Nr. 424
Pubblicato il 27/01/2026

Decreto sicurezza 2026

FAVOREVOLE O CONTRARIO?

Il termine “decreto sicurezza” evoca in Italia provvedimenti legislativi mirati a rafforzare l’ordine pubblico, spesso accompagnati da controversie politiche e costituzionali. Già nel 2018 l’allora ministro dell’interno Matteo Salvini introdusse decreti sicurezza concentrati sull’immigrazione, abolendo la protezione umanitaria e restringendo l’accoglienza. Misure aspramente criticate da giuristi e associazioni per gli effetti potenzialmente incostituzionali (violazione del diritto d’asilo ex art. 10 Cost.) e per il rischio di produrre migliaia di nuovi migranti irregolari senza ridurre l’illegalità. Nonostante ciò, quelle norme furono convertite in legge; i detrattori osservarono che avrebbero generato insicurezza anziché risolverla – come dimostrato dall’aumento stimato fino a 60.000 nuovi irregolari in due anni, secondo ISPI.


IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:

01 - Con il Decreto 2026, più sicurezza per cittadini e quartieri

Il pacchetto Meloni risponde all’emergenza crimine con misure dure per difendere cittadini onesti e vulnerabili.

02 - Il Decreto sicurezza 2026 è una stretta autoritaria e un attacco al diritto di protesta

Il decreto criminalizza il dissenso: fermi preventivi e maxi-multe ai cortei pacifici attaccano la libertà di manifestare garantita dalla Costituzione.

03 - Il Decreto introduce una linea dura contro baby gang e violenza giovanile

Stretta su coltelli e minori delinquenti: ammonimenti e sanzioni puniscono i baby-criminali e responsabilizzano i genitori.

04 - Il Decreto è fuori dalla Costituzione: proporzionalità e garanzie sono annullate

Giuristi e organismi internazionali denunciano norme “fuori dal solco” della Carta: presunzione d’innocenza capovolta e pene sproporzionate.

05 - Il decreto sicurezza 2026 difende i confini e contrasta l’immigrazione clandestina

Più espulsioni e porti chiusi alle ONG: il decreto ripristina controllo delle frontiere e rimpatri, garantendo sicurezza nazionale.

06 - Il Decreto applica misure inefficaci che ignorano i problemi reali

Italia già sicura: reati in calo. Misure “law and order” alimentano paura e prigioni sovraffollate ma ignorano le cause sociali dell’insicurezza.

07 - Con il decreto, minorenni trattati come criminali: fallimento educativo e rischio escalation

Trattare i ragazzini come criminali (ammonimenti a 12 anni, carcere facile) senza prevenzione educativa rischia di aggravare la devianza.

08 - Con il Decreto sicurezza 2026, forze dell’ordine più tutelate ed efficaci

Con lo scudo legale agli agenti e zone rosse urbane, le forze dell’ordine hanno finalmente strumenti e protezioni per agire con efficacia.

 
01

Con il Decreto 2026, più sicurezza per cittadini e quartieri

FAVOREVOLE

Il governo Meloni rivendica il Decreto sicurezza 2026 come un atto doveroso per proteggere i cittadini onesti, reagendo a episodi di criminalità e violenza che hanno allarmato il Paese. Nella visione dei favorevoli, lo Stato aveva il dovere di intervenire con fermezza dopo fatti come l’accoltellamento mortale di un 18enne a La Spezia o le aggressioni intorno alla stazione Termini di Roma. “Interveniamo con determinazione contro occupazioni abusive e truffe agli anziani, proteggendo famiglie, anziani e proprietari onesti”, ha dichiarato Giorgia Meloni, sottolineando che “legalità e sicurezza sono pilastri della libertà”. Il pacchetto introduce così zone rosse per ripulire aree degradate da spaccio e microcriminalità, più telecamere e controllo nei luoghi sensibili e inasprisce le pene per reati predatori (furti in casa, scippi) spesso subiti da persone comuni. Tollerare furti e violenze significa, agli occhi dei favorevoli, abbandonare i più deboli: è giusto invece dare un segnale che “chi rompe paga”. Innalzare le pene per ladri e rapinatori (fino a 8-10 anni in alcuni casi) è un deterrente necessario, sostiene il governo, per evitare che certi crimini restino impuniti o siano trattati alla stregua di marachelle. “Vogliamo uno Stato dove chi sbaglia paga, e paga con il carcere”, ha ribadito un senatore di maggioranza in Aula. Questo approccio di “tolleranza zero” è visto come risposta alla domanda di giustizia dei cittadini e come recupero dell’autorità dello Stato nelle strade. Anche il divieto di armi improprie (coltelli, tirapugni, mazze) per i quali l’Italia ha visto un preoccupante aumento tra i giovani, rientra in questa logica: si sottraggono dalle strade strumenti di offesa prima che vengano usati. Secondo un ampio segmento dell’opinione pubblica, queste misure non sono affatto eccessi autoritari ma azioni di buon senso, capaci di ridurre concretamente situazioni oggi fuori controllo. Non a caso, un sondaggio Noto ha rilevato che tra il 60% e il 70% degli italiani sostiene le varie norme del decreto sicurezza. Il consenso sale addirittura al 70%+ sulle regole riguardanti i minorenni e i coltelli, segno che il pubblico percepisce un reale bisogno di intervenire su queste piaghe. Questo scarto tra il ~47% che approva il governo e il 60-70% che approva le sue misure di sicurezza indica che anche molti elettori non di destra sono d’accordo: la sicurezza è trasversale e va oltre le ideologie. L’azione decisa del Viminale viene quindi letta come l’adempimento di un mandato popolare: “il tema viene sottratto alla dialettica ordinaria e ricondotto a una dimensione funzionale”, nota l’analisi “Demografica”. Insomma, per i favorevoli, il pacchetto Meloni “rafforza la tutela dei cittadini e delle fasce più vulnerabili” – anziani, donne sole in casa, negozianti, pendolari – mostrando che lo Stato torna a fare lo Stato. Le nuove zone rosse servono a evitare che quartieri interi diventino “terra di nessuno” (saranno allontanati spacciatori, delinquenti recidivi e molestatori dalle aree sensibili). I prefetti potranno intervenire subito, senza lungaggini burocratiche, per ripristinare il decoro e la sicurezza dove serve. Gli strumenti innovativi come l’arresto in flagranza differita permetteranno di assicurare alla giustizia ladri e teppisti identificati da video anche oltre l’immediatezza del reato, superando scappatoie che spesso lasciavano impuniti crimini colti dalle telecamere. In questo modo – affermano i sostenitori – i cittadini vedranno finalmente conseguenze reali per chi infrange le regole. Si punta a ricreare fiducia nei quartieri: i residenti onesti, finora scoraggiati dal denunciare per timore di ritorsioni o dall’impunità diffusa, si sentiranno sostenuti dallo Stato. Il governo rivendica anche di aver riempito vuoti normativi: ad esempio, con una norma primaria sulla detenzione nei CPR (Centri per i rimpatri) colma quanto richiesto da una sentenza della Consulta, fornendo basi legali chiare per trattenere gli stranieri irregolari in attesa di espulsione. Tale intervento era necessario per evitare che giudici dovessero liberare migranti per cavilli procedurali, pur essendo questi privi di titolo di soggiorno. Un altro punto di vanto è la tutela delle vittime vulnerabili, come gli anziani oggetto di truffe. Il decreto inasprisce le pene per chi raggira gli anziani, definito da Meloni “un fenomeno vile che colpisce chi merita più rispetto”, e accelera gli sgomberi di occupazioni abusive che spesso creano disagi proprio a famiglie e pensionati soli. Insomma, i favorevoli descrivono il pacchetto come un insieme di misure pragmatiche e non ideologiche, calibrate per colmare lacune nel contrasto alla criminalità comune. Non un capriccio autoritario, ma la risposta attesa dalla maggioranza silenziosa degli italiani che chiedono di poter vivere tranquilli. Del resto, nota la deputata FdI Beatriz Colombo, se queste norme riscuotono più consenso di quanto ne abbiano i partiti di governo, significa che anche molti cittadini di sinistra le ritengono ragionevoli. Le tesi contrarie di chi parla di deriva autoritaria vengono percepite dai pro come esagerazioni “ideologiche” dell’opposizione che, secondo il ministro Piantedosi, dovrebbe “smorzare le posizioni ideologiche” su un tema – la sicurezza – che riguarda tutti.

Madeleine Maresca, 27 gennaio 2026

 
02

Il Decreto sicurezza 2026 è una stretta autoritaria e un attacco al diritto di protesta

CONTRARIO

Per i critici, il Decreto sicurezza 2026 rappresenta un pericoloso giro di vite autoritario che prende di mira anzitutto la libertà di manifestazione e di dissenso politico. Molte misure del pacchetto – denunciano – sono calibrate per reprimere le proteste e scoraggiare l’espressione del dissenso nelle piazze, realizzando quello che Amnesty International definisce “l’ultimo tassello dello smantellamento del diritto di protesta pacifica” in Italia. Già in precedenza il governo Meloni aveva mostrato questa tendenza: prima con il decreto “anti-rave” (legge 199/2022) che ha introdotto il reato di raduno illegale, poi con la legge 6/2024 che ha sanzionato pesantemente gli atti dimostrativi degli attivisti climatici (imbrattamenti di monumenti). Il nuovo decreto porta all’estremo questa logica, tanto che Antigone lo definisce “uno dei più gravi attacchi alle libertà di protesta nella storia repubblicana”. Le misure incriminate includono: perquisizioni preventive di manifestanti, fermi di polizia fino a 12 ore senza convalida giudiziaria, Daspo urbani e divieti di accesso estesi anche a persone solo denunciate (non condannate) per reati da manifestazione, multe altissime per chi organizza o partecipa a cortei non preavvisati o che deviano dal percorso autorizzato. Queste norme, sostengono i critici, comprimono radicalmente il diritto costituzionale di riunirsi pacificamente (art. 17 Cost.) e rischiano di criminalizzare qualsiasi forma di dissenso non perfettamente allineata ai diktat dell’autorità. “Si vieta ai sudditi di manifestare”, sintetizza Susanna Marietti di Antigone: il pacchetto delinea uno Stato autoritario in cui le manifestazioni non sono più considerate esercizio di libertà ma minacce da soffocare. L’esempio più eclatante è il fermo preventivo: la polizia potrà fermare e trattenere per 12 ore persone che non hanno commesso alcun reato, ma vengono giudicate “sospette” di poter turbare una manifestazione. Questo ricorda pratiche da regime – affermano i critici – degne di un “fermo di polizia preventiva” in stile anni ’70, se non peggio. Giuristi come Luca Masera e Ines Ciolli esprimono inquietudine: “si consolida la visione del manifestante come soggetto pericoloso da sottoporre a regime speciale”. Il rischio è che chiunque partecipi a un corteo possa essere fermato arbitrariamente sulla base di “elementi di fatto” vaghi (ad esempio se indossa un casco o un fazzoletto sul viso). Anche in mancanza di reati concreti, basterà che la polizia ritenga ex ante che quella persona potrebbe creare problemi, per rinchiuderla 12 ore in questura. È evidente che una tale facoltà è prona ad abusi e usi discrezionali: “persone sospettate di costituire un pericolo” è formula vaga e soggettiva. “Misure che superano per gravità anche le normative emergenziali degli anni Settanta”, commenta Antigone, ricordando che neanche durante i “anni di piombo” ci si spinse a tanto (allora c’erano fermi differiti di 48 ore per reati gravi, ma non il potere di fermare preventivamente in assenza di reato). Il decreto poi colpisce il portafoglio dei manifestanti come mai prima: chi organizza un raduno senza preavviso, anche pacifico, rischia sanzioni fino a 20.000 euro. Chi partecipa a un corteo spontaneo che blocca il traffico può vedersi infliggere ammende da 10.000 a 20.000 euro. Anche solo cambiare itinerario a un corteo preavvisato (ad esempio deviare per ragioni logistiche) comporterà multe di 10-20 mila euro. “Basterà il mancato rispetto dell’itinerario per una sanzione astronomica”, evidenzia “Avvenire”. Queste cifre – sottolineano i critici – sono rovinosamente punitive: per un comune cittadino 20mila euro equivalgono ai risparmi di una vita. “Parliamo di ragazzi, studenti… 20mila euro sono devastanti”, afferma la giurista Ciolli, notando che così “si limita indirettamente la libertà di riunione dei giovani con meno disponibilità economiche”. Di fatto, i contestatori con pochi mezzi finanziari saranno dissuasi dal partecipare a qualsiasi protesta non strettamente autorizzata, per timore di incorrere in sanzioni che li indebiterebbero a vita. “La priorità all’ordine pubblico prevale sulle categorie ideologiche”. Amnesty International sostiene che “dietro la narrazione ufficiale della sicurezza, questo ddl minaccia i diritti fondamentali di tutte e tutti. Se non ci attiviamo adesso per bloccarlo, le occasioni per far sentire le nostre opinioni saranno sempre meno”, come ha dichiarato Laura Renzi di Amnesty. Questo evidenzia il timore di una deriva illiberale: passo dopo passo, i margini del dissenso si restringono. Ormai “esprimere dissenso in Italia è diventato rischioso”, lamenta Amnesty, e con queste norme “lo diventerà ancora di più”. Gli oppositori segnalano che già prima dell’entrata in vigore, decine di migliaia di persone sono scese in piazza a protestare contro il ddl sicurezza (nell’inverno 2024-25 vi furono fiaccolate in tante città con lo slogan “100.000 luci contro il buio del regime”). La società civile è consapevole – dice Amnesty – che il diritto di protesta pacifica è sotto attacco e sta cercando di difenderlo prima che sia troppo tardi. Tra i critici più severi c’è anche l’ANPI (Associazione Partigiani), che in un duro comunicato ha affermato: “il Ddl colpisce lavoratori, studenti, migranti, detenuti, rom, ambientalisti, ONG e sanziona penalmente il conflitto sociale, che è l’anima di ogni sistema democratico. Sfigura la democrazia in chiave di Stato penale”. Non poteva esserci condanna più netta: si accusa il governo di trasformare la democrazia in un “Stato penale” che reprime ogni contestazione invece di ascoltarla. L’ANPI vede nel decreto sicurezza uno strumento che “colpisce i ceti popolari” e toglie voce alle rivendicazioni sociali, istituzionalizzando una lettura autoritaria dell’ordine pubblico. Anche il sindacato CGIL ha chiesto il ritiro del ddl, sostenendo che “il Paese non ha bisogno di leggi che colpiscono i diritti fondamentali”, ma di soluzioni su lavoro, scuola ecc. Ciò riflette la convinzione che l’approccio del governo sia fuorviante: “non c’è alcuna emergenza di ordine pubblico, c’è solo la volontà di alimentare la propaganda della paura”, ha dichiarato la senatrice PD Enza Rando in Aula. In effetti, i dati di lungo periodo indicano reati stabili o in calo, dunque i critici vedono l’inasprimento come immotivato e finalizzato solo a consolidare il potere governativo sopprimendo il dissenso. Giuliano Santoro su “Il Manifesto” fa notare che in parallelo al ddl sicurezza c’è una mobilitazione come raramente vista: Amnesty, Antigone, Arci, associazioni studentesche e altri hanno formato la rete “No Ddl Sicurezza – A Pieno Regime” e portato il caso fino a Bruxelles, denunciando la “deriva italiana” alle istituzioni UE. La Commissione e l’Europarlamento sono stati investiti di questa preoccupazione: l’Italia, culla di libertà civili, starebbe svoltando verso modelli ungheresi o polacchi dove chi protesta viene trattato da criminale. Un segnale concreto è che sei Relatori Speciali ONU hanno scritto formalmente al governo italiano esprimendo “forte preoccupazione” e indicando che molte disposizioni “potrebbero essere in contrasto con gli obblighi dell’Italia in materia di diritti umani” (Patto ICCPR). In particolare, gli esperti ONU hanno specificato che il ddl sicurezza violerebbe il diritto alla libertà personale (no detenzioni arbitrarie), la libertà di movimento, il giusto processo, la privacy, la libertà di espressione, di riunione e di associazione. In pratica, un colpo mortale allo “spazio civico” di protesta e ai difensori dei diritti umani (poiché alcune norme punirebbero severamente anche le azioni di disobbedienza civile tipiche degli attivisti). Questa lettera ONU – evidenzia Santoro – ha luogo “dopo l’OSCE e il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa”, che già avevano lanciato l’allarme sul ddl. Dunque, c’è una preoccupazione internazionale generalizzata che in Italia si stia scivolando verso la soppressione delle libertà democratiche fondamentali. Di fronte a questi moniti, i critici interni chiedono al governo e al Parlamento di fare un passo indietro: “Di fronte a così tante qualificate prese di posizione, dovrebbero tornare sui propri propositi”, afferma Patrizio Gonnella. Persistere equivarrebbe a isolare l’Italia dalle democrazie liberali e a mettere a rischio la stessa tenuta costituzionale. In conclusione, chi si oppone al decreto sicurezza considera questo provvedimento come un vero e proprio “decreto repressione”, un attacco senza precedenti allo stato di diritto nella parte che riguarda la libertà di riunione e di espressione collettiva.

Madeleine Maresca, 27 gennaio 2026

 
03

Il Decreto introduce una linea dura contro baby gang e violenza giovanile

FAVOREVOLE

Una delle colonne portanti del pacchetto sicurezza 2026 è la risposta decisa al fenomeno delle cosiddette “baby gang” e, più in generale, alla violenza minorile. I favorevoli ritengono che fosse indispensabile intervenire di fronte a giovani (talvolta giovanissimi) che girano armati di coltelli e commettono aggressioni brutali, con una spavalderia alimentata da un senso di impunità. “Ci dobbiamo interrogare su come sia possibile che dei ragazzi a scuola regolino i conti a coltellate”, ha affermato il ministro Piantedosi dopo l’omicidio di uno studente 18enne accoltellato in classe da un coetaneo a La Spezia. L’orrore suscitato da questo episodio e da altri casi di risse con armi bianche tra minorenni ha creato consenso attorno a misure anche drastiche pur di disarmare i “baby criminali”. Il decreto introduce infatti un divieto assoluto di porto di coltelli a scatto o lame sopra 5 cm, punito con fino a 3 anni di reclusione. Vieta inoltre che chiunque (minorenne o adulto) giri con altri oggetti atti a offendere (mazze, lame >8 cm) se non per motivo giustificato, prevedendo anch’esso pene detentive fino a 2-3 anni. Significa che se un ragazzino viene fermato con un coltello a serramanico in tasca senza motivo, potrà essere arrestato e – questa è la novità – anche posto in custodia cautelare in carcere. Si supera così l’ostacolo giuridico per cui finora il porto d’armi improprie era contravvenzione di lieve entità e i minorenni finivano quasi sempre rilasciati. Non solo: il pacchetto introduce la facoltà di arresto in flagranza per un minore sorpreso con un coltello, con possibilità di misure restrittive. Questo invia un messaggio chiaro, secondo i pro: “non tolleriamo più baby gang armate”. In parallelo, scatta il divieto di vendita di coltelli ai minori, anche online, e sanzioni severe per i negozianti che li cedono ai ragazzi. L’insieme di queste norme mira a togliere letteralmente dalle mani dei minorenni i mezzi per ferire e uccidere: l’ambizione dichiarata è prevenire altre tragedie come quella di La Spezia. I favorevoli ricordano che i dati di Save the Children mostrano un preoccupante aumento di minori trovati armati: dal 2019 al 2024 sono più che raddoppiati (da 778 a quasi 2.000 l’anno) i casi segnalati, e nel primo semestre 2025 erano già 1.096. Di fronte a questa tendenza non si poteva stare a guardare – sostengono – magari aspettando la prossima vittima. Colpire il possesso delle armi (coltelli, tirapugni ecc.) nei teenager è visto come un atto di responsabilità: “disarmare i maranza”, come titolava un quotidiano, riferendosi al gergo che definisce i bulli di strada. Il pugno di ferro si estende anche alle condotte violente o predatorie dei minorenni: il catalogo dei reati per l’ammonimento del questore (oggi applicabile dai 14 anni in su) viene ampliato e abbassato d’età. D’ora in poi un dodicenne che commette reati come lesioni, rissa, minaccia o violenza privata con armi potrà ricevere un ammonimento formale dell’autorità di pubblica sicurezza. L’ammonimento per i 12-14enni è una misura quasi pedagogica ma dalla forte valenza simbolica: lo Stato entra in scena subito, non aspetta che questi ragazzini diventino delinquenti incalliti. È un monito che può avere un impatto di deterrenza sull’adolescente e sul suo nucleo familiare. Proprio la famiglia è chiamata in causa: il ddl prevede una sanzione pecuniaria da 200 a 1.000 euro a carico del genitore o tutore di un minorenne (sopra i 14 anni) che sia stato ammonito dal questore o sorpreso con un’arma, qualora il tutore non dimostri di aver fatto il possibile per impedirglielo. L’idea è rendere i genitori parte attiva della soluzione, responsabilizzandoli sulla condotta dei figli. “Non possiamo mettere un carabiniere dietro ogni minorenne, servono anche educazione e senso di responsabilità”, ha detto Piantedosi, segnalando come il provvedimento abbia anche un intento culturale, oltre che repressivo. I sostenitori apprezzano questo approccio a doppio binario: da un lato punire i ragazzi che sbagliano (carcere per i reati gravi, fermi in flagranza ecc.), dall’altro coinvolgere le famiglie e la società nel controllo. Un “patto di corresponsabilità”, per così dire, in cui lo Stato fa la sua parte (mostrando il volto fermo della legge) e i genitori sono incentivati a non delegare. In quest’ottica, la punizione pecuniaria ai tutori serve a “non far girare lo sguardo altrove” ai genitori di figli violenti. Anche su questo fronte, l’opinione pubblica appare in sintonia: oltre il 70% degli italiani approva le misure contro i minori violenti. Persino tra gli elettori di sinistra c’è significativa approvazione, segno che la gente – al di là delle ideologie – vuole sentirsi sicura anche di fronte alle bande giovanili. Altra misura sostenuta è la possibilità di revocare patente, passaporto o permesso di soggiorno ai minori recidivi in reati di coltelli o droga: per i pro, togliere alcuni privilegi (la patente) può essere un efficace deterrente per un diciassettenne incosciente, molto più di una ramanzina. In generale, il pacchetto sicurezza instaura finalmente una “tolleranza zero” verso le baby gang: non c’è più impunità. Chi picchia coetanei o compie rapine in gruppo avrà conseguenze serie. Questo, secondo i favorevoli, avrà un effetto dissuasivo: il minorenne borderline saprà che ora rischia davvero il carcere e che i genitori ne risponderanno sul piano amministrativo e sociale. La componente educativa non è assente: l’ammonimento sarà un segnale per rientrare nei ranghi prima che sia troppo tardi. Inoltre, con il prefetto che potrà vietare l’accesso a certe aree urbane a soggetti anche solo denunciati per reati commessi durante assembramenti o feste, si potrà impedire ai gruppi di bulli di riconvergere nei luoghi tipici (parchi, discoteche, stazioni) e fare branco. I pro citano come modello le zone rosse e i Daspo adottati per arginare fenomeni come i “parchi della droga” o le tifoserie violente: misure analoghe, applicate alle teen gang, potrebbero ridurne l’attività dannosa. Un altro elemento di “linea dura” è la previsione di circostanze aggravanti specifiche se i reati sono commessi da soggetti travisati (col volto coperto) o in branco (più persone riunite) e vicino a scuole, parchi o stazioni. Ciò aumenterà la pena per quei bulli che aggrediscono magari compagni fuori da scuola col passamontagna addosso – rendendo più facile anche per un giudice minorile disporre misure restrittive. I favorevoli insistono che non si vuole “criminalizzare i ragazzini per forza”. Semplicemente si colma un vuoto: se a 15 anni sai che puoi finire in manette se vai in giro col coltello o se rifai le stesse bravate, forse ci penserai due volte. Nel frattempo, lo Stato rafforza la presenza educativa con programmi ad hoc (il Viminale ha in parallelo avviato campagne nelle scuole). Repressione e prevenzione non sono alternative ma complementari – dicono i favorevoli – e questo pacchetto usa la leva repressiva per favorire anche una riflessione culturale. Dunque, il decreto sicurezza fornisca quell’armamentario giuridico che finora mancava per stroncare sul nascere le derive violente tra i giovani.

Madeleine Maresca, 27 gennaio 2026

 
04

Il Decreto è fuori dalla Costituzione: proporzionalità e garanzie sono annullate

CONTRARIO

I critici affermano che il Decreto sicurezza 2026 contiene varie disposizioni che violano principi costituzionali fondamentali e i cardini dello Stato di diritto. In particolare, viene segnalata la rottura del principio di proporzionalità delle pene, il sovvertimento della presunzione di innocenza, la compressione del diritto alla difesa e l’alterazione degli equilibri tra poteri (limitando il controllo giudiziario). “È un provvedimento fuori dal solco tracciato dalla Carta”, avvertono i giuristi intervistati da “Avvenire”. Un esempio lampante è l’inasprimento indiscriminato delle sanzioni penali. Il ddl prevede fino a 10 anni di carcere per il furto in abitazione aggravato, equiparando di fatto questo reato (contro il patrimonio, senza violenza alle persone) alle pene previste per delitti di gravità ben diversa come, ad esempio, le lesioni personali gravissime o alcuni tipi di violenza. Il professore di Diritto penale Luca Masera commenta che portare la pena minima per un furto a 6 anni “è assurdo dal punto di vista sanzionatorio” e “scavalca perfino i limiti del Codice Rocco del 1930”, noto per il suo rigore. In altre parole, si eccede anche la logica punitiva del codice fascista, rompendo quell’equilibrio calibrato nei decenni di democrazia. Nel 1930, la partecipazione a uno sciopero con turbativa dell’ordine pubblico poteva essere attenuante; ora manifestare diventa aggravante. “Un arretramento culturale e giuridico profondo”, chiosa Antigone sul drastico aumento di pene per reati di minore allarme sociale. Questa sproporzione viola non solo il buon senso, ma gli artt. 3 e 27 della Costituzione che esigono razionalità e finalità rieducativa delle pene. Altro punto: il principio di non colpevolezza fino a condanna definitiva (art. 27 comma 2 Cost.) subisce attacchi diretti. Il decreto consente di vietare la partecipazione a pubbliche riunioni a chi abbia una condanna non definitiva per reati da manifestazione. Significa punire come se fosse colpevole un individuo che potrebbe essere assolto in appello o Cassazione. “Si adotta una presunzione di colpevolezza contra Constitutionem”, afferma la costituzionalista Ines Ciolli, colpita dal fatto che questo avvenga “ancor più evidentemente se si confronta con l’altro lato della medaglia”: i poliziotti in caso di uso della forza saranno presunti innocenti, anzi non indagabili, già prima di ogni verifica. Ci si trova di fronte a un doppio standard giuridico inquietante: da un lato i comuni cittadini possono essere sanzionati e privati di diritti (di manifestare, di entrare in certe aree ecc.) sulla base di semplici denunce o condanne provvisorie; dall’altro gli agenti di polizia ottengono un trattamento di favore che li esenta dall’azione penale preliminare anche se ci sono notizie di reato (basta invochino la legittima difesa o il dovere). La Ciolli definisce questa sperequazione come un’alterazione “evidente” della presunzione d’innocenza, che viene negata ai comuni cittadini e resa “ultra forte” per gli appartenenti alle forze dell’ordine. Non a caso, la Commissione Europea ha ricordato all’Italia gli obblighi sulla presunzione d’innocenza e il diritto a non essere trattato da colpevole prima della condanna definitiva (Direttiva UE 2016/343): gli articoli sul Dacur esteso ai denunciati o sui divieti per condannati non definitivi paiono violare tale direttiva e gli art. 11 e 117 Cost. L’OSCE, in un parere di maggio 2024, aveva già avvertito che “la maggior parte delle disposizioni ha il potenziale di minare i principi fondamentali della giustizia penale e dello stato di diritto”. L’OSCE dice che questi articoli travolgono i principi cardine del sistema penale.
Anche l’introduzione del reato di blocco stradale (nel 2025) è stata criticata: punire con fino a 6 anni e 2 anni di interdizione dai pubblici uffici chi blocca una strada appare un uso abnorme del diritto penale per questioni di ordine pubblico transitorie. Gli stessi Special Rapporteurs ONU hanno evidenziato come le nuove norme su gestione delle proteste e aumenti di pena “limiteranno gravemente lo spazio civico e le attività dei difensori dei diritti umani” e sembrano contrarie anche a disposizioni della nostra Costituzione. Un aspetto sottolineato da più voci critiche è l’alterazione dell’equilibrio dei poteri e del principio di controllo reciproco. Ad esempio, lo scudo penale per le forze dell’ordine – che impedisce al PM di iscrivere un agente per fatti occorsi in servizio, se questi adduce una causa di giustificazione – viene visto come un attacco all’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112 Cost.). “Si mette in discussione l’obbligatorietà dell’azione penale”, scrive Antigone, “alterando l’equilibrio tra poteri dello Stato”. Il pubblico ministero, potere indipendente, viene di fatto esautorato nel suo compito di valutare se un fatto merita indagine: la norma glielo proibisce proprio in presenza di quelle cause che più richiederebbero verifica (uso armi, legittima difesa invocata). È un caso unico – osservano i giuristi – di reato per cui “in via presuntiva” non si procede a indagare l’autore. Questo sottrae gli agenti alla giurisdizione, creando di fatto una classe speciale di cittadini non soggetti alle stesse regole penali dei comuni cittadini. Così “il poliziotto diventa intoccabile”, critica Marietti: un’idea inaccettabile in uno Stato costituzionale dove “la legge è uguale per tutti”. Anche l’estensione contra legem del Daspo urbano (divieto di accesso) a soggetti non condannati definitivamente rappresenta un indebolimento delle garanzie giurisdizionali: prima serviva sentenza definitiva, ora basta una denuncia. Si passa da un controllo pieno del giudice a una decisione preventiva dell’autorità amministrativa (questore) su base di atti non definitivi. Questo capovolge l’impostazione garantista del codice attuale. Altre criticità costituzionali: l’art. 17 Cost. sancisce che per le riunioni non armate non è richiesto preavviso, tranne che in luogo pubblico (dove va dato preavviso ma non serve autorizzazione). La depenalizzazione del mancato preavviso nel pacchetto Meloni – sostituendo la pena con maxi-multa – potrebbe sembrare migliorativa, ma in realtà contestualmente introducono sanzioni iper-severe se la manifestazione non preavvisata “procura intralcio o turbamento”: 10-20mila euro. Di fatto, senza dire esplicitamente “è vietato manifestare senza preavviso”, la norma lo rende impossibile per chiunque non rischi il lastrico. Ciò appare una violazione surrettizia dell’art. 17, la cui ratio è permettere anche riunioni spontanee (il preavviso serve a facilitare l’ordine pubblico, ma la mancanza di esso non può di per sé impedire l’esercizio del diritto, tant’è che oggi è solo sanzionata con ammenda < €400). Portare la sanzione a decine di migliaia di euro è un chilling effect incostituzionale – notano i critici. Anche l’art. 21 (libertà di espressione) risulta offeso: criminalizzare anche le forme di protesta non violente, come il blocco stradale con sit-in, vuol dire togliere ai movimenti sociali uno strumento storico di pressione. Human Rights Watch evidenzia che penalizzare i blocchi stradali con fino a 7 anni di carcere colpisce prassi di disobbedienza civile usate dai movimenti per i diritti umani e l’ambiente in tutto il mondo. È la logica del “diritto penale del nemico”: considerare i manifestanti come nemici da debellare, anziché cittadini portatori di istanze. “Si corrobora la visione del manifestante come pericoloso da trattare con regime speciale, a fronte di tutele rafforzate per la polizia” – dice Masera. Questa frase racchiude una forte critica: il decreto deforma il sistema di garanzie orientandolo tutto a favore dell’ordine costituito (polizia, autorità) e comprimendo le garanzie per gli individui, specialmente se dissenzienti o marginali. “L’Italia rischia di porsi ai margini delle democrazie liberali”, avverte Gonnella, perché sta invertendo quell’equilibrio faticosamente costruito tra sicurezza e libertà. Un sintomo di incostituzionalità diffusa è anche la moltiplicazione di reati e aggravanti costruiti in chiave emergenziale. In meno di un anno la maggioranza ha introdotto 48 nuovi reati e innumerevoli aggravanti, saturando il Codice penale di fattispecie ridondanti e spesso ad personam (come il reato di “raduno invasione” contro i rave party, poi ritirato). Giuristi autorevoli (come Flick, Zagrebelsky) hanno parlato di “diritto penale simbolico” e “populismo penale”, notando che norme scritte sull’onda emotiva di casi isolati spesso sono incostituzionali perché irragionevoli (art. 3 Cost.) e ineffettivi rispetto alle finalità dichiarate (art. 27 co. 3). Il pacchetto sicurezza sembra un compendio di tali leggi-simbolo: il diritto penale usato come propaganda, poco curante dei vincoli costituzionali. I contrari ritengono che vari articoli verranno inevitabilmente censurati dalla Corte costituzionale o dai giudici europei, ma nel frattempo i diritti saranno compressi e occorreranno anni di battaglia legale. Nel frattempo, l’ordinamento subisce un “vulnus giuridico e democratico” (Gonnella). Per gli oppositori, il governo sta “infischiandosene del diritto internazionale” e pure dei parametri costituzionali interni, consapevole che avrà vita breve ma spingendo comunque il limite per fini di consenso immediato. Tutto ciò appare estremamente pericoloso: “va di moda infischiarsene del diritto internazionale, da un lato e dall’altro dell’oceano”, commenta amaramente Marietti, riferendosi a leader come Trump o Meloni. Insomma, si individua un filo comune con il populismo autoritario globale: manipolare le norme e i princìpi giuridici per vantaggi politici, indebolendo deliberatamente lo Stato di diritto.

Madeleine Maresca, 27 gennaio 2026

 
05

Il decreto sicurezza 2026 difende i confini e contrasta l’immigrazione clandestina

FAVOREVOLE

I sostenitori del decreto sicurezza 2026 enfatizzano un altro aspetto: quello del controllo dell’immigrazione irregolare e della protezione della sicurezza nazionale. In continuità con la politica migratoria del governo Meloni, il pacchetto contiene misure che ricalcano – e rafforzano – i decreti Salvini del 2018-2019: in primis la possibilità per l’esecutivo di chiudere i porti alle navi delle ONG che trasportano migranti soccorsi in mare. Secondo i favorevoli, questa norma (interdizione temporanea delle acque territoriali per motivi di sicurezza nazionale) è fondamentale per difendere la sovranità italiana sui confini marittimi. Il ragionamento è che, di fronte a flussi migratori fuori controllo o sospetti di infiltrazioni terroristiche, l’Italia deve avere lo strumento legale per fermare gli sbarchi indiscriminati. “Pressione migratoria eccezionale” e “pericolo di infiltrazioni terroristiche” figurano infatti tra i presupposti per attivare il blocco navale. Il governo ha giustificato questa misura come necessaria per scoraggiare i trafficanti di esseri umani e imporre alle ONG di rispettare le regole (già nel 2023 con il decreto Piantedosi vennero posti vincoli sulle operazioni di soccorso multiplo). Molti nel centrodestra la considerano un fiore all’occhiello: “Si torna ai decreti sicurezza salviniani” che – sostengono – avevano ridotto drasticamente gli sbarchi. Sebbene dati globali mostrino dinamiche migratorie complesse, Matteo Salvini rivendica che grazie ai suoi decreti del 2018-19 “abbiamo ridotto del 90% gli sbarchi” (affermazione contestata, ma diffusa nella narrativa leghista). Gli attuali proponenti intendono riportare quell’approccio: “più severità” verso la “mancata integrazione”, ha detto Salvini, significando che se i migranti non si comportano bene verranno espulsi. Il pacchetto include infatti norme per facilitare i rimpatri degli stranieri irregolari o pericolosi. Ad esempio, si introduce – in linea con un Regolamento UE in arrivo nel 2026 – il concetto di “Paese terzo sicuro”: se un richiedente asilo è transitato da un paese considerato sicuro, la sua domanda in Italia potrà essere dichiarata inammissibile. Questo in concreto permette di respingere molte richieste d’asilo e rimpatriare più rapidamente i migranti in quei paesi di transito (ad esempio in Albania, con cui l’Italia ha accordi). I sostenitori sottolineano come ciò colmi finalmente una falla: troppi migranti economici hanno finora sfruttato le lungaggini delle procedure di asilo per restare in Italia, mentre ora – con l’inammissibilità – verranno direttamente rifiutati. Velocizzare le espulsioni di chi non ha diritto a restare è visto come un atto dovuto verso la legalità: “se commettono un reato, smettono di essere nostri ospiti e tornano a casa loro”, ha chiosato Salvini a proposito dei minori stranieri delinquenti. Il pacchetto iniziale non conteneva il rimpatrio automatico dei minori stranieri criminali (ipotesi spinta dalla Lega ma accantonata, per ora), tuttavia i pro lasciano intendere che se ne riparlerà. Già la stretta prevista “limita ulteriormente i ricongiungimenti familiari” e restringe le misure di inclusione per i minori stranieri non accompagnati, riducendo quell’“effetto calamita” che – secondo la destra – attrae in Italia minori poi difficili da gestire. Per i favorevoli, l’approccio generale è: più sicurezza significa anche meno immigrazione illegale. Ogni migrante irregolare che delinque e rimane impunito è un fallimento dello Stato; ogni sbarco non controllato erode la percezione di sicurezza. Dunque, dotare il Viminale di poteri più ampi nei rimpatri è un elemento chiave. Il decreto conferisce anche al governo una delega a regolamentare la vita nei CPR (Centri di Permanenza per i Rimpatri) via decreti legislativi. I sostenitori ritengono che così si potranno uniformare e magari irrigidire le regole interne dei centri di detenzione amministrativa, chiudendo spazi normativi che in passato hanno permesso eccessi di lassismo (ad esempio, detenuti nei CPR che protestano o danneggiano le strutture senza sanzioni chiare). Una menzione a parte merita la norma sul foglio di via: se uno straniero riceve un ordine di espulsione (il classico “foglio di via”) e non lo rispetta, la sua eventuale domanda di protezione internazionale non sospenderà più l’efficacia dell’espulsione. Significa che si potrà eseguire il rimpatrio anche in pendenza di ricorso contro il diniego d’asilo, evitando che i migranti restino anni in Italia a suon di appelli. Chi è destinato a lasciare l’Italia lo dovrà fare subito. Questa, per i favorevoli, è una svolta di legalità e buon senso: “chi viene in Italia deve rispettare le regole”, e se non ha diritto a restare, deve andarsene. Anche zone rosse e Daspo sono al servizio del controllo migranti: nelle bozze si parla di applicarli anche intorno a stazioni e litorali, dove spesso stazionano irregolari dediti ad attività illecite. Sul fronte marittimo, i pro segnalano come finalmente il decreto allinei l’Italia a paesi come Malta o la Grecia, che chiudono le acque quando c’è rischio per la sicurezza nazionale. Del resto, sottolineano, la bozza prevede che l’interdizione dei porti valga solo in casi gravi: rischio terrorismo, emergenze sanitarie, arrivi ingestibili. Dunque, non è affatto un “no entry” permanente, ma uno strumento da usarsi responsabilmente. Si ricorda poi che nel 2019, quando Salvini applicò il blocco navale, gli sbarchi calarono significativamente (dai 182mila del 2016 ai 3.000 del 2019, benché quest’ultimo dato fu frutto di più fattori). Altra novità: per scoraggiare abusi, i migranti chiusi nei CPR avranno l’obbligo di collaborare all’identificazione; diversamente, la loro domanda d’asilo sarà rigettata. In tal modo si evita il “trucco” di chi, senza documenti, forniva generalità false o rifiutava rilievi per far perdere tempo. Questo meccanismo è collegato al concetto di “safe third country”: l’Europa sta andando in tale direzione (lo conferma il Regolamento UE 2024/1348 menzionato in bozza), perciò l’Italia si porta avanti. “Saranno le nuove regole europee a risolvere i problemi”, ha confermato Piantedosi parlando dei centri in Albania – appena entreranno in vigore. Nel frattempo, i centri in Albania “continuano a operare come CPR per rimpatriare migranti”, segno che l’approccio del governo è di esternalizzare la gestione migratoria. L’elemento sicurezza nazionale è stato sottolineato anche da esponenti come Nicola Molteni (Lega), per cui il pacchetto serve ad “alzare la qualità del contrasto all’immigrazione irregolare e delle capacità operative delle forze di polizia”. “Chi arriva illegalmente e delinque, dev’essere espulso subito” è il mantra ripetuto nei comizi – e questo decreto mira esattamente a rendere più spedite tali espulsioni, riducendo tutele considerate eccessive. I pro citano la stretta sui ricongiungimenti familiari: venire in Italia con la scusa di raggiungere un parente sarà più difficile, poiché troppi ne hanno abusato. Analogamente, i minori stranieri non accompagnati non verranno più trattati come intoccabili: il governo intende ridurre le misure di inclusione e se necessario (casi di reati) prevederne la rimessa sotto tutela consolare per rispedirli nel paese d’origine. Dunque, il pacchetto sicurezza permette all’Italia di controllare finalmente chi entra e chi esce. Questo aumenta la sicurezza interna (meno clandestini senza identità in giro) e incide anche sul senso di legalità: la gente vedrà che lo Stato non subisce passivamente sbarchi e reati degli stranieri, ma reagisce. Il motto salviniano “aiutiamoli a casa loro” si traduce in normative come queste: se sei pericoloso o irregolare, torni a casa tua. Da notare che molte misure di questo tipo godono di un discreto appoggio trasversale nell’elettorato: il sondaggio Noto menzionato evidenzia che pure provvedimenti controversi come gli sgomberi forzati o gli arresti preventivi (visti da alcuni come autoritari) trovano attorno al 60% di consensi.

Madeleine Maresca, 27 gennaio 2026

 
06

Il Decreto applica misure inefficaci che ignorano i problemi reali

CONTRARIO

Dal punto di vista dei critici, il Decreto sicurezza 2026 è non solo autoritario ma anche inefficace e fuorviante rispetto agli obiettivi dichiarati. Si sostiene che queste misure siano dettate più dalla propaganda securitaria e dalla volontà di mostrare “il pugno di ferro” all’elettorato, che da un reale bisogno di sicurezza. In altre parole, sarebbe una risposta sbagliata a problemi mal posti, con il rischio concreto di peggiorare la situazione anziché migliorarla. Un primo argomento è che non esiste la paventata emergenza sicurezza: l’Italia attuale non sta vivendo un’escalation di reati tale da giustificare un giro di vite così draconiano. I dati ufficiali mostrano da anni un trend di criminalità in calo o stabile, tanto da far dire all’ISTAT che l’Italia è ai vertici di sicurezza in Europa (circa 0,5 omicidi per 100k abitanti, uno dei tassi più bassi al mondo). “L’Italia è uno dei Paesi più sicuri al mondo” riconosce la stessa Internazionale, che conferma: “non c’è nessuna emergenza di ordine pubblico da affrontare: c’è solo il bisogno di alimentare la propaganda della paura”, come dichiarato dalla responsabile legalità del PD Enza Rando. Secondo questo punto di vista, il governo sta strumentalizzando singoli episodi di cronaca nera (per quanto gravi, come l’accoltellamento di La Spezia o i fatti di Termini) per dipingere un quadro di insicurezza generalizzata che nei dati non esiste, al fine di giustificare misure repressive funzionali al consenso. “Veniamo distratti dai veri problemi” ammonisce Susanna Marietti: mentre si parla di baby gang e immigrati, non si parla di disoccupazione, sanità o disuguaglianze. La retorica dell’“uomo forte” che risolve tutto con la legge e l’ordine è un classico espediente populista – dicono i critici – per dirottare le paure popolari su bersagli semplici (zingari, migranti, giovani delinquenti) e coprire l’incapacità di risolvere questioni complesse. “Come da anni accade, veniamo distratti dalle vere questioni” scrive Marietti: la sicurezza come arma di distrazione di massa. In realtà, aggiungono, i fenomeni criminali citati sono in calo: gli stessi reati dei minori in Italia sono tra i più bassi d’Europa (363 su 100k contro migliaia di altri paesi). Save the Children, che pure rileva il raddoppio di minori segnalati per armi improprie, ricorda che “nonostante l’aumento, l’Italia continua a essere tra i paesi col più basso tasso di criminalità minorile”. Non c’è un’epidemia di baby gang, c’è semmai un problema sociale circoscritto in alcune periferie. L’ammonizione di Save the Children – “evitare letture allarmistiche non contestualizzate” – suona come un rimprovero implicito al governo, che fa proprio il contrario: generalizza e amplifica la percezione di insicurezza. L’efficacia pratica del pacchetto viene fortemente messa in dubbio. Molti osservatori ritengono che misure così punitive non risolveranno affatto i problemi dichiarati, anzi potrebbero aggravarli. Ad esempio, riempire le carceri di giovanissimi e piccoli delinquenti rischia di far esplodere un sistema penitenziario già al collasso: ci sono oltre 62mila detenuti per 47mila posti (affollamento >132%), e i detenuti aumentano di 5000 unità ogni 2 anni dopo gli ultimi pacchetti. Queste leggi ne porterebbero dentro molti di più – con l’effetto opposto alla sicurezza: carceri più affollate = carceri più violente, e reclusi con pene minori mescolati a criminali professionisti destinati a uscirne peggiori di prima. “Si aggravano sovraffollamento e tensioni in carcere”, denuncia il Consiglio d’Europa. Non a caso, in parallelo al decreto, si sono moltiplicati i suicidi e le rivolte carcerarie (17 suicidi estate 2025): segno che il sistema sta cedendo. Eppure, il governo continua a “rispondere con il diritto penale a fenomeni sociali complessi”, lamenta Antigone, invece di investire in alternative alla detenzione. “La sicurezza non si crea con l’autoritarismo, ma rafforzando il welfare, il lavoro stabile, la scuola e la sanità pubblica” – argomenta la responsabile PD Rando, affermando che i veri rimedi all’insicurezza sono sociali non penali. Questa visione è condivisa da molte organizzazioni: Save the Children sottolinea che la violenza giovanile nasce “in un vuoto di luoghi e relazioni” e che “servono risposte oltre la logica esclusivamente repressiva”, come più investimenti nell’educazione (l’Italia spende solo il 3.8% PIL in istruzione vs >4.5% media UE). Nel pacchetto sicurezza però non c’è nulla su questo: “cancella qualsiasi approccio educativo, sociale e preventivo”, nota Antigone a proposito della gestione dei minorenni. Sanzioni e prigione, nessun cenno a recupero, reinserimento o sostegno psicologico. “È solo con la reazione penale che questo governo finge di affrontare i problemi del Paese”, scrive Marietti: la critica è che l’esecutivo non sappia fare altro che inasprire pene, come panacea per tutto. Anche sul fronte migratorio, i critici reputano le misure inefficaci e dannose. I blocchi navali di Salvini nel 2019 non risolsero l’immigrazione (le rotte cambiarono, e nel 2020-21 i numeri risalirono) ma causarono violazioni di diritti e tensioni internazionali. Ora replicare quell’approccio rischia di provocare altre tragedie in mare (navi costrette a rimanere fuori dai porti) e di contravvenire al Diritto del mare e ai doveri di soccorso, come segnalato dagli esperti. “Una misura che solleva gravi profili di illegittimità costituzionale e di contrasto col diritto internazionale del mare”, denuncia Antigone sul blocco navale senza controllo giudiziario. Inoltre, la stretta sui ricongiungimenti e il trattenimento dei migranti non faranno altro che aumentare gli irregolari invisibili sul territorio. Esperienze pregresse mostrano che abolire canali regolari e misure umanitarie produce solo più clandestinità e insicurezza. “Un decreto fatto per combattere l’illegalità, produrrà illegalità”, aveva avvertito Lorenzo Trucco (ASGI) già nel 2018. Difatti, dopo i decreti Salvini ci fu un balzo di migranti irregolari: +60mila stimati da ISPI in due anni. “Quella norma mira a creare irregolarità, non a gestire l’immigrazione”, criticò Mario Morcone nel 2018. Oggi si rischia lo stesso: respingere a priori richieste d’asilo di chi è transitato altrove (il concetto di “Paese terzo sicuro”) potrà portare a espellere persone verso paesi non sicuri, con possibili respingimenti a catena e violazioni del principio di non-refoulement. Questo potrebbe far incorrere l’Italia in condanne internazionali (CEDU, Corte UE) senza risolvere il problema immigrazione. “Le prigioni amministrative (CPR) peggiori del carcere consolidano regimi illegali”, afferma Antigone: il decreto delega sul CPR appare un modo per codificare prassi già criticate (trattenimenti lunghi, condizioni disumane) e sottrarle al sindacato pieno dei giudici. Ciò potrebbe portare a contenziosi e non fermerà certo chi fugge da guerre e miseria. “I partiti di governo stanno giocando a chi radicalizza di più il ddl Sicurezza”, osserva la rete A Pieno Regime, “arrivando a sostenere l’impunità per gli agenti che reprimono il dissenso”. La critica qui è duplice: da un lato, in tema di ordine pubblico si sta scegliendo la radicalizzazione repressiva (che storicamente alimenta ulteriore conflitto sociale anziché pacificarlo); dall’altro, si mette persino in discussione il ruolo di controllo della magistratura (con lo scudo penale), il che può portare ad abusi di potere e a rottura di fiducia tra cittadini e istituzioni. Infatti, lungi dal portare più sicurezza, questa impunità presunta per la polizia può incentivare comportamenti oltre le righe e alimentare tensioni. Si citano casi: a Brescia nel 2023 agenti hanno pestato pacifici manifestanti climatici, forse sentendosi incoraggiati dalla retorica governativa anti-eco-attivisti. Se ora sanno di essere coperti dallo scudo, simili episodi potrebbero moltiplicarsi. Il risultato sarebbe meno sicurezza percepita dai cittadini, soprattutto dalle minoranze e oppositori, che potrebbero iniziare a temere la stessa polizia. Gli oppositori del decreto delineano quindi uno scenario paradossale: anziché migliorare la sicurezza reale, questo pacchetto potrebbe peggiorare la “sicurezza umana” (intesa come qualità della convivenza e fiducia nello Stato). “La sicurezza non si costruisce con l’autoritarismo”, ribadiscono in tanti: un paese dove dissenso e disagio sociale vengono repressi produce solo più rancore sotterraneo, tensione e ingiustizia. Viceversa, investire in politiche di coesione riduce davvero la criminalità. Ad esempio, a fronte del problema baby gang, Save the Children e il Garante Infanzia riportano dati: i reati dei minori 14-17 anni in realtà sono calati del 4% dal 2022 al 2023. Ciò suggerisce che progetti educativi avviati stanno funzionando; punire di più (ammonimenti polizieschi a 12enni, arresto minori ecc.) potrebbe invertire quel trend virtuoso. Il Garante Infanzia ha osservato come i reati giovanili siano in diminuzione e ha avvertito che la soluzione non è restringere le misure rieducative, bensì potenziarle. Anche su spaccio e devianza minorile, lo stesso decreto Caivano del 2023 non ha evidenziato effetti positivi, anzi i dati parlano di “mai così tanti minori in carcere da dieci anni” dopo quell’inasprimento. “La violenza non si ferma con la repressione”, titola “Domani” citando Save the Children, che sollecita appunto strategie di prevenzione e inclusione. Ignorare questi appelli e insistere solo sul codice penale appare ai critici un grosso errore di valutazione. Sul versante economico, si nota un altro controsenso: il governo spinge su costose misure repressive (il carcere e i CPR costano molto di più di un buon programma di recupero) mentre ha tagliato risorse in manovra alla sicurezza preventiva. Lo denuncia il segretario SILP: “la legge di bilancio 2026 non ha stanziato nuove risorse per la sicurezza, anzi ha imposto tagli e restrizioni, specie sulle assunzioni”. Quindi non ci sono fondi per più poliziotti, ma si introducono reati che quei pochi poliziotti dovranno gestire (con più straordinari e pratiche burocratiche). Colapietro definisce il pacchetto “un esercizio retorico di machismo securitario, a costo zero, che esaspererà il disagio sociale e aggraverà il lavoro delle forze dell’ordine”. In pratica, poliziotti già sotto organico dovranno occuparsi di ammonire ragazzini, presidiare indefinite zone rosse, perquisire manifestanti – distogliendoli da compiti investigativi e di prossimità. D’altronde, nota il SILP, “nonostante i numerosi pacchetti e decreti, la sicurezza percepita è peggiorata” in questi tre anni: segno che i precedenti giri di vite non hanno centrato il bersaglio. Il governo Meloni aveva già approvato nell’aprile 2025 (con fiducia) un primo decreto sicurezza convertito in legge 80/2025. A distanza di pochi mesi, eccoci a un secondo pacchetto – osservano i critici – il che dimostra che il primo non ha risolto nulla.

Madeleine Maresca, 27 gennaio 2026

 
07

Con il decreto, minorenni trattati come criminali: fallimento educativo e rischio escalation

CONTRARIO

La parte del decreto dedicata ai minori (la cosiddetta “linea dura” contro baby gang e violenza giovanile) è forse una delle più contestate dagli esperti di settore. I critici sostengono che affrontare il problema dei minori devianti solo con strumenti repressivi – ammonimenti di polizia, arresti, carcere anche per 12-13enni, multe ai genitori – sia non solo contrario all’approccio pedagogico richiesto dalle convenzioni internazionali (Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia), ma addirittura controproducente. “Le norme si fondano quasi unicamente su strumenti di polizia… cancellando qualsiasi approccio educativo, sociale e preventivo”, denuncia Antigone. Ciò rischia di trasformare adolescenti problematici in delinquenti incalliti, anziché recuperarli. Save the Children esprime “forte preoccupazione” proprio per quelle misure del pacchetto che “introducono una gestione di pubblica sicurezza delle condotte minorili su vasta scala”, considerandole un “arretramento rispetto alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia”. La Convenzione di New York, ratificata dall’Italia, stabilisce che i minori hanno diritto a misure speciali di protezione e a un approccio principalmente educativo, usando la detenzione solo come extrema ratio. Il pacchetto Meloni va in direzione opposta: abbassa l’età dell’intervento poliziesco formale a 12 anni (ammonimenti del questore); permette persino misure cautelari carcerarie per reati come il porto di coltello, anche per minorenni; prevede multe salate alle famiglie come punizione aggiuntiva. Questo appare in conflitto con l’art. 27 Cost. (funzione rieducativa della pena) e con l’art. 31 Cost. (protezione dell’infanzia). “Trattare ragazzini di 12 anni come un problema di ordine pubblico cancella anni di cultura minorile”, affermano pedagogisti e magistrati minorili. Carla Bassu, comparatista, dice: “Si conferma l’orientamento a una ‘penalizzazione’ della sicurezza insistendo in particolare su immigrazione e manifestazioni” e aggiunge – sul versante minori – che queste misure renderebbero l’Italia “tra i sistemi più rigidi in Europa”. La dottrina minorile italiana, da don Milani in poi, ha sempre privilegiato percorsi rieducativi e misure alternative al processo e alla pena per i minorenni, sapendo che punirli come adulti produce recidiva e devianza peggiore (l’effetto etichetta del carcere). Il decreto ignorerebbe tutta questa esperienza: “prevenzione della violenza giovanile fondata quasi solo su polizia, estesa fino ai 12enni, cancellando l’approccio educativo”. Significativo è il grido d’allarme lanciato dall’ex ministro e presidente del Tribunale minorile Liliana Segre (oggi senatrice a vita), che ha paragonato queste misure a “metodi ottocenteschi” di correzione e ha ricordato come già nel 1988 l’Italia fece una riforma del processo minorile all’avanguardia proprio per evitare la criminalizzazione precoce. Magistrati minorili attivi hanno fatto notare come l’ammonimento questorile a 12 anni e le sanzioni ai genitori “rischiano di spingere quei minori ai margini in un percorso deviante irreversibile”. Le famiglie spesso sono esse stesse fragili e prive di strumenti: multarle potrebbe provocare ulteriore povertà e conflitti, peggiorando il clima educativo. “Si colpiscono famiglie già in difficoltà, quelle benestanti troveranno scappatoie”, argomentano i critici: punire i genitori è una politica punitiva che non offre loro sostegno alcuno per recuperare i figli. Psicologi dell’età evolutiva sottolineano che tra i 12 e i 17 anni l’identità è in formazione e reagisce negativamente a stigmi e punizioni nette: un ragazzino percepito come “criminale” dal sistema tenderà a conformarsi a quel ruolo, mentre un intervento socioeducativo potrebbe deviarne la traiettoria. “Molti ragazzi cercano spazi per esprimere rabbia e fragilità: se questa possibilità manca, le risposte possono diventare distruttive”, spiega D’Errico di Save the Children. Il decreto però non prevede spazi nuovi né supporti psicologici: solo punizione. Già ora, con la stretta del decreto Caivano 2023, i minori in carcere sono aumentati sensibilmente: “mai così tanti da 10 anni”, riportano associazioni come La Via Libera. Ciò dimostra che è in atto una deriva che contraddice la tendenza storica di decarcerizzazione minorile. “Un concreto rischio è che si consolidino regimi detentivi peggiori di quelli carcerari per i minori”, afferma Antigone sui CPR e misure per minori stranieri. In particolare, la volontà leghista di rimpatriare minori non accompagnati (se dovesse passare in futuro) violerebbe convenzioni internazionali e produrrebbe situazioni di forte ingiustizia: “minori stranieri trattati diversamente da minori italiani”, nota l’associazione, che si dice contraria a “strette sulle misure di inclusione per minori stranieri”. Anche i minori rom e di altre minoranze rischiano: un senatore FdI ha dichiarato “le donne che fanno figli per borseggiare non meritano quei figli”, supportando l’abolizione del differimento pena per madri con neonati (introdotta nel 2025): parole agghiaccianti che paiono colpevolizzare i bambini nascituri. La linea governativa appare quindi punitiva anche verso l’infanzia più vulnerabile (bambini Rom neonati portati in cella con la madre). “Si tolgono alle madri anche i neonati per farle scontare il carcere”, denuncia l’associazione Non una di meno. Questo è in contrasto con l’art. 31 Cost. (protezione maternità e infanzia). Non stupisce quindi che la Commissione Infanzia della Camera stessa, in mano alla maggioranza, abbia sollevato dubbi su alcuni punti. In sostanza, gli oppositori temono che i giovani in situazione di disagio vengano trasformati in nemici pubblici invece di essere aiutati. E una società che vede i propri figli come un problema di polizia è una società che sta fallendo. L’ANPI evidenzia che il Ddl sicurezza “colpisce studentesse e studenti” e penalizza “il conflitto sociale, l’anima di ogni democrazia”: con studenti intende sia giovani attivisti (puniti in proteste) sia giovani devianti (puniti come criminali). “Una società che punisce i suoi giovani per non aver saputo educarli è una società che abdica al suo futuro”, ha detto uno psicologo su “La Repubblica”. Perfino la CEI (Conferenza Episcopale Italiana), di solito vicina alla destra su legalità, ha espresso perplessità: la Caritas ha ricordato l’importanza del recupero dei minori difficili, che la Chiesa porta avanti con comunità e oratori. “Invece di militarizzare le scuole, apriamo i doposcuola”, scrivono preti di frontiera. Insomma, l’approccio “poliziesco” viene considerato fallimentare: “la violenza giovanile si alimenta se lo Stato risponde con sola repressione”, dice Save The Children. Per ridurre le baby gang, affermano i critici, bisogna educare, includere, dare opportunità, non colpire e marginalizzare ulteriormente. E i genitori vanno aiutati (con servizi sociali, formazione, lavoro stabile) anziché multati e colpevolizzati. Un’analogia storica: nel 1931 il regime fascista istituì il Tribunale per i minorenni che puniva anche bambini di 9-10 anni considerati “irregolari”, con l’intento di reprimerne la devianza sul nascere. Quell’approccio fu superato nel dopoguerra perché giudicato disumano e inefficace. Ora i critici vedono echi di quel passato nel decreto Meloni. “Arretramento culturale” lo definisce Antigone: dal modello di giustizia minorile basata sul perdono e la comprensione, si torna a un “diritto penale dei minorenni” che era stato abbandonato negli anni ’70-’80. Anche la scelta di abolire il differimento pena per madri con bimbi piccoli (fatto col decreto 2025) va in quel solco punitivo: prima le madri condannate potevano stare con i figli fino a 1 anno fuori dal carcere, ora vengono imprigionate subito “perché le donne che fanno figli per rubare non meritano di tenerli” (parole testuali di un senatore FdI). Questo, oltre a punire i neonati (costretti in carcere o allontanati), non riduce certo i borseggi: bisogna combattere povertà e sfruttamento dei minori rom, non sbattere in galera le madri. Su questi aspetti, la critica è concorde: il governo mostra un approccio vendicativo verso i deboli, non risolutivo.

Madeleine Maresca, 27 gennaio 2026

 
08

Con il Decreto sicurezza 2026, forze dell’ordine più tutelate ed efficaci

FAVOREVOLE

Un punto qualificante sostenuto dai favorevoli è che il decreto Meloni finalmente supporta e protegge le forze di polizia, rafforzandone l’autorità operativa. Negli ultimi anni – a loro avviso – poliziotti e carabinieri hanno lavorato in prima linea in condizioni difficili, spesso sentendosi delegittimati e sotto tiro mediatico e giudiziario. Il pacchetto sicurezza intende porre rimedio, introducendo misure che restano nell’alveo della legge ma danno agli agenti maggiore serenità d’azione. Emblematica è l’introduzione del cosiddetto “scudo penale” per le forze dell’ordine. L’articolo 11 del ddl prevede infatti che il pubblico ministero non iscriva automaticamente nel registro indagati un agente quando appare che il fatto contestato è stato compiuto nell’esercizio di un dovere o in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio legittima difesa, uso legittimo delle armi). In pratica, se un poliziotto durante un intervento d’ordine pubblico commette atti potenzialmente costituenti reato ma dichiara di aver agito per legittima difesa o obbedendo a ordini, non scatterà subito l’indagine formale. Questa norma viene presentata come uno scudo a tutela di chi rischia la vita per proteggerci: “incrementiamo le tutele per i cittadini e per le Forze di polizia”, recita infatti la bozza citata. Di recente, casi come quelli di Brescia (agenti filmati mentre malmenavano attivisti) o anche vicende più gravi hanno portato rapidamente all’iscrizione di poliziotti nel registro degli indagati con conseguente sospensione dal servizio e gogna mediatica. Per i fautori del decreto, questo meccanismo crea insicurezza negli agenti, che in piazza rischiano di esitare o di subire violenze pur di non finire sotto inchiesta. Lo scudo penale cerca di bilanciare: l’iscrizione potrà avvenire solo se emergono elementi concreti contro l’agente, non in modo quasi automatico. Ciò evita che poliziotti e carabinieri debbano affrontare anni di vicende giudiziarie infondate che li penalizzano in carriera, quando magari il loro intervento era ex post giustificabile. “Non c’è nessuna penalizzazione del diritto a manifestare, a meno di non voler considerare libertà di manifestazione anche incendiare auto o devastare negozi”, ha dichiarato Piantedosi. In altre parole, per i pro il messaggio è: il governo sta dalla parte delle forze dell’ordine, non dei facinorosi. Già durante l’iter del ddl sicurezza originario, i partiti di centrodestra lamentavano che in Italia “si processano più i poliziotti dei delinquenti”. Uno slogan forte, ma che riflette la percezione nel corpo di polizia di essere ostacolati da poteri giudiziari intrusivi e pregiudizi ideologici. Il segretario del SILP-CGIL Colapietro, pur critico su altri fronti, ha riconosciuto che il governo ha risposto a pressioni sindacali su questo tema scottante dello scudo per gli agenti. Dal punto di vista dei favorevoli, non si tratta di dare “licenza di picchiare” alla polizia, ma di introdurre un principio di presunzione di legittimità dell’operato dell’agente in servizio. Del resto, sottolineano, lo scudo non è totale: se un agente abusa davvero, potrà sempre essere indagato (l’eventuale causa di giustificazione andrà accertata in seguito, ma intanto niente iscrizione automatica). Questa norma era chiesta a gran voce dai sindacati di polizia e dall’ANFP, dopo episodi come quelli del carcere di Santa Maria Capua Vetere (dove decine di agenti penitenziari furono arrestati e sospesi per presunte violenze, in gran parte poi ridimensionate in giudizio). Con il pacchetto Meloni, i pro evidenziano che chi porta la divisa non sarà più trattato alla stregua di un criminale appena scatta una denuncia. “Le nuove norme contribuiscono a delineare un agente di polizia sostanzialmente sottratto al controllo…”, lamentano i critici, ma per i favorevoli questo è esattamente il punto di forza: “sostanzialmente sottratto” ai controlli indebiti, non alla legge, intendono. Un poliziotto che faccia il suo dovere non deve avere la spada di Damocle di un’indagine pretestuosa: potrà agire con maggiore fiducia e determinazione nel contenere rivolte o scontri. Ciò ha un impatto concreto anche sulla sicurezza dei cittadini stessi: poliziotti più sereni possono lavorare meglio. Oltre allo scudo penale, il decreto investe sul potenziamento operativo: viene rifinanziata l’operazione “Strade sicure” con i militari nelle città, su cui la Lega chiedeva addirittura un aumento di contingente. Questo segnale conferma che il governo non smantella gli strumenti straordinari di presidio ma li proroga, anzi li potenzia. Piantedosi ha assicurato che non c’è mai stato disaccordo nel governo sulla presenza dei soldati: resteranno perché “fiore all’occhiello” apprezzato dalla cittadinanza. Ciò tranquillizza quell’ampia fetta di popolazione che percepisce i soldati per strada come un rassicurante deterrente. Inoltre, sono stanziati nuovi fondi per videosorveglianza urbana e l’integrazione del Fondo sicurezza urbana, che potrà essere usato dai Comuni anche per pagare straordinari alla polizia locale. Questo significa più telecamere e risorse tecnologiche per prevenire crimini e incentivare i vigili urbani a compiti aggiuntivi di sicurezza.
Si prevede poi di dotare gli stadi di sistemi di riconoscimento facciale per identificare hooligan e facinorosi: una misura che i pro definiscono “di civiltà” per rendere le manifestazioni sportive sicure e a misura di famiglie. Le zone rosse istituite dai prefetti, oltre a ripulire quartieri, renderanno anche il lavoro delle forze dell’ordine più efficiente: circoscrivendo e allontanando i soggetti pericolosi, la polizia potrà concentrare le pattuglie in modo mirato. Altra norma salutata con favore è l’inasprimento delle sanzioni per chi aggredisce o ferisce un pubblico ufficiale durante manifestazioni: ora sarà punito più severamente e non potrà più cavarsela con lievi condanne. Questo, insieme all’introduzione del reato di “resistenza passiva” in carcere e CPR, rappresenta un rafforzamento dell’autorità dello Stato: chi si oppone o intralcia l’operato legittimo delle forze di sicurezza ne subirà le conseguenze. I pro sottolineano anche un aspetto simbolico: i provvedimenti del decreto marcano un cambio di clima politico rispetto al passato recente, quando polizia e carabinieri – a loro dire – erano visti con sospetto e si parlava di numeri identificativi sulle divise (misura mai digerita dai sindacati di polizia). Ora, invece, il governo ringrazia le forze dell’ordine e le considera “parte della soluzione, non del problema”. “Chi difende i cittadini va difeso”, ha affermato Meloni, e questo concetto è incarnato in norme come la non punibilità per legittima difesa.

Madeleine Maresca, 27 gennaio 2026

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