imputati. Quello che resta alla comunità locale è solo un grande vuoto: come ha notato un agricoltore di Manitowoc, “concentrano gli sforzi proprio dove l’economia dipende dagli immigrati”. Molti allevatori si sono trovati improvvisamente senza lavoratori per accudire migliaia di mucche, perché l’ICE glieli ha portati via di colpo. “Chi raccoglierà fragole e cocomeri? Chi ricostruirà le case dopo gli incendi?” – chiede retoricamente Siderman, segnalando l’effetto boomerang economico della deportazione di massa. Nella sua regione (California) l’agricoltura e l’edilizia sono sorrette in larga parte da manodopera immigrata non autorizzata; colpendola scriteriatamente, si rischia il collasso di settori interi e la perdita di miliardi.
Alla base della critica c’è la convinzione che l’ICE non faccia vere distinzioni: nel mucchio, punisce chi meriterebbe integrazione o almeno indulgenza. “Felons, not families” (criminali, non famiglie) era il motto di Obama per l’ICE. L’ICE di Trump sembra il contrario: colpisce “Families, not (just) felons”. Questo è eticamente inaccettabile, affermano i detrattori, perché punisce in modo collettivo e cieco. L’enforcement sull’immigrazione è di natura amministrativa, non penale – la Corte Suprema ha ribadito che l’espulsione non è formalmente una punizione penale. Eppure, l’effetto è simile o peggiore al penale, vista la sofferenza inflitta a innocenti (figli separati, coniugi rimasti soli ecc.). Un paragone spesso evocato è con le retate dell’era “Operazione Wetback” negli anni ’50, quando migliaia di latinos furono rispediti in Messico senza tante cerimonie, causando tragedie umane. Nel 2025 l’ICE appare come la reincarnazione di quell’orrore storico – o peggio, dicono alcuni, perché dispone di tecnologie di sorveglianza di cui la Gestapo sarebbe stata gelosa: riconoscimento facciale, data mining, collaborazione di datori di lavoro obbligati a segnalare gli undocumented tramite il sistema E-Verify ecc.
I critici sostengono che l’efficacia dichiarata è in realtà bassa: cacciare migliaia di lavoratori incensurati non rende l’America più sicura, semmai più povera e divisa. Nel frattempo, sostengono, l’ICE ha speso risorse enormi a inseguire persone che non hanno mai fatto del male, mentre i veri criminali – magari i trafficanti che sfruttano proprio queste persone – rimangono spesso a piede libero. In più, l’ICE crea criminalizzazione dove non c’era: un immigrato che viveva onestamente, dopo un raid può trovarsi accusato di resistenza all’arresto o fuga solo per aver avuto paura. Un dettaglio dal caso Wisconsin: dei 24 arrestati, l’FBI inizialmente li ha dipinti tutti come coinvolti in tratta di minori; in realtà, al momento, nessuno è formalmente incriminato per quei reati nello stato. Il DHS ha poi ammesso che solo 6 su 24 avevano precedenti penali gravi (uno per abusi su minori, gli altri per reati minori come DUI e condotta disordinata), mentre gli altri erano semplicemente lavoratori senza documenti. Eppure, nella narrazione ufficiale diventano “illegal aliens”. Il punto è che l’ICE, espellendo in massa senza processo penale, “monetizza” la paura del crimine ma in realtà spesso non consegna alla giustizia i veri colpevoli. Ad esempio, i 9 arrestati sospettati di crimini sessuali sui minori in Wisconsin non risultano incriminati localmente – forse sono già stati espulsi e quindi di fatto impuniti per quelle accuse, se erano reali. Dunque, l’operazione ICE ha punito severamente 24 famiglie immigrate ma non necessariamente i responsabili di abusi (che avrebbero dovuto affrontare un processo e pena detentiva negli USA). Ciò contraddice la premessa che l’ICE “toglie i criminali dalle strade”: spesso li toglie solo geograficamente, rimandandoli altrove, e in compenso toglie anche persone oneste dalle loro famiglie.
L’ICE, dunque, viola il principio di proporzionalità e commette ingiustizie: tratta migranti pacifici alla stregua di delinquenti, causando un dolore immenso non solo a loro ma a cittadini (figli, coniugi) che nulla hanno fatto. L’agenzia appare come un “deportation machine” senz’anima, più interessata ai numeri che alla giustizia. Ogni civiltà, affermano i critici, si misura da come tratta i vulnerabili: l’ICE sta facendo fare agli Stati Uniti una figura barbara. Le immagini dei bimbi piangenti, delle mogli che implorano con in mano il certificato di matrimonio e la fedina penale pulita del marito mentre questo viene portato via, il cane lasciato da solo nel cortile di casa dopo che i padroni sono stati presi – tutto ciò, per i detrattori, disonora i valori americani. “Questo è irreale – dov’è il rispetto dei diritti?”, ha protestato Amy Fischer di Amnesty parlando delle condizioni nei centri ICE. “Chi ha colore di pelle diverso ora ha paura anche solo ad andare al supermercato”, riferiscono attivisti. Infine, abolizionisti come Ilhan Omar sottolineano un concetto: l’ICE come istituzione ha talmente interiorizzato la caccia all’immigrato da essere “irriformabile” e “corrotta oltre ogni riparazione”. Pensano che solo eliminandola e ricostruendo da zero un’entità di enforcement più limitata e regolata si potrà sanare il danno fatto a famiglie e comunità. Come ha detto l’ex candidato Abdul El-Sayed: “Trump sta cercando di creare una fonte autonoma di potere interno che risponde solo a lui. Ormai l’ICE è marcia oltre ogni speranza”. Questa visione estrema (smantellare l’ICE) nasce proprio dalla convinzione che l’agenzia non persegua più i veri criminali, ma la criminalizzazione di un intero gruppo etnico (latino, o più in generale immigrato). E ciò, in una società multietnica, secondo i critici, è intollerabile.
Madeleine Maresca, 6 febbraio 2026
L’ICE combatte le gang e i traffici internazionali meglio di qualsiasi altra agenzia
Un pilastro della difesa dell’ICE è il suo ruolo insostituibile nel contrasto alla criminalità organizzata transnazionale. Spesso i critici identificano l’ICE solo con i raid di immigrati senza documenti, ma i sostenitori evidenziano che circa la metà dell’agenzia – la divisione Homeland Security Investigations (HSI) – si dedica a indagini complesse su reti criminali che attraversano le frontiere. Con la globalizzazione delle minacce, si ritiene strategico avere un ente specializzato che possa agire sia sul fronte dell’immigrazione illegale, sia su reati connessi come traffico di droga, tratta di persone, terrorismo e perfino reati finanziari internazionali.
L’HSI dispone di autorità investigative federali ampie, simili a quelle dell’FBI, e opera in stretta sinergia con altre forze. La sua particolarità è la presenza capillare all’estero: secondo gli esperti, l’HSI ha oggi più di 60 uffici in oltre 50 Paesi, integrati nelle ambasciate USA. Ciò significa che l’ICE ha agenti di collegamento a Londra, Roma, Parigi, Città del Messico, Bogotà, Bangkok, Nairobi e molti altri centri, pronti a collaborare con le autorità locali per fermare le minacce prima che raggiungano il suolo americano. Questo network globale è frutto dell’evoluzione post-11 settembre: l’ICE fu creata nel 2003 anche per individuare e smantellare eventuali cellule terroristiche nascoste nei flussi migratori. Se pure negli anni successivi l’accento sul terrorismo è diminuito, l’HSI continua a investigare i percorsi clandestini attraverso cui potenziali terroristi o criminali potrebbero infiltrarsi negli USA. Un esperto francese ha definito l’HSI “una sorta di seconda CIA”, in quanto a capacità operativa esterna, focalizzata su minacce alla sicurezza nazionale connesse ai movimenti di persone e merci.
I risultati concreti sono spesso citati per mostrare l’importanza di queste attività. Ad esempio, operazioni congiunte ICE-FBI hanno portato all’arresto di dozzine di membri di gang internazionali: il caso di Manitowoc (Wisconsin) illustra come, indagando su un cartello di tratta di minori e narcotraffico, l’HSI abbia identificato 24 affiliati illegali da catturare. In quell’operazione, il DHS ha riferito di aver arrestato individui con precedenti di sfruttamento sessuale di bambini e traffico di droga, colpendo quindi una rete che coinvolgeva “molti minori” tra le vittime. Ancora, la presenza dell’ICE è stata fondamentale nel contrastare la gang MS-13 salvadoregna e altre organizzazioni: un leader dell’MS-13 con una red notice Interpol è stato fermato dall’ICE in Texas e avviato all’estradizione. Un altro caso è l’immigrato venezuelano legato alla banda Tren de Aragua, accusato di omicidio negli USA, arrestato dall’ICE in Colorado con l’accusa di aver sparato su due donne (una uccisa). Inoltre, l’ICE/HSI intercetta reti di contrabbando di armi e denaro: spesso collabora con la DEA per bloccare il flusso di stupefacenti provenienti dai cartelli messicani. Agenti ICE hanno preso parte ad operazioni che hanno smantellato laboratori di fentanyl, sequestrato tonnellate di droga e arrestato “sicari” del narcotraffico operanti sul suolo americano.
Secondo i difensori, nessun’altra agenzia potrebbe riempire facilmente questo ruolo se l’ICE venisse abolita. L’HSI funge da ponte tra l’enforcement migratorio (ha accesso a banche dati uniche su visti, passaggi di confine ecc.) e le indagini penali classiche. Un agente HSI può ad esempio seguire la pista di un trafficante di esseri umani dall’arresto di un coyote al confine, risalendo la catena fino ai reclutatori nel Paese d’origine e ai basisti sul territorio USA, poiché l’HSI ha giurisdizione sia su reati d’immigrazione sia su reati associati (sequestro di persona, sfruttamento sessuale, schiavitù). Questo rende l’agenzia particolarmente flessibile ed efficace contro i “crime rings” integrati. Lo stesso vale per i casi di pedopornografia internazionale: l’HSI conduce da anni l’operazione “Angel Watch” per segnalare viaggi di molestatori e collabora con Interpol per arrestare stranieri che adescano minori online oltre confine.
I fautori ricordano che persino i paesi europei, critici di alcuni metodi ICE, in realtà beneficiano del supporto HSI. Durante grandi eventi come le prossime Olimpiadi di Milano 2026, gli agenti HSI aiuteranno l’Italia a valutare i rischi posti da organizzazioni criminali transnazionali, con focus su crimine informatico e terrorismo. L’ambasciatore USA ha assicurato che non faranno pattugliamenti indipendenti, ma forniranno intelligence e know-how (ad esempio su traffici di biglietti falsi, frodi informatiche o potenziali minacce terroristiche con radici fuori dall’Italia). Insomma, l’ICE è in grado di proiettare la sicurezza statunitense all’estero, spezzando sul nascere complotti o traffici che poi avrebbero ripercussioni sugli americani. Dopo il 2025, con i fondi massicci stanziati (45 miliardi per nuove strutture, 30 per operazioni), questa capacità è stata ulteriormente amplificata.
Un altro esempio concreto è che l’ICE ha collaborato con la polizia dell’Uzbekistan per arrestare e deportare un immigrato illegale ricercato come affiliato a un’organizzazione terroristica in patria. Senza la cooperazione ICE (che lo ha identificato negli USA e consegnato alle autorità), quel terrorista sarebbe rimasto libero. Allo stesso modo, grazie a basi ICE in Sudamerica, un latitante accusato di femminicidio in Honduras è stato individuato in Pennsylvania e rimesso a disposizione del suo Paese.
Questi risultati vengono citati dai sostenitori per dimostrare un punto chiave: l’ICE non è solo “polizia anti-migranti”, ma anche una forza di polizia globale dedicata a proteggere gli Stati Uniti da minacce sofisticate. Abolirla vorrebbe dire – sostengono – indebolire il contrasto al crimine organizzato internazionale. Infatti, ci sono proposte di legge (non di abolizione, ma di riorganizzazione) che prevedono di scorporare l’HSI dall’ICE e fargli svolgere quei compiti in un’agenzia a parte. Tuttavia, chi è pro-ICE spesso si oppone anche a questa separazione: temono che indebolirebbe la sinergia tra enforcement migratorio e investigazioni penali.
Madeleine Maresca, 6 febbraio 2026
I centri di detenzione ICE sono luoghi di abuso, disumanizzazione e morte
Oltre alle modalità operative sul campo, i detrattori puntano il dito contro quello che accade dopo gli arresti: la detenzione amministrativa degli immigrati in attesa di espulsione. Sostengono che l’ICE gestisca – direttamente o tramite appalti – un sistema di carcerazione disumano, segnato da negligenza medica, maltrattamenti e condizioni degradanti che violano standard internazionali e spesso la stessa legge USA. Diversi scandali hanno portato alla luce realtà sconcertanti all’interno dei centri ICE, rafforzando la tesi che l’agenzia sia incapace di custodire persone in modo sicuro e dignitoso.
Un caso emblematico è quello del nuovo campo di detenzione nelle Everglades in Florida, soprannominato “Alligator Alcatraz”. Questo sito, inaugurato nel luglio 2025 in fretta e furia, è diventato simbolo di crudeltà gratuita. Amnesty International ha condotto un’ispezione e ha documentato violazioni dei diritti umani che “equivalgono alla tortura”, arrivando a definire la struttura un “disastro dei diritti umani di gestione statale”. I detenuti ad Alligator Alcatraz vivono in tende e gabbie di fortuna, con temperature infernali (oltre 37°C) e umidità elevata, esposti agli insetti e alla fauna palustre (ci sono alligatori attorno, da cui il nomignolo) senza protezioni adeguate. Amnesty riferisce di bagni chimici e toilette che traboccano di feci negli spazi dove le persone dormono, generando un fetore costante e rischi sanitari gravissimi. Le docce sono insufficienti e in certe giornate non funzionano, lasciando i detenuti sporchi per giorni. Il cibo fornito è di pessima qualità e talvolta avariato; l’acqua potabile scarseggia o è contaminata. La luce elettrica resta accesa 24 ore su 24, impedendo il sonno naturale e causando stress psicologico. Le telecamere di sorveglianza sono ovunque, anche sopra i bagni, negando qualsiasi briciolo di privacy o dignità umana. Amnesty riporta che le persone hanno caviglie e polsi incatenati ogni volta che escono dalle loro gabbie, come fossero detenuti altamente pericolosi, anche se sono solo migranti in attesa di udienza. Si sono registrati episodi di punizioni estremamente crudeli: ad esempio, la reclusione in un cubicolo di 60 cm di lato all’aperto (chiamato “the box”), dove i detenuti venivano lasciati per ore, sotto il sole o la pioggia, con mani e piedi legati a ganci a terra, e privati quasi totalmente d’acqua. Questo trattamento, che ricorda tecniche di tortura medievale, è usato come castigo (per insubordinazione o proteste come lo sciopero della fame) e ha effetti devastanti sul corpo e la psiche. Ana Piquer, direttrice Amnesty per le Americhe, ha commentato: “Questi risultati confermano un sistema deliberatamente costruito per punire, disumanizzare e nascondere le sofferenze dei detenuti”. Ha aggiunto che l’enforcement dell’immigrazione non può porsi al di sopra dello Stato di diritto o degli standard sui diritti umani: “Quello che vediamo in Florida dovrebbe allarmare la regione intera”. Infatti, Alligator Alcatraz è gestito fuori da ogni oversight federale (è una struttura statale creata da DeSantis su delega emergenziale): non ci sono registri centralizzati dei detenuti, cosicché i familiari spesso non sanno dove siano i loro cari – una condizione assimilabile a “sparizione forzata”, secondo Amnesty. Gli stessi avvocati incontrano difficoltà: a luglio 2025 l’ACLU e altre ONG hanno dovuto fare causa perché i legali venivano respinti all’ingresso da guardie armate della Guardia Nazionale, e ai detenuti era negato di parlare in privato con i loro avvocati (le comunicazioni monitorate, violando la segretezza legale). Questo è un attacco al diritto di difesa e al giusto processo.
Purtroppo, condizioni simili – sebbene non così estreme – sono state riportate anche in altri centri ICE più “ordinari”. Krome, storico centro di detenzione in Florida, è sovraffollato e la gestione è affidata a un’azienda privata a scopo di lucro. Amnesty riferisce di negligenza medica seria anche dove ci sarebbero le strutture per curare: detenuti con malattie gravi a cui vengono negate cure e visite, situazioni di contagio (tubercolosi, COVID, scabbia) non gestite, portando alcuni a condizioni critiche o al decesso. Inoltre, Krome presenta il consueto rosario di violazioni: toilette che strabordano, aria condizionata spesso rotta (quindi caldo atroce in estate), illuminazione permanente che disturba il ritmo circadiano e ricorso frequente all’isolamento prolungato come punizione (anche per motivi futili, o in modo arbitrario). Le testimonianze parlano di maltrattamenti da parte delle guardie: Amnesty ha assistito con i propri occhi un episodio in cui un secondino ha sbattuto con violenza lo sportello metallico di una cella contro la mano ferita di un detenuto, causandogli un urlo di dolore. Altri detenuti hanno riferito di essere stati picchiati (colpiti con pugni e schiaffi) dalle guardie per ritorsione o disciplina. Queste descrizioni ricordano scenari da carcere sudamericano anni ‘80. E va considerato che i detenuti ICE non stanno scontando condanne penali: sono trattenuti amministrativamente, spesso in attesa di asilo o di udienze.
I numeri peggiori sono quelli delle morti in custodia. Nel 2025 sono decedute 32 persone detenute dall’ICE, il numero più alto dal 2004. Le cause segnalate includono infarti non soccorsi in tempo, suicidi, polmoniti non curate, complicazioni di diabete ignorate e due casi particolari: uno è la morte di Geraldo Lunas Campos, un 55enne cubano, che un’autopsia del 2026 ha definito omicidio a seguito di una colluttazione con lo staff ICE (il governo sostenne che aveva tentato il suicidio e le guardie cercavano di salvarlo, ma i risultati autoptici hanno contraddetto questa versione). Un altro è Keith Porter Jr., 43enne cittadino USA, affetto forse da disturbi, ucciso a Los Angeles da un agente ICE fuori servizio che lo ha affrontato mentre sparava colpi in aria la notte di Capodanno. Porter stava festeggiando con arma in modo sconsiderato, ma l’intervento letale di un agente federale non di turno ha sollevato interrogativi (normalmente interverrebbe la polizia locale). Inoltre, a gennaio 2026 almeno 8 persone sono morte per mano di ICE (due uccise in sparatorie – Good e Pretti – e 6 decedute in detenzione). Il trend è spaventoso: se proiettato, farebbe di gran lunga del 2026 l’anno più letale di sempre.
Gli stessi detenuti ne sono consapevoli e alcuni hanno cercato di protestare in modo pacifico, ad esempio con uno sciopero della fame ad Alligator Alcatraz, per attirare l’attenzione sulle condizioni misere. La risposta? I responsabili di quel campo – come appare da email ottenute dai media – avevano progettato condizioni durissime proprio per “incentivare l’auto-deportazione”. Quindi la sofferenza non è accidentale, è voluta come parte della “deterrenza”. Ciò porta i critici a definire i centri ICE “lager moderni”. Amnesty li paragona chiaramente a situazioni di tortura e sparizione forzata – termini che in genere si associano a dittature.
Un difensore dell’ICE potrebbe obiettare che alcuni centri sono gestiti da privati o da autorità statali (come in Florida), ma i detrattori rispondono che la responsabilità finale è del DHS/ICE. Sia perché subappalta consapevolmente a soggetti con standard peggiori per convenienza (centri privati a basso costo), sia perché in casi come Alligator Alcatraz l’ICE ha salutato entusiasta l’apertura del sito e vi trasferisce detenuti (di fatto approvando la situazione). Un portavoce ICE disse, di fronte alle prime denunce, che “per molti detenuti queste sono le cure mediche migliori che abbiano mai ricevuto in vita loro”, un’affermazione definita grottesca dalle ONG e smentita dalle morti e malattie registrate.
Il nocciolo per i critici è che l’ICE ha mostrato incapacità cronica di gestire i detenuti umanamente. Già nel 2020 il Government Accountability Office segnalò come l’ufficio ispettivo del DHS raramente completava le verifiche sulle condizioni nei tempi dovuti, e come l’ICE spesso non implementava le raccomandazioni di miglioramento. “Oltre 20 anni di promesse mancate”, dicono dalle associazioni come Detention Watch. Inutili le National Detention Standards: restano carta, perché l’ICE essendo autorità di polizia interna fa autorità di controllo su se stessa – un palese conflitto di interessi, dicono i critici. A riprova, nessuno finora è stato punito per le 32 morti del 2025. Quando gruppi di detenuti denunciano condizioni insostenibili tramite avvocati, l’ICE in alcuni casi risponde spostandoli altrove (per spezzare l’organizzazione interna), invece di risolvere i problemi. Questo è interpretato come insensibilità istituzionale.
Di fronte a questo panorama, i critici più radicali affermano che l’ICE va abolita anche perché non è capace di trattare in modo umano chi detiene. Il suo mandato civile (detenzione amministrativa) finisce per agire come un penitenziario peggiore delle prigioni criminali – senza le garanzie di queste ultime. Un giudice federale del Minnesota a fine 2025 ha definito “un monito terribile” i decessi e le violenze avvenute nei centri ICE, affermando che “questo dipartimento (DHS) deve risponderne non solo a noi giudici, ma all’intero Paese”. Esponenti democratici hanno iniziato a proporre tagli di budget specifici all’ICE come pressione. In Colorado, nel gennaio 2026, è stata introdotta una legge per permettere ai cittadini di citare in giudizio agenti federali per violazioni dei diritti civili, un segnale che il malcontento per i centri disumani e le condotte violente sta salendo a livello preoccupante.
Madeleine Maresca, 6 febbraio 2026