Nicolás Maduro
FAVOREVOLE O CONTRARIO?
Nicolás Maduro Moros, successore designato di Hugo Chávez, governa il Venezuela dal 2013 in un clima di profonda polarizzazione politica e crisi socioeconomica. I suoi sostenitori lo difendono come presidente legittimamente eletto, erede della rivoluzione bolivariana e baluardo dell’indipendenza nazionale contro le ingerenze straniere. I detrattori, invece, lo accusano di aver instaurato un regime autoritario, reprimendo l’opposizione e portando il paese al collasso economico e umanitario. Il dibattito su Maduro si è intensificato dopo le controverse elezioni presidenziali del 28 luglio 2024, quando il Consiglio elettorale venezuelano – controllato dal governo – lo ha dichiarato vincitore con il 51% dei voti. Osservatori internazionali indipendenti, come The Carter Center, hanno denunciato pesanti irregolarità: in base ai verbali elettorali (actas) raccolti in oltre l’80% dei seggi, lo sfidante Edmundo González Urrutia avrebbe in realtà ottenuto circa il 67% dei voti contro il 30% di Maduro.
Il 3 gennaio 2026 è avvenuto un evento senza precedenti: le forze armate statunitensi, su ordine del presidente Donald Trump (tornato alla Casa Bianca dal gennaio 2025), hanno lanciato un’operazione militare in Venezuela, catturando Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores.
IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:
Maduro eletto presidente rivendica l’autodeterminazione del Venezuela contro ingerenze esterne, rifiutando che potenze straniere decidano il destino del paese.
Maduro ha demolito la democrazia venezuelana, il suo regime è autoritario e privo di legittimità popolare.
Il governo Maduro resisteva all’offensiva degli Stati Uniti per controllare il petrolio venezuelano, proteggendo le risorse nazionali e il popolo dalle mire imperialiste.
Il Venezuela è al collassato: economia devastata, scarsità di cibo e medicine, iperinflazione e oltre 7 milioni di rifugiati. Una leadership responsabile di questo non può essere difesa.
Nonostante la crisi, Maduro garantiva una continuità politica e istituzionale, evitando il caos di un collasso statale. Un vuoto di potere potrebbe essere peggio.
Il governo Maduro ha commesso gravi crimini. Organismi internazionali parlano di crimini contro l’umanità: un regime così brutale va condannato e rimosso.
Sanzioni e denunce ONU testimoniano la condanna globale del regime autoritario di Maduro. Era un paria diplomatico privo di credibilità.
L’attacco USA è sovranità violata: Maduro difende l’indipendenza del Venezuela
Uno degli argomenti centrali a favore di Nicolás Maduro è il principio di sovranità nazionale e autodeterminazione. Dal punto di vista dei suoi sostenitori, Maduro è il presidente legittimo del Venezuela, scelto dal popolo attraverso elezioni (pur controverse) e quindi l’unico titolato a governare. Ogni intervento esterno per rimuoverlo costituisce una violazione inaccettabile della sovranità venezuelana. La vicenda del 3 gennaio 2026 ha acuito questa narrativa: l’irruzione militare USA a Caracas e la cattura forzata di Maduro vengono dipinte come un atto di pirateria internazionale, un “sequestro” di un Capo di Stato che calpesta la Carta ONU e i diritti di tutti i venezuelani. Il governo bolivariano, nel suo comunicato ufficiale, ha denunciato l’operazione come “gravissima aggressione militare” e “violazione flagrante” dei principi di sovranità e uguaglianza fra Stati, richiamando esplicitamente la storia venezuelana di lotta contro l’imperialismo e il diritto all’autodifesa sancito dall’art. 51 ONU. Per i pro-Maduro, questo principio non è negoziabile: nessuna potenza straniera (che siano gli Stati Uniti o un gruppo di Paesi) può decidere chi debba governare il Venezuela. La legittimità di Maduro deriva dal voto e dalle istituzioni interne, non dal riconoscimento esterno.
Su questa linea, molti governi amici hanno sostenuto Maduro rivendicando la non ingerenza. Messico, Brasile, Cuba, Bolivia, Cina, Russia e altri hanno condannato l’azione americana come un precedente pericoloso che minaccia tutti. Il presidente brasiliano Lula ha dichiarato che bombardare la capitale di un paese e catturarne il presidente “attraversa una linea inaccettabile” e rievoca “i peggiori momenti dell’ingerenza” in America Latina. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha invocato urgentemente il Consiglio di Sicurezza ONU e ribadito l’“impegno irrinunciabile” della Colombia per i principi di sovranità e integrità territoriale, rifiutando “qualsiasi azione militare unilaterale” che aggravasse la situazione. Queste posizioni coincidono con la difesa di Maduro: anche chi non approva il suo operato interno ha riaffermato che l’unico modo legittimo di sostituire un presidente è tramite i processi costituzionali e negoziali interni, non con la forza esterna. La diplomazia europea, pur critica verso Maduro in passato, ha preso le distanze dal blitz: l’UE ha richiamato tutti al rispetto del diritto internazionale e della Carta ONU, lasciando intendere la disapprovazione per l’iniziativa di Washington.
I sostenitori di Maduro sottolineano inoltre che il presidente godeva comunque di consenso in settori significativi della società venezuelana. Pur con l’impopolarità dovuta alla crisi economica, Maduro ha mantenuto l’appoggio di circa il 20-25% dell’elettorato (secondo varie stime pre-2024) e soprattutto di basi popolari legate al chavismo. Durante le proteste post-elettorali del 2024, ad esempio, le zone più povere e tradizionalmente chaviste inizialmente non si sollevarono in massa contro Maduro; alcune manifestazioni si sono avute persino in quartieri popolari (segno di malcontento crescente), ma il regime ha cercato di mantenere il controllo attraverso i colectivos e programmi di assistenza mirata alle comunità leali. Questo zoccolo duro interpreta le contestazioni dell’opposizione – e ancor più le sanzioni e le pressioni estere – come parte di un “complotto imperialista” decennale per rovesciare la rivoluzione bolivariana. Dal 2015 in poi, ogni atto internazionale (dalle sanzioni finanziarie al riconoscimento di Guaidó) è stato descritto come un’aggressione alla volontà del popolo venezuelano e alla sua scelta sovrana.
L’intervento armato statunitense del 2026 diventa perciò la prova ultima di questa tesi: la “mano dell’impero”, a lungo denunciata da Chávez e poi da Maduro, si è manifestata apertamente. In un editoriale cinese solidale con Caracas, si evidenzia come l’azione USA invii il messaggio che “i potenti fanno ciò che vogliono”, minando la sicurezza di tutti e mettendo a rischio l’ordine internazionale. Il “Global Times” ha definito l’attacco “così oltraggioso che neanche Hollywood l’avrebbe immaginato”, sottolineando il coro di condanne globali e il fatto che “anche gli alleati USA hanno espresso mancanza di sostegno, chiedendo rispetto del diritto”. Tale consenso internazionale contro l’uso della forza evidenzia, agli occhi dei pro-Maduro, la legittimità della causa venezuelana: difendere Maduro equivale a difendere i principi di Westfalia e l’idea che i popoli – e non le superpotenze – decidono il proprio governo. A tal ragione, alle Nazioni Unite il rappresentante venezuelano (fino al 2025) era sostenuto da un blocco di Paesi (Russia, Cina, Non Allineati) che puntualmente respingevano mozioni o risoluzioni ritenute ingerenze negli affari interni.
Dunque, indipendentemente da giudizi sul suo governo, la rimozione forzata di Maduro dall’esterno è illegittima e pericolosa. Nessun Paese vorrebbe subire quello che il Venezuela ha subito: “oggi è toccato a loro, domani può essere chiunque di noi”, ha avvertito il presidente cileno Boric. Difendere Maduro in questo contesto significa difendere il diritto del Venezuela a determinare il proprio corso politico, anche di fronte alle peggiori pressioni. Se Maduro deve andare via – riconoscono alcuni tra i suoi sostenitori più pragmatici – ciò deve avvenire tramite elezioni o accordi interni, non perché imposto da Washington con i marines. La sovranità, per definizione, non si presta a eccezioni: tollerare l’intervento contro Maduro equivarrebbe ad avallare un mondo in cui le frontiere e l’indipendenza dei Paesi piccoli o non allineati non valgono più nulla. Questa prospettiva di principio spiega perché persino governi non chavisti, come quello messicano o quello progressista di Petro in Colombia, si siano schierati a difesa di Maduro su questo punto: oggi la bandiera della non ingerenza coincide con la difesa (oggettiva) di Maduro come presidente legittimo del Venezuela.
Nina Celli, 20 gennaio 2026
Quello di Maduro era un regime autoritario e un’usurpazione della volontà popolare
Dalla prospettiva contraria a Maduro, il punto di partenza è che il suo governo è frutto di una rottura democratica: Maduro non è (più) considerato un presidente legittimo perché ha sistematicamente manipolato e falsificato il processo elettorale, oltre ad aver svuotato le istituzioni di controllo e represso ogni dissenso. I critici lo definiscono apertamente un dittatore o “autocrate”, sostenendo che abbia usurpato la volontà popolare e dunque la sua permanenza al potere sia di per sé una violazione dell’ordine costituzionale venezuelano. Le evidenze a supporto di questa tesi sono numerose: già la elezione del 2018 fu denunciata come illegittima dall’opposizione quasi interamente boicottante e da osservatori internazionali (esclusi dal paese). Maduro vinse formalmente con un 67%, ma quell’elezione anticipata fu priva di competitori seri (i principali candidati furono incarcerati o messi al bando) e non riconosciuta da decine di Paesi. In risposta, nel gennaio 2019 l’Assemblea Nazionale – allora controllata dall’opposizione – dichiarò il vuoto di potere e nominò Juan Guaidó presidente ad interim, proprio sulla base della tesi che Maduro non avesse un mandato legittimo dal popolo. Circa 50 governi al mondo (USA, la gran parte d’Europa e Americhe) diedero ragione a questa interpretazione, “disconoscendo la legittimità delle presidenziali 2018” e riconoscendo Guaidó come legittimo. Ciò, dal punto di vista anti-Maduro, ha formalizzato la condizione di usurpatore di Maduro: dal 10 gennaio 2019 egli sarebbe un privato cittadino che occupa Palazzo Miraflores con la forza, mentre il vero potere legittimo era altrove.
Sebbene la strategia Guaidó non abbia portato a un cambio di regime effettivo, essa rimane un atto giuridico-politico importante: ha sancito nel discorso internazionale che Maduro è un presidente illegittimo. Questa delegittimazione si è aggravata con le elezioni legislative del 2020, quando il regime ha riconquistato l’Assemblea tramite un voto boicottato e manipolato e con l’istituzione di un’Assemblea Costituente parallela nel 2017 per esautorare il parlamento eletto. Tutto ciò configura, per i detrattori, un vero e proprio colpo di Stato istituzionale permanente portato avanti da Maduro per mantenersi al potere.
L’evento più eclatante è stata poi la frode del 28 luglio 2024. Le fonti indipendenti come The Carter Center e panel ONU testimoniano che quel voto non ha rispettato standard minimi. Le autorità, come detto, hanno annunciato Maduro vincitore senza mostrare alcun risultato per seggio; la Corte Suprema, braccio del regime, ha certificato l’esito contro ogni evidenza. Subito dopo, sono state sequestrate le schede per impedire controlli. Tutto ciò mentre l’opposizione proclamava un risultato esattamente opposto, con 2/3 degli elettori che avrebbero scelto González. Human Rights Watch afferma che osservatori indipendenti (ONU e Carter) hanno “sollevato serie preoccupazioni sulla legittimità dei risultati”, e che “i verbali raccolti dall’opposizione mostravano che González aveva vinto con un margine significativo”. Anche analisi giornalistiche (“The Guardian”, “Lavoce.info”) parlano di “tragica farsa” orchestrata da Maduro, evidenziando l’ampio vantaggio stimato per l’opposizione, superiore a 20 punti nei sondaggi e confermato dalle actas clandestine.
Dunque, dal 2024 si può dire che Maduro abbia perso un’elezione popolare e che abbia dovuto rubarla per restare. Questo lo pone, agli occhi dell’opposizione interna e di molti osservatori esterni, nella condizione tipica di un dittatore che non rispetta il voto. Un presidente democratico avrebbe ammesso la sconfitta o almeno concesso ballottaggi/verifiche; lui invece ha preferito la via della repressione. Il “mandato” 2025-2031 di cui si fregia appare quindi privo di qualunque legittimità popolare genuina. L’esito ufficiale (51% a 44%) viene considerato una menzogna certificata dal regime, tanto che solo alleati stretti come Russia, Cuba, Iran hanno fatto le congratulazioni; oltre 50 paesi hanno dichiarato di non riconoscere il risultato del 2024 – persino la UE, più prudente, ha parlato di “processo elettorale profondamente viziato”.
Maduro ha smantellato i contrappesi democratici: dopo aver perso il Parlamento nel 2015, non ha accettato la coabitazione. Annullò di fatto l’Assemblea attraverso decisioni del suo Tribunale Supremo (esautorandola nel 2017) e creò organi paralleli (la Costituente e poi un Parlamento fantoccio nel 2021) per governare senza opposizione. Ha messo inoltre uomini leali in tutte le istituzioni – il Consiglio Elettorale, la magistratura, la procura – eliminando di fatto l’indipendenza dei poteri. In sostanza, dagli anni 2016-17 il Venezuela sotto Maduro non è più una democrazia secondo tutti gli indicatori (Freedom House lo classifica “not free”, vari democracy index lo collocano al fondo della classifica insieme a dittature conclamate). Molti oppositori e giuristi internazionali lo definiscono un “regime de facto”, sostenendo che il ripristino dell’ordine costituzionale interrotto è un imperativo per la comunità internazionale (da qui alcuni giustificavano il riconoscimento di Guaidó e persino misure drastiche come dottrine R2P).
L’Organizzazione degli Stati Americani (OEA/OAS), tramite risoluzioni promosse dal Segretario Generale Luis Almagro, già nel 2016-2018 aveva dichiarato la violazione dell’ordine democratico in Venezuela e invocato sanzioni diplomatiche. Nel 2019 votò per non riconoscere il secondo mandato di Maduro. Anche il Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR) fu attivato da paesi americani per valutare azioni collettive. Tutto ciò indica quanto il regime di Maduro fosse considerato una dittatura isolata nel contesto regionale. L’isolamento è un altro punto: la legittimità di un governo deriva anche dal riconoscimento internazionale: concetto controverso in diritto, ma quando oltre 50 paesi su circa 190 ti considerano usurpatore, ciò ha un peso. Maduro per anni non è stato invitato ai summit regionali (fino al 2022 quando complice un cambio di venti politici alcuni hanno ricominciato a coinvolgerlo). Il Venezuela è uscito volontariamente dal sistema OAS (sapendo di non avere più appoggi). A livello ONU, pur mantenendo il seggio (grazie al sostegno russo-cinese), il Venezuela di Maduro è stato oggetto di condanne in sede di Consiglio Diritti Umani e una Missione di Inchiesta dell’ONU lo ha accusato di crimini contro l’umanità. Questo contesto delegittimante rafforza la tesi: Maduro non è un presidente come gli altri ma un autocrate che ha perso il diritto di essere trattato da legittimo. Il popolo venezuelano ha chiaramente voltato le spalle a Maduro e questi si è mantenuto solo tramite la forza. Ogni sondaggio indipendente in anni recenti segnalava oltre l’80% di scontento verso Maduro. Nel 2024 la partecipazione al voto fu alta (oltre 60%) nonostante la manipolazione e i rischi, segno della determinazione popolare a cacciarlo. La reazione immediata fu di gioia tramutata in rabbia quando fu chiaro che le autorità gli attribuivano la vittoria malgrado le evidenze contrarie. Questo ha convinto anche i più scettici che “con Maduro non potrà mai esserci un’elezione libera”.
Maduro, dunque, non rappresenta il popolo venezuelano, ma solo una cricca di potere. Pertanto, la sua rimozione non è un sovvertimento della volontà popolare, bensì al contrario il ripristino di essa: significa togliere un usurpatore e permettere che la scelta espressa dai venezuelani possa finalmente tradursi in un nuovo governo. È emblematico che proprio l’operazione militare USA del 2026 sia stata accompagnata dalla retorica secondo cui Maduro “ha rubato il voto del 2024” e che “il vero vincitore era Edmundo González”, come riportato nei discorsi di Trump e alleati. Ciò riflette lo sforzo di incorniciare l’intervento non come imposizione di un governo fantoccio, ma come “reintegrazione del vincitore legittimo”. Anche se in pratica gli USA non hanno (finora) insediato González né altri, il punto sollevato rimane: le elezioni 2024 erano l’ultima speranza pacifica e Maduro le ha tarpate; a quel punto, per alcuni oppositori più radicali, “qualunque mezzo per rimuoverlo è giustificato dalla difesa della sovranità popolare interna”.
Nina Celli, 20 gennaio 2026
Maduro era un baluardo contro l’imperialismo USA
Un secondo pilastro delle tesi favorevoli a Maduro risiede nella denuncia del ruolo degli Stati Uniti e, più in generale, delle potenze occidentali nella crisi venezuelana. Dal punto di vista pro-governativo, molte delle sofferenze del Venezuela non sono imputabili unicamente a Maduro, ma a una deliberata “guerra economica” condotta dall’esterno per far crollare il chavismo. In quest’ottica, Maduro viene presentato come un leader resistente, che ha cercato di proteggere il paese dalle mire imperialiste sulle sue immense risorse.
Un fatto spesso citato a sostegno di questa tesi sono le sanzioni economiche imposte dagli USA (e parzialmente da UE e Canada) dal 2017 in poi. Tali misure – in particolare l’embargo petrolifero totale introdotto da Trump nel gennaio 2019 – hanno avuto un impatto devastante su un’economia già fragile. L’export di greggio, principale fonte di valuta, è crollato dopo che Washington ha tagliato l’accesso di Caracas ai mercati e minacciato sanzioni secondarie a chi comprava petrolio venezuelano. Inoltre, come spiega “Al Jazeera”, gli USA hanno bloccato la fornitura di diluenti chimici necessari per trattare il pesante petrolio venezuelano, paralizzando ulteriormente la produzione. Di conseguenza, il governo Maduro si è trovato a corto di dollari e ha stampato moneta per coprire le spese, scatenando l’iperinflazione che tra 2017 e 2020 ha superato il milione per cento, dissolvendo stipendi e risparmi. Secondo i sostenitori di Maduro, questo shock indotto ha generato la maggior parte della crisi umanitaria: mancanza di cibo, farmaci, blackout e migrazione di massa sarebbero in gran parte dovuti alle sanzioni e al blocco finanziario, non solo agli errori interni. Sebbene economisti indipendenti notino che la catastrofe economica era innescata già da politiche sbagliate precedenti (il petrolio venezuelano calava dal 2014 per mala gestione), resta innegabile che le sanzioni abbiano “accelerato e approfondito il declino”, come riconosce l’esperta Carole Nakhle. Dunque, il Venezuela è stato “assediato” economicamente in modo intenzionale per creare malcontento e favorire un cambio di regime.
Il perché di questo sta nel petrolio e nel controllo geopolitico. Il Venezuela possiede le riserve di greggio più grandi al mondo, e sebbene la sua produzione attuale sia modesta (<1% dell’offerta globale), il potenziale è enorme. Maduro e i suoi alleati sostengono che gli Stati Uniti non abbiano mai tollerato un governo socialista e indipendente seduto su tale ricchezza energetica. Sin dai tempi di Chávez, la retorica era che Washington volesse “mettere le mani sul nostro petrolio”. Ora, gli eventi del 2026 sembrano offrire una conferma plastica: nelle sue prime dichiarazioni dopo la cattura di Maduro, Trump ha esplicitamente collegato l’operazione agli interessi petroliferi, lamentando che “ci hanno tolto i nostri diritti sul petrolio... le nostre compagnie sono state espulse e lo rivogliamo indietro”. Questa frase alimenta la narrazione chavista: l’intervento armato non sarebbe motivato dai diritti umani o dalla democrazia, ma dalla volontà di recuperare il controllo sulle risorse venezuelane nazionalizzate e punire un governo che le aveva tolte alle multinazionali USA. Un pezzo dell’“Izquierda Diario” titola infatti Gli USA bombardano il Venezuela e rivogliono il petrolio, notando che Trump ha detto “la parte silenziosa ad alta voce”. Perfino giornalisti mainstream come quelli di “Reuters” hanno evidenziato con tono critico che Trump ha parlato più di petrolio che di democrazia nella conferenza stampa post-raid, sollevando dubbi sulle reali motivazioni.
Dunque, per i pro-Maduro, il presidente venezuelano stava difendendo l’interesse nazionale nel mantenere PDVSA (la compagnia petrolifera statale) sotto controllo pubblico e nel diversificare le alleanze energetiche verso Russia, Cina, Iran, Turchia. Questa politica sovranista avrebbe scatenato la reazione degli USA, decisi a non perdere la presa sul “cortile di casa”. L’editoriale di “Granma” riportante il comunicato di Caracas è netto: “L’obiettivo di questo attacco non è altro che impadronirsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del suo petrolio e minerali”, tentativo che però “non riuscirà”. Maduro stesso, nelle sue frequenti apparizioni televisive, ha sempre imputato alla “guerra economica imperialista” la responsabilità dei problemi: secondo la sua narrazione, cibo e medicine scarseggiano perché i conti statali sono congelati e non si possono pagare le importazioni; la rete elettrica cade perché hackerata o sabotata da agenti esterni (come affermò in occasione del blackout nazionale del 2019); la valuta è crollata per manovre speculative orchestrate da “Miami”. Molti venezuelani sostengono questa spiegazione, alimentata quotidianamente dai media statali e da analisti pro-regime.
In aggiunta, c’è la dimensione ideologica: Maduro viene presentato come un successore di Chávez che porta avanti un progetto socialista bolivariano, inviso agli USA per ragioni geopolitiche. La sua alleanza con Cuba e gli altri paesi ALBA, il suo sostegno a cause antimperialiste (Palestina, ad esempio) e il posizionamento con Cina e Russia lo rendono un bersaglio in un contesto di nuova guerra fredda. Alcuni ricordano come John Bolton (ex consigliere USA) definì Venezuela, Cuba e Nicaragua la “troika della tirannia” in emisfero occidentale, prefigurando interventi. Pro-Maduro di diverse tendenze – dalla sinistra radicale mondiale a segmenti di movimenti non allineati – vedono in Maduro un simbolo (difettoso quanto si voglia) della resistenza all’egemonia USA in America Latina. La sua caduta per mano americana viene vissuta come un colpo non solo al Venezuela ma a tutti i tentativi di autonomia regionale. Questo spiega perché anche figure come il presidente messicano AMLO o l’ex boliviano Evo Morales abbiano espresso solidarietà: Morales ha twittato che “gli yankee vogliono il petrolio venezuelano come fecero in Iraq” e ha chiesto mobilitazioni popolari. Il messaggio è chiaro: “Hands off Venezuela”.
I sostenitori di Maduro evidenziano anche l’ipocrisia occidentale. Da un lato gli USA sanzionavano Caracas in nome della democrazia; dall’altro, ora intervengono militarmente, dimostrando che non era la democrazia a stare a cuore, ma gli interessi. Le sanzioni petrolifere USA iniziarono proprio il giorno dell’insediamento di Maduro nel 2019 e colpirono in particolar modo accordi di fornitura verso Paesi come Cuba (il che indica un movente politico). Rapporti ONU hanno rilevato possibili effetti delle sanzioni sulle condizioni di vita, offrendo così argomenti a Caracas per chiedere la loro rimozione. Persino dove vi erano stati timidi segnali di ripresa economica nel 2022-23 (grazie a una parziale dollarizzazione interna e qualche allentamento), nuovi inasprimenti sanzionatori a fine 2025 hanno frustrato il tutto. Insomma, per i difensori di Maduro, Washington ha sistematicamente sabotato ogni prospettiva di stabilità economica per fomentare il malcontento contro il governo. L’intervento armato è visto come la fase finale di questa strategia: prima strangolano, poi invadono, dicono in sostanza. Ecco perché ambienti come “Left Voice”, “La Izquierda Diario” richiamano esplicitamente la necessità di “lottare contro l’intervento imperialista e contro il blocco e le sanzioni che colpiscono le classi popolari”. Non difendono specificamente le politiche economiche di Maduro, ma affermano un principio: la responsabilità principale del disastro è di chi l’ha provocato dall’esterno e l’uscita non può essere un regime-change pilotato da Washington. Anzi, questi ambienti argomentano che l’“assedio” ha rafforzato Maduro: ogni attacco esterno gli ha permesso di serrare i ranghi interni e giustificare misure eccezionali di controllo sociale. Paradossalmente, dunque, rimuovere sanzioni e pressione potrebbe ridare spazio a un cambiamento dal basso, ma intanto, finché la minaccia USA incombe, la priorità dei patrioti è fare quadrato attorno al governo legittimo.
Nina Celli, 20 gennaio 2026
Crisi umanitaria ed esodo mostrano il fallimento del chavismo di Maduro
Un secondo asse critico verso Maduro si concentra sui risultati catastrofici del suo governo in termini socioeconomici e umanitari. L’argomento è che sotto la guida di Maduro il Venezuela è precipitato in una delle peggiori crisi della storia latino-americana: collasso economico, impoverimento di massa, collasso dei servizi essenziali e un esodo di milioni di cittadini. Questo disastro, secondo i detrattori, è imputabile principalmente all’incompetenza, corruzione e autoritarismo del regime Maduro e costituisce di per sé una condanna alla sua leadership. In altri termini: Maduro avrebbe distrutto il paese, dunque sarebbe insostenibile difendere la sua permanenza.
I numeri della crisi economica sono impietosi. Dal 2013 (anno in cui Maduro ha preso il potere dopo Chávez) al 2021 l’economia venezuelana si è contratta di oltre il 75%, un collasso paragonabile a quello di un paese in guerra. L’iperinflazione, esplosa dal 2017, ha raggiunto livelli record (10 milioni % cumulati nel 2018-2019), azzerando salari e risparmi in bolivar. Il risultato è che circa 8 Venezuelani su 10 vivono in povertà (stime Encovi 2021) e la dieta media si è drasticamente impoverita (malnutrizione infantile diffusa). Infrastrutture vitali come la rete elettrica, gli acquedotti, gli ospedali hanno subito guasti continui per mancanza di manutenzione e fuga di personale. Nel marzo 2019 l’intero paese rimase al buio per giorni a causa di un blackout. Medicinali e cure sono un altro tema: ONG come Amnesty e HRW documentano che molti venezuelani sono morti per malattie curabili (diabete, ipertensione) per mancanza di farmaci; malattie un tempo debellate (morbillo, malaria) sono riapparse con epidemie. Le scuole hanno perso insegnanti (emigrati) e spesso i bambini smettono di frequentare per scarsità di cibo o trasporti. In generale, “i venezuelani sono sopravvissuti a stento” grazie a rimesse dall’estero, ai programmi minimi di sussistenza (borse alimentari CLAP) e a una parziale dollarizzazione informale dell’economia nelle città, che però ha escluso i più poveri.
Il Fondo Monetario Internazionale ha paragonato la crisi venezuelana a quella di paesi in conflitto armato. L’ONU stima che circa 19 milioni di venezuelani (su 28) necessitino di assistenza umanitaria. Ad aggravare il quadro c’è l’esodo di massa: l’UNHCR e l’OIM riportano che oltre 7,7 milioni di venezuelani hanno lasciato il paese dal 2015, rifugiandosi in Colombia, Perù, Ecuador e altrove: la più grande crisi di rifugiati nella storia del continente. Questa diaspora ha creato forti pressioni sui paesi vicini e drammi personali enormi (famiglie separate, morti durante le traversate).
I critici di Maduro affermano che questa “agonia senza fine” del Venezuela non è frutto di sfortuna ma di scelte sbagliate e autoritarie. Innanzitutto, attribuiscono la responsabilità primaria a Maduro e al suo gruppo per aver proseguito e aggravato politiche economiche insostenibili: il controllo dei prezzi e della valuta che ha creato mercati neri e carenze, l’assistenzialismo clientelare che ha distrutto la produzione interna, l’assenza di investimenti nella PDVSA con dirottamento di fondi pubblici verso progetti ideologici o conti esteri, la tolleranza verso enormi fenomeni di corruzione (si stima che tra 2014 e 2018 siano spariti 300 miliardi di dollari, drenati da funzionari corrotti). Analisti economici come quelli di “Lavoce.info” ricordano che “il declino predates the sanctions”: la produzione petrolifera era già scesa da 2,5 milioni di b/g del 2013 a circa 1 milione nel 2018, per via di “cattiva gestione cronica, politicizzazione e sotto-investimento”, quindi prima ancora delle sanzioni severe. Ciò indica che gran parte del disastro è auto-inflitto.
Maduro è visto come incapace di gestire l’economia: quando i prezzi del petrolio calarono nel 2015, invece di riformare e diversificare, negò la crisi e stampò moneta, scatenando l’inflazione. Ha rifiutato aiuti umanitari per anni, sostenendo che “in Venezuela non c’è crisi umanitaria, questo cibo è avvelenato”, finché nel 2019 dovette cedere parzialmente. Politiche arbitrarie – come la demonetizzazione di banconote, i cambi fissi irreali, l’aumento forzoso del salario minimo senza base produttiva – hanno solo aggravato la situazione. Molti economisti definiscono la crisi venezuelana come “il più grande collasso economico in tempo di pace” e addossano la colpa a un modello chavista insostenibile e alla malagestione di Maduro. Sotto Chávez (nonostante autoritarismo e corruzione) almeno vi fu riduzione della povertà grazie all’alta rendita petrolifera, mentre sotto Maduro la povertà è esplosa a livelli pre-Chávez, annullando i supposti successi della “rivoluzione bolivariana”. Questo per molti ex-chavisti è imperdonabile: Maduro ha tradito l’eredità di Chávez portando il paese al fallimento. È anche per questo che il suo supporto popolare è crollato a minimi termini, spingendo anche basi chaviste a disertare (come visto nelle proteste 2024, dove pure zone povere si ribellavano).
I detrattori riconoscono che le sanzioni USA hanno aggravato la crisi ma sottolineano due punti: (1) Le sanzioni furono reazione agli abusi di Maduro, non causa iniziale; se Maduro avesse rispettato la democrazia, non ci sarebbero state. (2) Anche senza sanzioni, la gestione interna era devastante: crolli analoghi (pur non così severi) erano già in atto. Inoltre, la provenienza degli aiuti è rivelatrice: paesi e banche occidentali hanno fornito più assistenza umanitaria (anche via UN, UE ecc.) di quanta ne abbia data la Cina o la Russia, nonostante il regime fosse loro alleato – segno che a Maduro importava più mantenere facciata ideologica che sfamare il popolo.
In termini umanitari, vari rapporti internazionali hanno evidenziato violazioni del diritto alla salute e all’alimentazione da parte del governo. Per esempio, un report dell’Alto Commissario ONU (2019, Michelle Bachelet) parlò di “politiche economiche disastrose combinate con discriminazione politica nell’accesso al cibo e ai servizi”. Il governo ha infatti strumentalizzato la crisi: i pacchi alimentari CLAP venivano dati preferenzialmente a chi aveva la “carnet de la patria” (tessera fedeltà al PSUV). Questo scenario dove la popolazione è ridotta alla fame e alla dipendenza è visto come una forma di controllo sociale crudele. La conseguenza più drammatica, l’esodo di oltre 7 milioni, è presentata come l’atto d’accusa definitivo: raramente così tanti cittadini fuggono se un governo sta lavorando per loro. La maggior parte dei migranti testimonia di essere partita per disperazione economica e insicurezza. Non per colpa di una guerra o disastro naturale, ma per scappare dal governo Maduro. La generazione di professionisti è emigrata in massa (medici, ingegneri, insegnanti), impoverendo ulteriormente il tessuto sociale. Famiglie spezzate, bambini lasciati indietro: tutto ciò viene imputato direttamente a Maduro, al punto che alcuni lo definiscono “l’architetto di un esodo biblico”. Il Global Centre R2P osserva che “popolazioni hanno sopportato un’emergenza umanitaria prolungata” e un “completo collasso dei sistemi socio-economici e dei diritti” durante il decennio di Maduro, con “la stragrande maggioranza di venezuelani bisognosi di assistenza” e circa otto milioni fuggiti. Ciò configura non solo un fallimento di governance ma anche possibili “crimini sociali” (alcuni parlano di “crimine di fame di massa”).
Questa situazione disastrosa fornisce, per i critici, anche una giustificazione morale all’azione decisa contro Maduro: difendere la sua permanenza significa prolungare l’agonia di un popolo allo stremo. Molti oppositori vedevano nelle sanzioni e pressioni un male minore rispetto al continuare sotto un regime che letteralmente faceva morire di fame e malattia la gente. Alcuni arrivano a dire che “peggio di così il Venezuela non potrebbe stare”, quindi ogni cambiamento non può che migliorare le cose (è un argomento rischioso, ma diffuso). Ad esempio, di fronte all’intervento USA, in diversi – anche cittadini comuni – hanno reagito con sollievo e speranza, convinti che “peggio del regime non può essere”. “Reuters” ha riportato la frase di una negoziante: “Sono felice, per un attimo ho dubitato che fosse successo perché sembra un film”, esprimendo sorpresa positiva. Altri hanno definito il 3 gennaio 2026 “il giorno della liberazione”. Mentre gruppi di opposizione esiliati (es. quello di Guaidó, anche se lui personalmente ha avuto un atteggiamento cauto) hanno salutato l’evento come opportunità di ricostruzione.
Questa ricostruzione appare titanica: come nota “Al Jazeera”, ci vorranno “dieci anni e centinaia di miliardi” per far tornare normale l’industria petrolifera e altrettanto per risollevare i servizi pubblici. I detrattori di Maduro rispondono che ciò non sarebbe neanche iniziato se lui fosse rimasto, poiché il suo regime non ha mostrato capacità né volontà di riforma. Maduro al contrario sembrava accontentarsi di una “stabilità nella miseria”, con l’élite che viveva bene tramite corruzione e contrabbando, mentre il popolo languiva ma era troppo debole per ribellarsi. Un famoso economista venezuelano ha definito la situazione “un’economia di guerra senza la guerra”, imputandone la colpa alla leadership.
A ulteriore rinforzo della critica, c’è il confronto implicito con altri Paesi sudamericani, poveri ma ancora in piedi; il Venezuela, invece, era uno dei paesi più ricchi dell’America Latina, ora è uno dei più poveri. Questa caduta dall’abbondanza alla povertà è percepita come responsabilità storica di Maduro. Per questo, anche tanti venezuelani non politicamente schierati, ma semplicemente devastati dalla crisi, desideravano la sua uscita come “ultimo tentativo di fermare la caduta”.
Nina Celli, 20 gennaio 2026
Maduro garantiva stabilità istituzionale: l’alternativa sarebbe stata peggiore
Un argomento pro-Maduro, meno idealista e più pragmatico, sostiene che la sua permanenza al potere – pur con tutti i problemi – abbia assicurato una certa stabilità istituzionale ed evitato scenari di caos e che un cambiamento avrebbe dovuto avvenire per via negoziale e pacifica anziché traumatica. Secondo questa tesi, l’“uscita di forza” di Maduro rischia di peggiorare la situazione del Venezuela invece di migliorarla, mentre la strategia perseguita da Maduro di un dialogo controllato con l’opposizione stava aprendo spiragli per un’evoluzione interna più ordinata.
In primo luogo, i sostenitori di Maduro osservano che egli ha mantenuto intatta la struttura dello Stato venezuelano – esercito, amministrazione, sistema di welfare basico – nonostante la crisi gravissima. Paesi con crisi simili (si citano spesso la Libia o l’Iraq come monito) sono collassati nel disordine una volta rimosso bruscamente il leader. In Venezuela, malgrado il collasso economico, non vi è stata guerra civile né frammentazione istituzionale: l’esercito è rimasto unito e disciplinato, la polizia ha continuato a funzionare, i servizi essenziali come scuole e ospedali – sebbene disastrati – hanno aperto le porte ogni giorno. Questa stabilità relativa viene attribuita alla leadership di Maduro e alla coesione del chavismo. In assenza sua, molti temono il “vuoto di potere” (power vacuum) citato anche dagli analisti occidentali. Diverse fazioni potrebbero scontrarsi (opposizione contro chavisti residui, o lotte intestine tra militari e politici). L’ISPI nota esplicitamente che la rimozione improvvisa di Maduro “rischierebbe di aprire un vuoto di potere, con esiti dipendenti dalla reazione delle forze armate e apparati di sicurezza, pilastri della tenuta del regime”. Questo scenario è visto con estrema preoccupazione dai sostenitori del governo: temono che senza Maduro, e con l’interferenza diretta USA, il paese sprofondi in un conflitto interno tra le forze lealiste (ancora armate) e quelle sostenute dall’esterno, con possibili derive come insorgenze guerrigliere, micro-sovranità regionali, bande criminali fuori controllo.
In particolare, la Fuerza Armada Nacional Bolivariana (FANB) è un’istituzione chiave: finora ha giurato fedeltà a Maduro e ha represso col lui, ma non è stato affatto smantellata con la sua cattura. Al contrario, il ministro della Difesa Padrino López, rimasto in patria, ha chiamato “tutte le unità” a mobilitarsi e “non piegarsi” all’aggressione. Ciò indica che l’esercito potrebbe resistere e trascinare il paese in una guerra asimmetrica contro eventuali forze di occupazione, con costi umani altissimi (specie se gli USA decidessero di mettere “boots on the ground”, come Trump ha minacciato). Molti chavisti affermano: “Senza Maduro, avremmo la Siria o la Libia in Sudamerica”. L’intervento militare esterno raramente porta “pace, tranquillità, stabilità e democrazia” dopo, come ha ricordato un accademico citato da “The Guardian”. Più spesso genera anarchia e conflitto prolungato.
Maduro, con i suoi metodi autoritari, paradossalmente garantiva un ordine (repressivo ma ordine) che impediva al paese di frantumarsi. Su questa base, lui stesso ha sempre rifiutato ipotesi di “transizione rapida” come quelle proposte da alcuni settori dell’opposizione e da Washington, sostenendo invece la via del dialogo graduale. Effettivamente, nel 2019, 2021 e di nuovo nel 2023, il governo Maduro e parte dell’opposizione hanno condotto negoziati mediati (prima in Norvegia, poi in Messico). Nel,’Accordo di Barbados, firmato nell’ottobre 2023, il governo ha accettato di definire garanzie per elezioni libere nel 2024 (osservatori internazionali, aggiornamento del registro elettorale ecc.) in cambio di un parziale sblocco dei fondi congelati e alleggerimento di sanzioni. Per i suoi difensori, questo mostra la volontà di compromesso di Maduro: stava cercando un’uscita negoziata dall’impasse, senza cedere la sovranità. Anche la decisione di invitare il Carter Center e un piccolo panel ONU come osservatori per il voto 2024, poi revocata per la UE, viene presentata come segno che Maduro avrebbe tollerato un certo monitoraggio (il Carter Center infatti ha partecipato, benché con risorse limitate). È vero che il regime ha manipolato comunque quelle elezioni, ma i pro-Maduro ribattono che anche l’opposizione non era coesa e che figure come Machado avrebbero portato il paese al conflitto civile. Essi puntano il dito contro i settori più radicali dell’opposizione, accusati di aver cercato più volte il colpo di Stato (si citano i disordini del 2014 e del 2017, il tentato golpe militare dell’aprile 2019, l’operazione paramilitare fallita del maggio 2020 chiamata Gedeón). Agli occhi dei chavisti, Maduro era la diga che arginava l’ala estremista dell’opposizione, interessata solo a vendicarsi e a smantellare il progetto chavista con l’aiuto straniero, senza badare alle conseguenze per la popolazione.
In quest’ottica, la figura di Maduro appare come un fattore di coerenza e continuità: ha mantenuto unito il Partito Socialista Unito (PSUV), ha soddisfatto le forze armate integrandole nell’economia (attraverso controlli su aziende e contrabbando, per esempio) e ha attutito l’impatto delle sanzioni cercando aiuti da alleati (petrolio scambiato con alimenti e combustibile inviato dall’Iran nel 2020). Alcuni fanno notare che nel biennio 2022-23 il Venezuela aveva visto un timido miglioramento economico: la fine dell’iperinflazione, qualche scaffale di nuovo pieno a Caracas grazie alla dollarizzazione spontanea e ai soldi di rimesse e attività illecite tollerate. Questo “respiro” è stato ottenuto con compromessi pragmatici di Maduro (allentare controlli valutari, lasciare entrare ONG con aiuti). I pro evidenziano come la vita quotidiana fosse leggermente migliorata e attribuiscono il merito alla resilienza del governo, mentre accusano l’opposizione di dipingere tutto a tinte fosche per giustificare ingerenze.
La via del dialogo – secondo questa tesi – stava ancora percorrendosi: nonostante la crisi post-voto 2024, a novembre 2025 Maduro aveva annunciato l’intenzione di convocare legislative e presidenziali anticipate (poi non concretizzate a causa dell’intervento). In un discorso solenne dell’11 novembre 2025 (noto come “A difesa della Patria”), Maduro arringò il popolo invitando alla compattezza ma anche lanciando messaggi a Washington, offrendosi di “parlare con chiunque nel rispetto reciproco”. La retorica ufficiale fino al dicembre 2025 è stata quella della “via pacifica”: il governo definiva le sanzioni “terrorismo economico” e ne chiedeva la fine per potersi concentrare su elezioni e ripresa. Alcuni governi regionali (Argentina pre-Milei, Messico, Colombia) e la stessa UE erano orientati a dare una chance a queste trattative, allentando temporaneamente alcune sanzioni petrolifere verso fine 2023. Dal loro punto di vista, Maduro, pur essendo autore di repressioni, era parte necessaria del processo di transizione: meglio un’uscita soft negoziata con lui che un collasso improvviso.
L’intervento armato del 2026 ha interrotto brutalmente questo percorso, scavalcando qualsiasi meccanismo costituzionale o diplomatico. I pro-Maduro sostengono che ciò non porterà a una vera democrazia, ma, al contrario, delegittima l’intero processo di transizione. Le decisioni vengono prese a Washington, non dai venezuelani: ne è prova l’annuncio di Trump che “gestirà il Venezuela finché la transizione non sarà sicura”, come se la sovranità venezuelana fosse sospesa e affidata a commissari americani (Trump ha detto: “le persone proprio dietro di me come Rubio e Hegseth supervisioneranno il paese”). Questo per i pro è uno scenario da incubo, ben lontano dalla democrazia: un governo coloniale diretto. Anche osservatori terzi condividono il timore: il Centro R2P evidenzia che l’intervento USA, essendo avvenuto al di fuori di un quadro legale e ignorando il voto popolare, “ha accantonato la democrazia, i diritti umani e la giustizia”, marginalizzando i venezuelani stessi. In altre parole, così facendo si rischia di cristallizzare le stesse strutture repressive (magari sotto nuovi nomi) e di non dare voce reale né riparazione alle vittime degli abusi.
Pertanto, i sostenitori di un approccio graduale affermano che l’intervento USA ha vanificato i passi avanti ottenuti nei negoziati e la fragile speranza di cambiamento interno. Avrebbe avuto più senso, a loro giudizio, insistere su pressioni diplomatiche per un’elezione monitorata nel 2024 e (se Maduro avesse perso, come pare) negoziare la sua uscita onorevole con garanzie. Una specie di “soluzione alla gambiana” (dove nel 2017 l’ex presidente Jammeh accettò l’esilio dopo pressioni regionali) o alla boliviana (dove nel 2019 Morales lasciò il potere su invito di mediatori e trovò asilo altrove).
Maduro, dunque, pur impopolare e autoritario, era un fattore di stabilità, rimuoverlo con la forza produce un trauma peggiore. Si preferiva vederlo gradualmente accettare riforme o cedere parte del potere attraverso elezioni. Tanti venezuelani comuni – persino oppositori – avevano paura di uno scenario di conflitto armato. Alcuni abitanti nelle zone di frontiera o nelle città, intervistati rapidamente dopo il raid, hanno espresso grande inquietudine: “non so se essere felice o spaventato, sembra un film”, ha detto una commerciante a Maracay, “spero non degeneri”. Questa voce riflette la consapevolezza che la pace sociale fragile mantenuta da Maduro rischia ora di spezzarsi in modo imprevedibile. L’alternativa a Maduro, ossia il regime change violento, non garantirà la democrazia né la ricostruzione, ma anzi potrebbe mettere il paese sotto tutela straniera prolungata, con un conflitto strisciante e la permanenza dell’élite chavista (senza Maduro) magari in forme ancor meno controllabili. In fondo, “Maduro era il garante ultimo che i suoi non precipitassero il paese”: tolto lui, i militari o i suoi baroni economici potrebbero comportarsi in modo ancor più sconsiderato se messi all’angolo. Perfino alcune voci neutrali come Amnesty e il GCR2P – pur nemiche di Maduro – hanno lanciato un monito: l’intervento USA “non smantella un sistema repressivo” e “rischia di consolidare quelle stesse strutture”, perché sposta il focus dalla giustizia al puro potere.
Nina Celli, 20 gennaio 2026
Maduro attuava una repressione brutale e crimini contro l’umanità
Un ulteriore argomento fondamentale contro Maduro è la constatazione delle massicce violazioni dei diritti umani e delle libertà perpetrate dal suo governo. Dal 2014 in poi, sotto la sua presidenza, il Venezuela ha assistito a ondate di repressione violenta di manifestazioni, persecuzione sistematica di oppositori e attivisti, censura e uso della forza letale e della tortura contro i dissidenti. Organizzazioni internazionali, dall’ONU a ONG come Amnesty International e Human Rights Watch, convergono nel ritenere che sotto Maduro siano stati commessi crimini gravissimi, potenzialmente crimini contro l’umanità, per mantenere il potere a ogni costo. Questa realtà pone Maduro sullo stesso piano di altri leader autocratici responsabili di atrocità, rendendo moralmente e legalmente inaccettabile sostenerlo. Gli esempi di repressione sono numerosi e documentati. Già nelle proteste studentesche del 2014 (l’anno seguente alla sua elezione contestata per pochi voti) la risposta governativa fu dura: decine di uccisi e la detenzione del leader oppositore Leopoldo López. Ma è dal 2017 che la repressione è salita di livello: durante le manifestazioni anti-Maduro di quell’anno, oltre 120 manifestanti furono uccisi, molti da proiettili sparati dalle forze di sicurezza. Nel 2024, dopo la frode elettorale, la violenza si è ripetuta: secondo HRW e fonti locali almeno 24 persone sono state uccise in pochi giorni di proteste post-voto. I colectivos armati (milizie chaviste) hanno attaccato e disperso manifestanti spesso con armi da fuoco, seminando il terrore nelle strade di Caracas e altre città. La Missione ONU d’Inchiesta sul Venezuela (FFM), istituita nel 2019, ha riferito di esecuzioni extragiudiziali compiute da forze speciali (FAES) nei quartieri popolari, con la scusa di combattere il crimine ma in realtà per incutere paura. Famigerati i casi di uccisioni di giovani manifestanti o semplici sospetti: l’ONU parlò di “centinaia di possibili esecuzioni” in operazioni di sicurezza negli anni 2015-2019.
Il numero di prigionieri politici è un altro indicatore: oltre 850 detenuti politici erano segnalati nel 2025. Tra loro esponenti di primo piano (López, Ledezma, Marrero ecc., poi alcuni liberati in esilio) e centinaia di militari accusati di cospirazione. HRW riporta che migliaia di persone sono state arrestate per protesta o anche solo per post critici sui social, con accuse generiche come “istigazione all’odio” o “terrorismo” usate per incarcerare oppositori per anni. Nel 2024 oltre 2.000 arresti legati alle proteste post-elettorali; successivamente, continui arresti “preventivi” di giornalisti, attivisti ONG, sindacalisti (ad esempio, l’arresto di membri di ONG ambientaliste accusati assurdamente di “tradimento”). La giustizia è stata piegata: il Tribunale Supremo e la procura hanno montato processi farsa in serie. Non è possibile in Venezuela un’attività politica di opposizione aperta senza rischiare carcere o esilio.
I critici puntano l’attenzione sulle torture e trattamenti inumani inflitti ai detenuti politici. Testimonianze agghiaccianti raccolte da HRW e Amnesty descrivono pestaggi, asfissia con sacchetti (la “submarino seco”), scosse elettriche, violenze sessuali su prigionieri, privazione di sonno e cibo. Alcuni detenuti sono letteralmente scomparsi per giorni o settimane (desapariciones forzadas de corto plazo): le famiglie non sapevano dove fossero, finché riapparivano in un tribunale o, talvolta, in un obitorio. HRW nel suo rapporto “Punished for Seeking Change” del 2025 documenta casi concreti: oppositori spariti e poi trovati morti o detenuti segretamente. Un ex consigliere comunale, Jesús Armas, fu rapito da uomini incappucciati mentre usciva da un caffè e tenuto in un sito clandestino dove agenti dell’intelligence SEBIN lo torturarono. “Pensavo che sarei morto” ha riferito in seguito. Episodi simili sono decine, dipingendo un quadro da stato di polizia brutale. Questi abusi non sono stati episodi isolati, ma piuttosto pratica sistematica diretta (o quantomeno tollerata) ai livelli alti. La Missione ONU nel 2020 concluse che “il presidente Maduro e i ministri degli Interni e della Difesa sono coinvolti in crimini documentati dalla Missione”, implicando responsabilità dirette per catena di comando. Questo ha aperto la via a possibili azioni internazionali: dal 2021 la Corte Penale Internazionale (CPI) ha avviato una indagine formale sui crimini contro l’umanità in Venezuela, in particolare riguardo a tortura, violenze sessuali e persecuzione politica. È la prima volta in America Latina che un governo in carica viene indagato dalla CPI per tali reati. Maduro ha cercato di bloccare l’indagine offrendo riforme giudiziarie cosmetiche, ma la CPI finora procede, segno della gravità delle prove.
Secondo i detrattori, dunque, Maduro e il suo apparato hanno usato la violenza estrema per conservare il potere, commettendo potenzialmente “atrocità”. Il Global Centre for R2P afferma infatti che sotto Maduro le autorità hanno “commesso diffusi abusi, tra cui i crimini contro l’umanità di detenzione arbitraria, tortura, violenza sessuale e sparizioni forzate”, e condotto “un assalto sistematico allo spazio civico”. Questa formulazione – crimini contro l’umanità – colloca il regime di Maduro nella categoria dei governi responsabili dei peggiori reati di Diritto internazionale, al pari di governi come quelli siriano o birmano. Chi si oppone a Maduro sostiene che la comunità internazionale ha il dovere di reagire in difesa dei diritti umani dei venezuelani. L’inerzia equivarrebbe a complicità con un governo che tortura e uccide i suoi cittadini. È proprio su questa base che alcuni paesi giustificano sanzioni e isolamenti diplomatici: non si poteva cooperare con un regime che “ha assassinato decine di giovani per le strade e incarcerato centinaia di innocenti”. Per i critici, ogni ragion di Stato (ad es. il timore di destabilizzare la regione) non può far chiudere gli occhi di fronte a tali atrocità. Ed è anche su questa base – la dottrina della Responsabilità di Proteggere (R2P) – che alcuni sostengono la legittimità morale di un intervento esterno. Se un governo commette crimini contro l’umanità sul suo popolo, alcuni invocano l’R2P: la comunità internazionale sarebbe autorizzata a intervenire (idealmente multilaterale, ma in assenza di consenso ONU c’è chi legittima interventi anche coalizionali o unilaterali).
Molti oppositori interni e attivisti in esilio hanno chiesto a gran voce per anni “un passaggio alla CPI per Maduro”, giustizia per i morti e torturati e protezione per chi ancora resiste in patria. Ogni volta che un giovane manifestante moriva, le ONG pubblicavano nome e cognome, per mantenerne la memoria e chiedere: “fino a quando?”. Nel 2017, la moglie di un violinista simbolo delle proteste, ferito gravemente, appellò la comunità internazionale dicendo “Abbiamo bisogno di aiuto, ci stanno massacrando”. Nel 2019, quando Guaidó cercò di far entrare convogli di aiuti umanitari dal confine colombiano e Maduro li bloccò anche sparando, ciò fu vissuto come un ultimo segnale: Maduro preferiva affamare gente e sparare ai volontari piuttosto che cedere. Questo per i critici ha esaurito qualsiasi legittimazione residua. Un governo che spara sui camion di cibo diretti ai propri cittadini non merita di esistere.
La censura e la distruzione della libertà di stampa completano il quadro: quasi tutti i media indipendenti sono stati chiusi o venduti a imprenditori filogovernativi. Giornalisti critici sono stati arrestati o costretti all’esilio. Internet è monitorata e spesso i siti sgraditi sono oscurati. Insomma, il Venezuela di Maduro è un regime dove i cittadini non hanno né voce né vie pacifiche per manifestare il dissenso senza rischiare repressione violenta. Pertanto, far cadere Maduro è anche un atto di giustizia per le vittime e di prevenzione per il futuro. Ogni giorno che restava in carica poteva aggiungere altri nomi alla tragica lista di morti e torturati. Il rapporto Amnesty 2026 lo scrive chiaramente: esorta da un lato a proteggere i civili durante l’instabilità attuale, ma dall’altro “ribadisce la chiamata di lunga data perché i membri del governo Maduro siano indagati e, dove ci sono prove, perseguiti in un tribunale indipendente e imparziale”. In altri termini: portare Maduro e i suoi davanti alla giustizia (idealmente la CPI) per i loro crimini.
Nina Celli, 20 gennaio 2026
Con Maduro, il Venezuela viveva isolamento internazionale e collasso istituzionale
La permanenza di Maduro al potere aveva di fatto isolato il Venezuela dal consesso delle democrazie, provocando sanzioni e rotture diplomatiche che hanno ulteriormente danneggiato il paese. Con lui al comando ogni tentativo di ripristinare normalità istituzionale sarebbe fallito. Al contrario, la sua rimozione è vista come condizione necessaria per riavvicinare il Venezuela al mondo, far cadere le sanzioni e avviare la ricostruzione istituzionale. Negli anni di Maduro, il Venezuela è passato da attore regionale di rilievo a “Stato paria”. La sua insistenza nel mantenere il potere a ogni costo, manipolando elezioni e violando trattati, ha rovinato le relazioni con molti Paesi. Nel 2017 il Venezuela è stato sospeso dal Mercosur (l’unione doganale sudamericana) per rottura della clausola democratica. Nel 2018 e 2019, come menzionato, numerosi Stati americani ed europei hanno ritirato il riconoscimento al suo governo, trattando invece con l’opposizione. Questo ha portato alla chiusura di ambasciate, all’espulsione di diplomatici venezuelani (in Paesi come Canada, Perù, Colombia, oltre che da parte di Caracas verso ambasciatori UE e altri in ritorsione). Il risultato è che il Venezuela di Maduro era isolato diplomaticamente: partecipava solo a consessi amici (ALBA, NAM) ma era escluso da OSA, Mercosur e tenuto ai margini dai paesi democratici. Ciò ha implicazioni dirette per i venezuelani: per esempio, con la rottura dei rapporti con i paesi limitrofi, la cooperazione per gestire la crisi migratoria è risultata difficoltosa; i venezuelani all’estero hanno avuto problemi di documenti perché i consolati erano chiusi; l’immagine del venezuelano è associata a un regime screditato – non a caso molti rifugiati mentivano sulla propria nazionalità per evitare lo stigma.
Sul fronte economico, l’isolamento ha comportato sanzioni che bloccavano l’accesso a finanziamenti internazionali (FMI, Banca Mondiale), investimenti esteri azzerati, congelamento di asset statali all’estero. Il governo Maduro ha accumulato default sul debito estero a partire dal 2017, diventando insolvente e tagliato fuori dai mercati. Mantenendo Maduro, il Venezuela restava in una condizione di “Stato canaglia” non affidabile: nessun investitore serio tornerebbe con un regime sanzionato per narcotraffico e violazione di diritti. Anche nazioni tradizionalmente neutrali e pragmatiche come la Svizzera hanno aderito a sanzioni (specie finanziarie). Con Maduro al potere, si prospettava la permanenza a lungo termine di queste misure, e senza alleviarle era difficile pensare di ricostruire l’economia.
Un cambio di leadership appare invece subito premiante in questo senso: diversi stati e organizzazioni hanno suggerito che sarebbero pronti a revocare gradualmente le sanzioni e offrire aiuti ingenti una volta avviata una transizione credibile. Ad esempio, già l’accordo di Barbados prevedeva allentamenti (poi revocati quando il processo è deragliato). Già nell’ottobre 2023, dopo quell’accordo, gli USA concessero a Chevron una licenza ampliata per estrarre petrolio venezuelano, mostrando la leva delle sanzioni come incentivo per misure democratiche. Questo supporta la tesi che “il problema era Maduro”: senza di lui, il mondo – incluse le potenze occidentali – sarebbero più che felici di reintegrare il Venezuela e aiutarlo, anche per gestire la crisi migratoria che colpisce tutto il continente. L’Argentina di Milei (presidente ultraliberista) ha chiarito di voler riammettere Venezuela in Mercosur ma solo se libero da Maduro. Così molti altri. Dunque, i detrattori affermano che rimuovere Maduro è la chiave per sbloccare la normalizzazione internazionale, condizione indispensabile per attirare investimenti, far rientrare medici e ingegneri emigrati, recuperare risorse per rimettere in piedi il paese. Con lui, il Venezuela sarebbe rimasto un paria povero.
Inoltre, sul piano istituzionale interno, i critici notano che con Maduro in carica non vi era speranza di ripristinare una democrazia funzionante: i poteri continuavano ad essere asserviti, il parlamento vero (quello eletto nel 2015) è stato sostituito da uno illegittimo e in generale non vi è separazione di poteri. Un prerequisito per organizzare elezioni libere sarebbe la nomina di un nuovo Consiglio Elettorale credibile e di una Corte Suprema imparziale. Maduro ha dimostrato di non volerlo fare veramente. Finché era al comando, controllava questi organi e avrebbe continuato a manipolarli. Senza Maduro, invece, c’è almeno la possibilità di un governo di transizione che riformi le istituzioni prima di nuove elezioni: è l’idea su cui lavoravano gruppi di opposizione moderata e Stati come la Spagna. Con Maduro tale scenario era impossibile, perché lui non avrebbe mai accettato di indire elezioni se non sicuro di vincerle.
Anche la percezione di un intervento esterno nella regione è cambiata. Nel 2019 l’ipotesi di un intervento era molto impopolare in America Latina (tutti i governi, anche di destra, erano cauti). Nel 2025-26 però, con l’arrivo di figure come Milei in Argentina, le aperture di Petro e AMLO verso mediazioni ecc., il quadro si è spaccato. Nelle reazioni al raid 2026, infatti, l’America Latina appare divisa: alcuni condannano (Messico, Brasile, Colombia, Cile), ma altri approvano (Argentina, Ecuador). Questo riflette come anche a livello geopolitico la pazienza verso Maduro fosse esaurita in parte del continente.
Nina Celli, 20 gennaio 2026