Marco Rubio segretario di Stato USA
FAVOREVOLE O CONTRARIO?
Marco Rubio, 54 anni, è un politico statunitense di origini cubane che da decenni occupa ruoli di primo piano nel Partito Repubblicano. Già astro nascente del GOP (Grand Old Party) e senatore della Florida dal 2011, Rubio fu candidato alle primarie presidenziali del 2016, venendo deriso da Donald Trump come “Little Marco”. Eppure, nel corso del tempo ha ricucito i rapporti col magnate: dopo la rielezione di Trump nel 2024, Rubio è divenuto Segretario di Stato (e persino Consigliere per la Sicurezza Nazionale), emergendo come il più influente diplomatico americano dai tempi di Henry Kissinger. In questa veste, Rubio ha impresso una svolta alla politica estera USA, con un approccio intransigente su sicurezza e interessi nazionali. Da sempre “falco” anticomunista, Rubio considera i regimi autoritari ostili – dalla Cina ai governi socialista dell’America Latina – come minacce esistenziali alla sicurezza americana. È stato infatti uno degli architetti della linea dura di Trump verso Venezuela e Cuba già nel 2019, quando appoggiò il riconoscimento dell’oppositore Juan Guaidó e sollecitò un intervento contro Nicolás Maduro. Nel gennaio 2026 Rubio ha coronato questo progetto: forze speciali USA hanno catturato Maduro a Caracas, evento che Rubio perseguiva “da quasi un decennio”.
IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:
Rubio protegge gli USA dalle minacce straniere, promuovendo misure drastiche come il ban di TikTok e sanzioni hi-tech per difendere dati e sovranità.
L’attacco in Venezuela per il petrolio e le mire sulla Groenlandia ricordano le ingerenze imperialiste, rischiando di trascinare gli USA in nuovi conflitti.
Anticomunista, ha sostenuto la liberazione del Venezuela da Maduro e pressa Cuba perché cada la dittatura. Difende la democrazia e i diritti umani.
Rubio viene indicato come complice di Trump nel distruggere la reputazione USA. La sua gestione sta trasformando gli USA in un attore meno affidabile e più spregiudicato.
Rubio è diventato il braccio strategico di Trump in politica estera. Viene paragonato a Kissinger per influenza e capacità di rafforzare la leadership USA.
Rubio viene dipinto come un politico che sacrifica principi e promesse per ambizione personale.
Rubio vanta un curriculum pro-life impeccabile e combatte l’ideologia “woke”, incarnando i valori sociali del suo elettorato conservatore.
La sua opposizione ai diritti delle donne e delle minoranze lo rende una figura controversa, accusata di radicalizzare la politica interna e di negare tutele civili in nome dell’ideologia.
Rubio è garante della sicurezza nazionale contro le minacce cinesi e globali
Marco Rubio viene elogiato dai sostenitori come un politico che ha messo la sicurezza degli Stati Uniti al primo posto, affrontando con coraggio minacce complesse come l’aggressività tecnologica della Cina, lo spionaggio e il terrorismo. Sin da prima di entrare nell’amministrazione, Rubio ha assunto posizioni intransigenti verso Pechino, avvertendo che il Partito Comunista Cinese sfrutta la globalizzazione per infiltrarsi nella società e nell’economia americana. La sua campagna per mettere al bando TikTok ne è un esempio: secondo Rubio (e numerosi esperti bipartisan) TikTok funge da gigantesca “cavallo di Troia” digitale, capace di raccogliere dati sensibili di milioni di americani e potenzialmente manipolarne l’opinione su comando di Pechino. In un editoriale sul “Washington Post”, Rubio ha spiegato come l’algoritmo occulto di TikTok potrebbe essere usato dal PCC per “monitorare ogni tasto premuto” dagli adolescenti americani e perfino indottrinarli con contenuti propagandistici o divisivi. Forte di queste argomentazioni, Rubio ha presentato insieme ad altri parlamentari l’unico disegno di legge bicamerale pensato per vietare del tutto TikTok negli USA. La sua fermezza ha costretto anche la Casa Bianca di Biden a non poter ignorare il problema: nel marzo 2023, l’amministrazione aveva appoggiato un progetto di legge al Senato per dare nuovi poteri al governo nel blocco di tecnologie straniere ostili. Rubio aveva commentato che la proposta non andava abbastanza lontano, rivendicando la propria come l’unica soluzione per neutralizzare la minaccia cinese sui social.
In parallelo, Rubio è stato protagonista di iniziative contro i colossi high-tech cinesi come Huawei e ZTE. Da senatore ha convinto l’amministrazione Trump a bandire Huawei dalle reti 5G americane nel 2018, avvertendo che l’azienda – definita “un gangster” al servizio di Pechino – poteva inserire backdoor nelle infrastrutture per spiare e sabotare le comunicazioni occidentali. La sua pressione ha contribuito a creare un fronte internazionale: dopo gli USA, anche Regno Unito, Canada, Giappone, Australia e altri alleati hanno escluso Huawei, riconoscendo la fondatezza dell’allarme di Rubio. Nel 2024, quando Huawei ha mostrato segnali di ritorno sul mercato grazie ad alcune licenze concesse (ad esempio Intel ha venduto chip avanzati per laptop Huawei), Rubio è intervenuto pubblicamente attaccando la decisione e chiedendo di revocare ogni autorizzazione: lasciare spiragli a Huawei equivarrebbe a un “fallimento nell’applicare i controlli” e a incoraggiare il comeback di un “campione del Partito Comunista”. La lettera firmata da Rubio e dall’on. Stefanik nel 2024 è emblematica: definisce “inaccettabile” che un’azienda in blacklist come Huawei ottenga ancora chip americani e chiede di bloccare tutte le vendite presenti e future. Tale determinazione è apprezzata dai “falchi” di entrambi i partiti, che vedono in Rubio un guardiano instancabile della sicurezza nazionale: grazie anche a lui, Huawei è rimasta strangolata da sanzioni (perdendo il 80% del mercato smartphone in pochi anni) e la Cina non ha potuto espandere indisturbata il proprio dominio tecnologico.
Un altro fronte su cui Rubio ha agito è quello dell’infiltrazione accademica cinese e dello spionaggio industriale. Nel maggio 2025, come Segretario di Stato, ha fatto scalpore annunciando la revoca aggressiva di centinaia (forse migliaia) di visti di studenti cinesi nelle università USA. Questa misura, mai vista prima, è stata giustificata con la necessità di fermare le attività di intelligenza economica cinesi: “per troppi anni la Cina ha sfruttato il nostro sistema di visti”, ha dichiarato un funzionario sposando la linea Rubio, “mandando studenti nelle nostre migliori università solo per rubare la nostra proprietà intellettuale”. Anche in questo caso Rubio ha saputo ottenere il sostegno del governo: il Dipartimento di Sicurezza Nazionale sta rivedendo i criteri per “setacciare” ogni domanda da Cina e Hong Kong, mentre l’Ambasciata cinese – colta di sorpresa – ha protestato formalmente definendo la mossa un abuso sui diritti degli studenti. Secondo i sostenitori di Rubio, questo dimostra coraggio e chiarezza strategica: dove altri avrebbero temuto ritorsioni o accuse di razzismo, lui ha anteposto la protezione dell’innovazione americana e il riequilibrio nei rapporti con Pechino. Infatti, come notato da “Axios”, Rubio da anni insiste che gli USA devono “riequilibrare” le relazioni con la Cina ponendo fine all’ingenuità: il ritiro di Confucius Institutes (centri culturali cinesi accusati di fare propaganda) dalle università della Florida fu un suo cavallo di battaglia già nel 2018. Con Trump di nuovo alla Casa Bianca, Rubio ha l’autorità per tradurre in azione concreta queste idee, e lo sta facendo, con lodi dalla base repubblicana, che vede finalmente una risposta risoluta alla “guerra asimmetrica” lanciata da Pechino.
Rubio ha anticipato i tempi e guidato la carica su dossier cruciali di sicurezza: dalla cybersicurezza (TikTok e Huawei) al controspionaggio accademico, fino alla protezione delle filiere tecnologiche (limitando l’export di chip avanzati ai rivali). Questa visione integrale, che per alcuni appare troppo dura, per i suoi sostenitori è invece realismo necessario di fronte a minacce senza precedenti. Rubio viene dunque dipinto come lo scudo dell’America in un’era di nuove sfide: un leader capace di dire verità scomode (sulla Cina, sul ruolo dei Big Tech stranieri ecc.) e di agire di conseguenza, mobilitando tanto i repubblicani quanto i democratici su queste priorità nazionali. Il fatto che la Casa Bianca e un’ampia coalizione al Senato abbiano adottato la linea di bandire TikTok (dopo iniziali esitazioni) conferma – secondo questa prospettiva – la forza delle argomentazioni di Rubio e la sua abilità nel costruire consenso per la sicurezza nazionale. Egli incarna l’idea che “proteggere gli americani prima di tutto” non sia uno slogan vuoto, ma un programma concreto: controllo sulle tecnologie critiche, difesa dei dati personali, decoupling economico selettivo da potenze ostili e tolleranza zero verso spie e ladri di tecnologia. In un mondo dove la Cina investe enormi risorse per superare gli USA, Rubio si sta assicurando che gli Stati Uniti non restino a guardare indifesi, ma reagiscano con fermezza a tutela del proprio futuro.
Nina Celli, 15 gennaio 2026
Con l’interventismo estremo e le tentazioni imperialiste, Rubio minaccia la stabilità globale
I detrattori di Marco Rubio dipingono un quadro diametralmente opposto a quello dei suoi ammiratori. Essi vedono in Rubio un falco oltranzista, responsabile di aver spinto gli Stati Uniti su una pericolosa china di avventure militari e revanscismi territoriali che ricordano le epoche più oscure dell’imperialismo. Questa tesi sostiene che l’approccio di Rubio alla politica estera – tutto centrato su forza, punizione dei regimi ostili e assertività americana – stia comportando enormi rischi per la pace e la legalità internazionale, oltre a ripercorrere errori storici già commessi in passato (come la guerra in Iraq).
La critica principale riguarda la “dottrina Venezuela” di Rubio e la sua applicazione pratica. L’operazione del gennaio 2026, che ha visto forze speciali USA penetrare in uno Stato sovrano e rovesciarne il leader senza mandato ONU né legittimazione internazionale, è considerata da molti osservatori una grave violazione del Diritto internazionale e un precedente pericolosissimo. Diversi alleati tradizionali degli USA hanno reagito con sgomento: a mezza voce in Europa molti hanno parlato di “nuovo caso Iraq”. Il parallelo con l’invasione dell’Iraq del 2003 è stato fatto pubblicamente anche da analisti e politici. Anche se Rubio insiste che “il Venezuela non è il Medio Oriente, e la nostra missione è diversissima”, molti restano scettici. Chris Murphy, senatore democratico, ha definito il piano di Rubio per il Venezuela “folle e allucinante” – “Stanno parlando di rubare il petrolio venezuelano sotto la minaccia delle armi per un periodo indefinito, per gestire il Paese. La portata e la follia di quel piano sono assolutamente sconcertanti”, ha dichiarato. Effettivamente, il fatto che gli USA abbiano requisito petroliere venezuelane e stiano vendendo il greggio “al mercato” mantenendo i proventi sotto controllo USA appare a molti come un esproprio neocoloniale. Il quotidiano “The Guardian” ha definito Trump un “imperialista che ha causato panico e sconcerto” in Europa con queste mosse. L’accusa rivolta a Rubio è di aver architettato una sorta di “colpo di Stato mascherato”: con la scusa di aiutare il popolo venezuelano, gli USA hanno arrestato il presidente in carica (per quanto dittatoriale), insediato di fatto un loro protetto (Delcy Rodríguez, comunque figura del vecchio regime) e si sono appropriati della risorsa chiave (il petrolio). “The Atlantic” ha commentato che Trump ha praticamente istituito un “protettorato” sul Venezuela, “profondamente in contrasto” persino con la retorica anti-nation building che lui stesso aveva sempre sbandierato. Rubio in TV ha provato a correggere il tiro dicendo che gli USA “non avranno un ruolo di governo diretto in Venezuela” ma manterranno un blockade sulle esportazioni petrolifere come leva per guidarne le politiche. Questo però per i critici non è affatto rassicurante: significa, in parole povere, che Washington controllerà il rubinetto del petrolio e deciderà quale governo venezuelano è accettabile o meno, pena strangolamento economico. Una sovranità condizionata e limitata, simile a quella dei protettorati ottocenteschi. Insomma, per i detrattori Rubio ha risuscitato una mentalità che si pensava sepolta dalla storia. Il richiamo all’Iraq 2003 è continuo: anche allora si prometteva liberazione e democrazia, ma poi gli USA restarono impantanati per anni. E oggi? Qual è il piano se il Venezuela scivola nel caos o nella guerriglia? Rubio e Hegseth dicono che “se serve” faranno altri interventi militari. Questa prospettiva di “seconda ondata” ha allarmato al punto che Trump ha dovuto dire di averla cancellata perché “non necessaria”, visto che il primo attacco è stato “così potente”. Ma il segnale è che gli USA di Rubio non esitano a usare la forza dove vogliono e quando vogliono. L’Avana denuncia che questo approccio “destabilizza la regione”: Bruno Rodríguez ha affermato che le “escalation” nel Caribe di Rubio non rispondono nemmeno agli interessi pacifisti proclamati da Trump, insinuando una spaccatura tra la Casa Bianca (che parlava di “mandato di pace”) e il Dipartimento di Stato bellicoso di Rubio. Al di là di ciò, resta il fatto che la decisione di compiere un’azione militare unilaterale in America Latina ha infranto un tabù decennale (dopo i disastri del ‘900, gli USA avevano evitato interventi diretti nel Sud del continente). Questo precedente potrebbe avere conseguenze: alcuni Paesi potrebbero riarmarsi temendo di finire nel mirino (ad esempio, il Nicaragua di Ortega ha rafforzato le relazioni militari con Mosca per deterrenza). Insomma, la regione rischia nuova tensione militare.
Ancora più eclatante per i critici è la gestione del dossier Groenlandia. Qui Rubio ha legittimato quello che appare, agli occhi esterni, come un progetto neo-annessionista di stampo ottocentesco: l’acquisto (o presa) di un territorio altrui per espandere il dominio americano. Il “Wall Street Journal” ha rivelato che Rubio, in un briefing segreto al Congresso, ha spiegato che Trump intende comprare l’isola da Copenaghen, volendo escludere a priori l’uso della forza. Ma il fatto stesso che debba escluderlo fa capire quanto l’idea di un intervento militare fosse stata ipotizzata. Questo ha provocato shock e condanna internazionale. Il governo danese ha respinto sdegnato l’ipotesi che la Groenlandia sia in vendita. I leader europei hanno ribadito che la sovranità della Groenlandia appartiene ai suoi abitanti e al Regno di Danimarca e che una presa con la forza sarebbe una rottura gravissima della fiducia NATO. La Francia, in particolare, sta elaborando piani di risposta se gli USA davvero tentassero un’operazione “stile Caracas” in Artico. Che un’alleanza difensiva debba preparare contromosse contro il proprio membro principale è indicativo dell’erosione di credibilità causata dalla politica stile Rubio. Il ministro francese Barrot, dopo aver parlato con Rubio, ha annunciato che Parigi e partner sono pronti a reagire a qualsiasi invasione della Groenlandia. Pur rassicurandolo (“non sarà come il Venezuela, Rubio l’ha escluso”, ha detto Barrot), la semplice comparazione lascia sgomenti: vuol dire che gli alleati ormai temono che ciò che è successo a Caracas possa accadere pure a Nuuk. L’ipotesi militarista può sembrare fantasiosa, ma come nota “The Guardian”, Trump ha affermato: “tra Groenlandia e NATO dovrò forse scegliere”, minacciando addirittura di far prevalere l’annessione sulla fedeltà all’Alleanza. Ciò è in gran parte imputato a Rubio che, invece di frenare Trump su un’idea avventata (già ridicolizzata nel 2019), ha iniziato a concretizzarla (viaggio a Copenaghen, preparazione di modelli di accordo associativo tipo COFA). Per i detrattori, ciò dimostra l’irresponsabilità di Rubio: sta sdoganando idee da era coloniale, incurante del danno a decenni di ordine internazionale basato sull’integrità territoriale. Oggi è la Groenlandia, domani chi? Questo alimenta un clima di sospetto e corsa alle armi – soprattutto tra le potenze rivali. Non a caso, Putin ha subito paragonato la cattura di Maduro e le mire su Groenlandia a un “nuovo colonialismo occidentale”, giustificando così la propria aggressività altrove. In Cina, i media di Stato gongolano mostrando gli USA pronti a invadere territori di Paesi amici (Danimarca è nella NATO) per “dominare l’Artico”. L’immagine degli Stati Uniti soffre enormemente: un sondaggio (fittizio per ragionamento) di gennaio 2026 mostrerebbe un calo drastico di fiducia nell’America in Europa e America Latina, associata ora a prepotenza e doppi standard (criticano l’invasione russa in Ucraina ma poi fanno lo stesso in altre regioni).
Critiche simili vengono rivolte alla condotta di Rubio verso Cuba. Se il regime castrista è senza dubbio autoritario, l’indurimento estremo voluto da Rubio – di fatto un assedio economico totale in stile anni ’60 – rischia di generare instabilità e crisi umanitarie gravi a poche miglia dalle coste USA, oltre a “compromettere possibili soluzioni diplomatiche”. Nel 2023, sotto Biden, si erano aperti spiragli (rimossi da Trump appena insediato per volontà di Rubio): togliere Cuba dalla lista terrorismo (favorendo scambi), alleggerire restrizioni sulle rimesse dei cubano-americani, cooperazione su migrazione. Rubio ha spinto per l’opposto: più blocco, espulsione di 300mila cubani protetti negli USA. Il risultato è che l’Avana, messa all’angolo, potrebbe reagire male: intelligence USA riportano contatti tra Cuba e Russia per possibili nuove basi di ascolto a Cuba (uno scenario da seconda Guerra Fredda), come rappresaglia. Inoltre, la linea di Rubio chiude spazi alla società civile cubana: nel passato, l’apertura di Obama aveva favorito nascita di piccoli imprenditori privati e una maggiore circolazione di informazioni; ora col super-embargo si rischia di tornare a isolare il popolo cubano e spingerlo solo nelle braccia di Mosca o Pechino, perdendo quell’influenza culturale americana che stava crescendo. Gli stessi oppositori cubani sono divisi: alcuni applaudono Rubio, ma attivisti sull’isola temono che un collasso improvviso del regime senza piano possa portare a caos o fuga di massa, con sofferenze per la popolazione. Rubio appare sordo a queste preoccupazioni, spingendo per “fare cadere l’Avana ora”, anche a costo di altissimo rischio. Per i critici ciò è irresponsabile: volere tutto e subito (il crollo del regime) ignorando le possibili conseguenze – come flussi migratori incontrollati, conflitti interni a Cuba, intervento di terzi (Russia?) per sostenere militarmente il governo cubano. Si evoca la fallita invasione della Baia dei Porci del 1961: anche allora i falchi di Miami convinsero l’Amministrazione a un’azione avventata e finita male, che rafforzò Castro. Mutatis mutandis, Rubio rischia di rifare quell’errore su scala maggiore.
Dunque, la politica estera impostata da Rubio ha gettato benzina sul fuoco globale: ha alimentato tensioni, creato divisioni con gli alleati, calpestato norme internazionali e aperto scenari di conflitto diretto persino con partner NATO (Groenlandia). Viene accusato di un approccio manicheo e muscolare che semplifica eccessivamente situazioni complesse. Anche il Council on Foreign Relations avverte che concentrare la transizione venezuelana sul petrolio non risolvere i problemi istituzionali di fondo. Rubio invece pare interessato soprattutto a “assicurare che le compagnie occidentali abbiano accesso”, come ha detto esplicitamente. Questo alimenta il sospetto che la sua crociata per la libertà nasconda in realtà motivi opportunistici (petrolio e risorse per gli USA). Nel mondo multipolare di oggi, questo potrebbe isolare Washington e farle perdere autorità morale.
Nina Celli, 15 gennaio 2026
Rubio è contro i regimi autoritari in America Latina
Per i sostenitori di Rubio, uno dei suoi meriti maggiori è l’aver riportato al centro l’impegno degli Stati Uniti a favore della libertà e della democrazia nell’emisfero occidentale. Figlio di esuli cubani scappati dal regime castrista, Rubio ha sempre avuto una sensibilità particolare per le sofferenze dei popoli soggetti a dittature socialiste nelle Americhe. La sua visione è che gli Stati Uniti abbiano il dovere morale e strategico di sostenere chi chiede democrazia nel proprio Paese e di contrastare le interferenze di potenze avverse (come Russia e Cina) nel cortile di casa. Questa visione antitotalitaria e pan-americana si è tradotta in azioni concrete e, secondo i sostenitori, in successi di portata storica, con Rubio protagonista.
Emblematico è il caso del Venezuela. Da senatore, Rubio fu uno dei primi a denunciare la deriva dittatoriale di Hugo Chávez e poi di Nicolás Maduro, portando la voce dell’opposizione venezuelana nelle aule del Congresso USA. Quando nel gennaio 2019 l’Assemblea Nazionale venezuelana ha dichiarato illegittimo Maduro e riconosciuto l’oppositore Juan Guaidó come presidente ad interim, Rubio ha spinto con forza l’amministrazione Trump a fare altrettanto, aiutando a costruire un fronte internazionale di oltre 50 Paesi a sostegno di Guaidó. “Axios” riferì che Rubio era considerato uno dei kingmaker della politica USA sul Venezuela e che aveva “formato sin dall’inizio” l’approccio duro di Trump. Non solo: a febbraio 2019 Rubio si è recato personalmente a Cúcuta, sul confine, per accompagnare i convogli di aiuti umanitari raccolti dagli USA e destinati al popolo venezuelano. In quell’occasione, mentre Maduro schierava i militari per bloccare cibo e medicine, Rubio lanciò un severo monito: “Se fai del male a Guaidó o ai volontari, le conseguenze saranno rapide e severe”. Questa postura decisa viene letta come prova del coraggio morale di Rubio: non voltare lo sguardo davanti alla repressione, ma tirare “linee rosse” a tutela degli oppositori e degli interessi umanitari. Per i sostenitori, fu grazie anche alla deterrenza implicita in quelle parole se Maduro non osò toccare Guaidó nei mesi successivi.
Il coronamento di questa strategia si è avuto con l’Operazione 2026, la missione militare americana che ha portato alla caduta di Maduro e all’arresto suo e di sua moglie a Caracas. Rubio, divenuto Segretario di Stato, è stato l’architetto di questo risultato: come racconta “Fox News”, “ha perseguito la caduta del dittatore per quasi un decennio”, e il 3 gennaio 2026 “ha visto realizzarsi il suo desiderio” con il blitz dei reparti speciali che hanno catturato Maduro. L’operazione, definita tatticamente spettacolare, ha liberato il Venezuela da un regime che ha ridotto il Paese alla fame (l’economia si è contratta dell’80% in 10 anni, crisi umanitaria con milioni di profughi). Agli occhi di Rubio e dei suoi alleati, questo intervento era doveroso: come disse egli stesso nel 2018, “il regime di Maduro è diventato una minaccia per la regione e per gli USA” a causa dei legami con cartelli della droga e potenze ostili. Adesso che Maduro non c’è più, c’è un’opportunità concreta di riportare democrazia e prosperità in un Paese devastato. Rubio ne ha delineato il percorso: stabilizzazione, ripresa economica con l’aiuto delle compagnie occidentali e transizione guidata dai venezuelani stessi. Ha enfatizzato che “in ultima istanza spetta al popolo venezuelano trasformare il proprio Paese”, chiarendo che gli USA non intendono occuparlo né sfruttarlo, ma anzi vigilare affinché le risorse come il petrolio siano usate per il benessere della gente e non per la corruzione. Questo approccio – muscolare ma finalizzato a ridare autonomia a una Nazione oppressa – è proprio ciò che i sostenitori di Rubio intendevano quando, negli anni scorsi, lo definivano “paladino della democrazia in America Latina”.
Anche sul caso Cuba, Rubio ha incarnato la voce degli esuli e dei dissidenti. Ha osteggiato strenuamente la linea morbida di Obama, giudicando prematuro aprire al regime castrista senza riforme interne. Quando Trump è tornato al potere, su impulso di Rubio gli USA hanno ribaltato le concessioni di Biden: Cuba è stata re-inserita tra gli Stati sponsor del terrorismo (per il sostegno alla dittatura venezuelana e per attività sovversive); sono state rafforzate le sanzioni economiche, per tagliare al regime ogni flusso di valuta e carburante facile. Per Rubio questa “massima pressione” è l’unico linguaggio che la dittatura di Díaz-Canel comprenda: togliere il salvagente di Maduro a Cuba era fondamentale per mettere L’Avana con le spalle al muro. In effetti, dopo la caduta di Maduro, il regime cubano è entrato in allarme rosso: carenza di petrolio, blackout diffusi, proteste latenti. Trump ha potuto dichiarare che “Cuba è pronta a cadere” e ha lanciato l’ultimatum per “fare un accordo”, convinto che il cambio di sistema sia ormai a portata di mano. Rubio ha giocato un ruolo chiave nell’inasprire questo corso: il ministro degli esteri cubano lo accusa di “agenda personale estremista”, segno che L’Avana lo percepisce come l’avversario più irriducibile. E proprio ciò è fonte di orgoglio per molti cubano-americani: Rubio rappresenta “la giustizia della storia” contro il regime comunista che da 64 anni soffoca Cuba. Il fatto che sui social circolino meme (rilanciati dallo stesso Trump con ironia) che immaginano Rubio come “futuro presidente di Cuba” testimonia quanto egli sia diventato il simbolo dell’aspirazione alla libertà per quella comunità.
Più in generale, i sostenitori affermano che la “Dottrina Rubio” stia restituendo agli Stati Uniti la leadership morale nell’emisfero occidentale. Mentre negli anni passati Washington sembrava aver abbandonato a sé stessi i popoli oppressi (in Nicaragua, in Venezuela, a Cuba), ora, grazie all’influenza di Rubio su Trump, gli USA sono tornati a “mostrare i muscoli” per difendere la democrazia a casa propria. Questo ha anche un vantaggio strategico: togliere terreno a Russia e Cina. Non a caso dopo l’azione in Venezuela, Trump ha potuto dire trionfante che “il predominio americano nell’emisfero non sarà più messo in discussione”. Paesi come la Colombia, il Brasile, l’Ecuador (guidati da governi democratici) vedono con favore la fine di regimi destabilizzanti nella regione e una rinnovata presenza americana. Rubio ha insistito sull’“l’America Latina vicina di casa” e che non andava lasciata preda delle ingerenze sino-russe. Ora, con un Venezuela libero e un possibile cambiamento a Cuba, il continente può avvicinarsi a un’era di cooperazione e sviluppo sotto l’egida USA. In quest’ottica, Rubio viene paragonato ai grandi anticomunisti del passato, un novello Reagan che nel “cortile di casa” smantella l’ultima Cortina di Ferro rimasta a Ovest. Esponenti repubblicani, come Mario Díaz-Balart, hanno esultato definendo quello di Rubio e Trump “un approccio aggressivo necessario” e affermando che dopo “decenni di tragedie, la fine del regime di L’Avana è vicina”.
Nina Celli, 15 gennaio 2026
C’è una regressione sui diritti umani e isolamento negli Stati Uniti
Sul fronte dei diritti umani e delle alleanze, i critici imputano a Rubio una serie di scelte che stanno isolando moralmente gli Stati Uniti e minando la loro autorevolezza come campioni di libertà e democrazia. La rimozione delle questioni LGBTQ+ e di altre voci dal rapporto sui diritti umani del Dipartimento di Stato è uno degli elementi più citati di questa “regressione”. Sotto la guida di Rubio, il consueto Country Report on Human Rights Practices 2025 ha cancellato l’intera sezione sulle violenze basate sull’orientamento sessuale e identità di genere (SOGIESC). Questo segna un netto passo indietro rispetto ai progressi fatti in precedenza e persino rispetto agli standard minimi (come notano i deputati dell’Equality Caucus, quella sezione esisteva anche sotto Trump-Pompeo nel primo mandato). La scelta di Rubio è stata condannata non solo dalle ONG per i diritti civili, ma anche da vari governi alleati che consideravano quei rapporti come un riferimento globale. Il governo spagnolo, ad esempio, ha espresso “profonda delusione” per la cancellazione delle informazioni su repressioni antigay in Paesi come l’Uganda o la Cecenia, osservando che gli attivisti locali contavano sui report USA per fare pressione. Rubio ha risposto che “i rapporti contengono comunque tutte le informazioni rilevanti integrate altrove”, ma questa spiegazione è giudicata pretestuosa dai critici: di fatto, nascondendo in mille pagine i casi di violenza omofoba, ne minimizza l’importanza. “The Advocate” ha evidenziato la contraddizione di Rubio: da senatore nel 2017 aveva tuonato contro la persecuzione degli omosessuali in Cecenia, invocando gli USA a “usare la propria voce globale” per condannare quegli orrori, mentre ora da Segretario sembra voler silenziare quella voce proprio su questi temi. L’interpretazione è che Rubio, per compiacere l’ala ultraconservatrice interna, stia sacrificando la tradizionale promozione americana dei diritti umani universali. Questo lede la credibilità degli USA: come possono criticare la Cina per i campi degli Uiguri o l’Iran per le impiccagioni di gay, se nel loro report ufficiale non dedicano neanche un paragrafo a tali questioni? Un ex funzionario del Dipartimento di Stato ha parlato di “pagina nera” per la diplomazia dei diritti umani americani, sostenendo che Rubio l’ha subordinata alla sua agenda interna.
Parallelamente, Rubio ha tagliato in modo brutale gli aiuti umanitari e di sviluppo all’estero, allineandosi al motto “America First” ma alienando buona parte del mondo. Filkins su “The New Yorker” riferisce che “decine di miliardi di dollari di aiuti sono stati tagliati” nei primi mesi del 2025. Sono stati chiusi programmi di assistenza sanitaria, progetti educativi, ridotti i contributi USA a organizzazioni internazionali (OMS, UNESCO, UNHCR ecc.). Rubio, in visite alle ambasciate, ha dovuto affrontare lo sconcerto dei diplomatici mentre annunciava questi tagli: nel caso citato del Guatemala, ad esempio, “l’aiuto USA sarà ridotto quasi del 40%”. Egli stesso, riferiscono fonti del Congresso, in privato ha ammesso di “non avere molto potere per invertire i tagli”, come se fosse costretto dalla Casa Bianca a eseguirli. Ma i critici replicano che Rubio è complice, se non promotore, di questa svolta isolazionista: nel libro programmatico Decades of Decadence da lui pubblicato nel 2025, egli sostenne che troppi soldi americani erano stati spesi all’estero a scapito del cittadino comune. Questa tesi “America prima e sola” è stata tradotta in pratica. Tuttavia, le conseguenze rischiano di essere controproducenti: tagliando aiuti per la sanità e lo sviluppo, gli USA perdono influenza morale e pratica in molte regioni. Ciò lascia terreno libero alla Cina, per esempio, che con la Belt and Road e i suoi prestiti sta riempiendo i vuoti: non a caso, poco dopo i tagli USA, vari Paesi africani e asiatici si sono rivolti ancora di più a Pechino. Ex alleati stretti come l’Egitto o le Filippine hanno criticato in sede ONU l’egoismo americano dopo che progetti vitali sono stati congelati. L’immagine degli Stati Uniti come “nazione generosa” costruita nel dopoguerra è seriamente compromessa. Eric Rubin, ex ambasciatore USA e leader sindacale dei diplomatici, ha detto che “distruggere alleanze, tagliare gli aiuti e imporre dazi a tutti rischia di infliggere danni irreparabili alla reputazione USA”. Quel “spero gli rovini la carriera” riferito a Rubio è l’esasperazione di chi vede decenni di costruzione di rapporti buttati.
C’è poi l’aspetto del rapporto con gli alleati democratici. Rubio viene accusato di aver allineato gli USA con governi e leader di dubbia democraticità pur di portare avanti la sua agenda. Per esempio, nella sua crociata anticomunista in America Latina, Rubio ha stretto forti legami con l’estrema destra brasiliana e con figure come Nayib Bukele, presidente di El Salvador (semi-autocrate, ma anti-Cina e antisinistra). Allo stesso tempo, ha spinto per ridurre i toni verso leader autocrati di destra se considerati “utili” nel bilanciamento. Questo trasforma il carattere tradizionale della diplomazia USA, rendendola più una proiezione dell’ideologia del momento che un’istituzione stabile. La conseguenza è stata un calo di morale e l’esodo di molti diplomatici esperti (chi non allineato alla linea trumpiana è stato messo da parte e, in un caso estremo, un funzionario è stato licenziato per aver partecipato a un evento con nazionalisti bianchi). Questa “purga” di competenze indebolisce la capacità diplomatica di risolvere crisi con mezzi non militari. Finché c’è da picchiare i pugni – la specialità di Rubio – l’Amministrazione va avanti, ma su dossier complessi come i cambiamenti climatici o la cooperazione sanitaria globale, gli USA sono spariti. I detrattori segnalano con preoccupazione che ad esempio l’Accordo di Parigi sul clima è stato abbandonato: un danno gravissimo alla lotta climatica, che isola gli USA (ora unico grande Paese fuori dagli sforzi globali). Rubio ha minimizzato il cambiamento climatico in passato, definendolo secondario rispetto alla competizione con la Cina, e come Segretario di Stato ne ha raccolto i frutti: conferenze internazionali sul clima vedono delegazioni statunitensi quasi come “osservatori ostili” e l’UE e la Cina stanno portando avanti progetti senza più il contributo di Washington.
In campo economico e commerciale, l’approccio di Rubio – da lui definito come impegno a “concentrarsi sul dominare l’emisfero occidentale e ridurre i globalismi improduttivi” – ha portato gli USA a scontrarsi anche con partner storici. L’amministrazione ha imposto dazi pesanti su praticamente tutte le importazioni straniere (amici o nemici indistinti). Questo protezionismo estremo (giustificato con la dottrina che “importare fa male” che quasi tutti gli economisti rigettano) ha innescato delle trade wars persino con l’Europa e il Giappone, erodendo la cooperazione occidentale. Ad esempio, nel 2025 gli USA hanno minacciato tariffe sulle auto europee se l’UE non avesse sostenuto la linea dura su Groenlandia e Venezuela: un ricatto che ha creato risentimento tra i leader UE, costretti a equilibri delicati. L’ex segretario al Tesoro Larry Summers ha commentato su “WaPo” che l’America si sta facendo del male con queste mosse, isolandosi economicamente e spingendo amici come UE e Canada a stringere maggiori legami reciproci (senza gli USA). L’uscita da accordi come TPP e il ridimensionamento del WTO significano per i critici che Rubio & co. stanno “smantellando l’ordine globale liberale” faticosamente costruito dagli stessi americani.
Tutto ciò va contestualizzato: Rubio giustifica l’approccio dicendo che “l’ordine post-’45 ha tradito la classe media americana” e che dunque serve uno shock correttivo. Ma i detrattori replicano che sta buttando via anche il buon che c’è stato. Lo definiscono un fanatico ideologico travestito da pragmatista: a parole parla di realismo, ma nei fatti appare guidato da rancore verso tutto ciò che è ONU, trattati, multilateralismo, cooperazione sui diritti – in breve, verso il sistema liberale che lui considera “marxista” (Rubio ha chiamato Biden “presidenza più radicale e marxista di sempre”). Questa visione rigidamente divisiva (o con noi o contro di noi) sta isolando gli Stati Uniti. Segnale ne è il fatto che al Consiglio ONU sui Diritti Umani nel 2025 gli USA si sono ritrovati quasi senza alleati nel condannare la Cina per gli Uiguri, perché troppi hanno visto la doppia morale americana (accusano la Cina ma intanto tagliano i fondi all’UNHCR e tacciono sui propri alleati colpevoli di abusi come l’Arabia Saudita). Dexter Filkins spiega come alcuni diplomatici occidentali considerino Rubio un “enabler” di un’America più simile alle potenze autoritarie: “trascura gli alleati, abbandona le leggi internazionali, sembra voler rifare l’America una nazione senza scrupoli come i suoi rivali”.
L’azione di Rubio, dunque, è un fattore di indebolimento del soft power degli USA. Egli sacrifica, in nome di un nazionalismo miope, quella reputazione di difensore globale dei diritti e di partner affidabile che distingueva gli USA. Ora, i Paesi democratici europei guardano a Washington con sospetto quasi quanto fanno con Mosca o Pechino. I progressi su diritti umani e cooperazione globale sono stati arrestati o invertiti. Se l’obiettivo era proteggere la “leadership americana”, Rubio rischia di ottenere l’opposto: un’America isolata, priva di alleati fedeli e con un’influenza morale ridotta al minimo storico.
Nina Celli, 15 gennaio 2026
Leader influente, competente e leale: Rubio è un pilastro dell’amministrazione Trump
Chi difende Marco Rubio tende a sottolinearne anche le qualità personali e politiche che lo rendono un amministratore efficace e un prezioso alleato del presidente. In un momento in cui molti temevano che un secondo governo Trump sarebbe stato segnato dal caos e da lotte intestine, la presenza di Rubio al vertice del Dipartimento di Stato ha offerto un elemento di stabilità, competenza e credibilità. Egli sarebbe riuscito dove altri “adulti nella stanza” hanno fallito nel primo mandato: ha guadagnato la fiducia completa di Trump, divenendo il suo principale consigliere di politica estera e concentrando su di sé deleghe inusuali (oltre a essere Segretario di Stato, è anche Consigliere per la Sicurezza Nazionale e sovrintende archivi/documenti sensibili). Questo cumulo di incarichi lo rende il diplomatico americano più influente da decenni, paragonato da “Fox News” a Henry Kissinger negli anni ‘70.
La metamorfosi di Rubio da rivale alle primarie 2016 (noto fu lo scontro in cui Trump lo soprannominò “Little Marco”) a uomo forte della Casa Bianca è la prova, secondo i sostenitori, della sua intelligenza politica e capacità di adattamento. Invece di restare un oppositore rancoroso, Rubio ha saputo riconoscere la leadership di Trump e mettersi al suo servizio, portando le sue competenze e idee. Questo gli è valso la stima del presidente, tanto che analisti come Matthew Kroenig (ex Pentagono, Atlantic Council) hanno dichiarato che Rubio “è davvero in gamba, davvero efficace e ha avuto successo in tutto ciò che ha fatto”, riuscendo a “incanalare gli istinti di Trump in direzioni costruttive” senza cercare di contenerlo in modo frontale. Un portavoce dell’amministrazione, citato in “The New Yorker”, ha spiegato che la Casa Bianca sapeva che la conferma di Rubio al Senato sarebbe stata facile perché anche molti democratici lo reputano “una mano sicura” in politica estera. Avere un personaggio come Rubio a capo del Dipartimento di Stato – invece di figure più divisive – ha mantenuto una parvenza di continuità istituzionale e sollievo tra vari alleati. Un ministro europeo ha confidato: “Rubio sta facendo del suo meglio per moderare i peggiori impulsi di Trump”, suggerendo che la sua presenza ai vertici ha evitato eccessi peggiori. Per quanto alcuni possano dissentire, è innegabile che Rubio abbia portato professionalità e preparazione: senatore per 12 anni, ex presidente della Florida House, conoscitore dei dossier chiave (dalla Cina alla Russia, all’America Latina), possiede un bagaglio che Trump ha riconosciuto e di cui si è voluto avvalere.
I risultati pratici sembrano dare ragione a questa opinione: dalla gestione di crisi internazionali fino al ridisegno di alleanze, Rubio è stato in prima linea e ha tenuto unita la squadra di politica estera. La portavoce Karoline Leavitt ha dichiarato a “Fox News” che “il Segretario Rubio ha fatto un ottimo lavoro nell’avanzare l’agenda estera di Trump… è un giocatore di squadra e tutti adorano lavorare con lui alla West Wing”. Questo è significativo che, a differenza del primo mandato, dove figure come Rex Tillerson o John Bolton ebbero rapporti conflittuali con Trump e furono silurate, Rubio è riuscito a restare in sintonia col presidente, pur mantenendo la stima dello staff. Secondo diversi osservatori, la chiave è nella sua lealtà intelligente: Rubio “ha capito chi è il capo e ne canalizza gli istinti”, come ha detto Kroenig, senza tentare di frenare Trump, ma indirizzandolo su obiettivi concreti compatibili col suo istinto. Così, quando ad esempio Trump ha avanzato idee inconsuete – come l’acquisizione della Groenlandia – Rubio non lo ha smentito pubblicamente, ma da dietro le quinte lo ha convinto a privilegiare la via diplomatica (anche recandosi a Copenaghen per parlare coi danesi). Allo stesso modo, sul Venezuela, Trump ha inizialmente tuonato di “gestire il Paese”, ma Rubio in TV ha “smorzato i timori”, assicurando che gli USA non faranno nation-building né occuperanno permanentemente il territorio. Questa “copertura mediatica” di Rubio, in qualità di volto rassicurante dell’amministrazione, è servita a calmare i partner e l’opinione pubblica su possibili derive imperialiste. “Fox News” evidenzia che “Rubio è diventato il volto visibile della missione USA in Venezuela”, andando nelle trasmissioni a chiarire cosa farà o non farà Washington. Ciò ha permesso di mantenere unita anche la maggioranza repubblicana al Congresso: voci come il senatore Rand Paul o altri isolazionisti sono rimaste inascoltate, perché Rubio – considerato persona seria – ha spiegato il piano e fornito dettagli ai parlamentari in briefing riservati.
La sua efficacia è riconosciuta anche dai rivali interni. “Vanity Fair” e “The Atlantic” avevano dipinto Rubio come fustigatore e messo all’angolo nei primi mesi del 2025, superato da inviati speciali come l’imprenditore Steve Witkoff su dossier come Iran e Ucraina. Ma la situazione si è invertita: quando Trump ha deciso di colpire le centrali nucleari iraniane nell’estate 2025 (un’altra mossa audace del secondo mandato), ha scelto di affidarsi proprio a Rubio e al team ufficiale, allontanando figure come Brian Hook. La preferenza di Trump per Rubio su ogni altro consigliere conferma che “Rubio sa chi comanda e c’è sintonia”. Molti nel partito repubblicano plaudono a questa “coppia di ferro” Trump-Rubio: con un presidente carismatico ma impulsivo e un Segretario di Stato esperto ma leale, si ottiene un equilibrio vincente. Il paragone con Nixon-Kissinger sorge spontaneo non solo per i ruoli doppi ma perché, come Kissinger fu l’architetto di mosse storiche (l’apertura alla Cina, ecc.), così Rubio è visto come l’architetto di questa stagione assertiva americana (caduta di Maduro, rinnovato contenimento di Cuba, pressing sull’Artico).
Sul piano mediatico e dell’immagine, Rubio porta inoltre un elemento di diversità e rinnovamento generazionale utile al GOP. È un ispanico bilingue: ciò lo rende un comunicatore efficace con i media latini e con i Paesi vicini. Le sue conferenze stampa in spagnolo e inglese, il suo background di self-made man figlio di immigrati poveri, aiutano a smussare le accuse di razzismo e unilateralismo spesso mosse all’Amministrazione Trump. Ad esempio, quando a settembre 2025 l’ONU ha criticato il raid in Venezuela paventando uno scenario tipo Iraq, Rubio – in qualità di diplomatico – ha parlato coi ministri degli Esteri del G7 e i governi alleati, rassicurandoli sull’impegno USA a rispettare la volontà popolare venezuelana. Ha coinvolto partner come la Francia (Barrot) nelle discussioni sulla Groenlandia, offrendo trasparenza e ascolto delle loro preoccupazioni. Questo approccio da mediatore pragmatico è valso a Rubio apprezzamento bipartisan: la sua audizione di conferma a Segretario di Stato è stata approvata all’unanimità, segno rarissimo nell’era polarizzata odierna. Ciò testimonia che anche gli oppositori riconoscevano in lui una figura di cui “ci si può fidare al momento di una crisi”. Questa visione sembra essersi avverata: gestione ferma ma calibrata dell’affaire Groenlandia (niente avventure militari sconsiderate, ma trattative), gestione decisa e rapida del dopo-Maduro, voce autorevole nel calmare possibili conflitti con alleati (ad esempio convincendo Trump a non litigare con la Colombia o il Messico dopo il Venezuela). Insomma, Rubio ha portato professionalità e spessore in un’Amministrazione che altrimenti sarebbe stata impulsiva.
Nina Celli, 15 gennaio 2026
L’amore per il potere porta Rubio a essere opportunista e incoerente
Una critica mirata a Marco Rubio riguarda la sua coerenza personale e politica, con i detrattori che lo accusano di opportunismo e ipocrisia. In questa ottica, Rubio avrebbe abbandonato o ribaltato molte delle posizioni che aveva sostenuto in passato, semplicemente adeguandosi ai venti prevalenti del trumpismo per restare al potere. Tale trasformismo fa dubitare della genuinità delle sue convinzioni e solleva il sospetto che Rubio agisca primariamente per ambizione personale, più che per un principio sentito.
Un esempio lampante è l’evoluzione di Rubio sul tema dell’immigrazione. Nel 2013, Rubio fu uno dei leader del cosiddetto “Gang of Eight”, un gruppo bipartisan di senatori che elaborò un’ampia riforma dell’immigrazione: quella proposta includeva un percorso di cittadinanza per milioni di immigrati senza documenti e misure per i Dreamers (giovani arrivati da bambini) – in pratica, quell’amnistia che i conservatori duri rigettavano. All’epoca Rubio spese parole appassionate sull’importanza di “risolvere con compassione” il problema immigrati, citando anche la sua origine cubana per giustificare l’apertura. Tuttavia, quando incontrò forte resistenza dalla base repubblicana, Rubio fece una repentina marcia indietro: si distanziò dal suo stesso disegno di legge e lo lasciò morire alla Camera. Da allora, la sua retorica cambiò completamente: nel 2016 promise di porre fine a DACA (il programma di permessi per i Dreamers) se fosse stato eletto presidente e di opporsi a ogni “amnistia” prima del rafforzamento delle frontiere. Come ha documentato “PolitiFact”, nel 2018 Rubio ha votato contro due proposte di legge che includevano la cittadinanza per i Dreamers (le stesse persone che lui un tempo diceva di voler aiutare), sostenendo invece una proposta più restrittiva sponsorizzata da Trump. Oggi Rubio sostiene senza indugi la linea di Trump sul blocco alla frontiera e la deportazione rapida e, da Segretario di Stato, è diventato esecutore di politiche durissime, come la sospensione dei visti studenteschi cinesi e la fine del TPS per i venezuelani. Ai critici appare evidente che Rubio ha tradito il se stesso moderato di un decennio fa per allinearsi all’umore antiimmigrati del trumpismo. Il Florida Immigrant Coalition lo definisce ipocrita, affermando che “Rubio ha tolto opportunità ai Dreamers, infrangendone i sogni”. “PolitiFact”, pur riconoscendo che quell’affermazione semplificava, ha confermato che Rubio ha avuto posizioni ambivalenti su DACA, oscillando per convenienza: inizialmente disse che il programma doveva finire solo dopo una legge sostitutiva, poi nel 2017 ha avallato il tentativo di Trump di cancellarlo subito. Questa incoerenza suggerisce che Rubio modula i suoi principi in base al calcolo politico. Quando la base repubblicana era più moderata su immigrazione, lui lo era; quando è virata sul nativismo, lui l’ha seguita.
Un altro capitolo riguarda l’atteggiamento verso Trump stesso. Nel 2016 Rubio e Trump erano acerrimi rivali: Rubio chiamò Trump “buffone” e disse che non era idoneo alla presidenza; rispose alle offese di Trump (che lo derideva per la statura) con battute sulla “spray tan” e persino allusioni volgari sulle mani di Trump. Dopo aver perso alle primarie, Rubio definì Trump “pericoloso”. Eppure, nel 2020, fiutato il vento, Rubio è diventato un fedele alleato di Trump, sostenendolo in quasi tutto. Ha persino replicato – in forma attenuata – gli infondati dubbi di Trump sulle elezioni 2024: inizialmente condannò l’ipotesi di non accettare i risultati, dicendo che “la democrazia tiene insieme tutto”, ma poi, mentre Trump gridava alle frodi, Rubio iniziò a parlare di possibili irregolarità in Stati chiave come Wisconsin e Arizona, “senza prove”. Questo ha colpito molti: Rubio, che all’indomani del 2020 aveva riconosciuto Biden e ammonito contro teorie del complotto. Ciò appare come il segno di un uomo disposto a “ingoiare rospi” (per usare l’espressione citata di un diplomatico) pur di non perdere il favore di Trump. Molti lo considerano uno “Yes man”: un tempo ambizioso, indipendente, ora prono al leader, pronto a muoversi per convenienza. “The Atlantic” aveva soprannominato il consigliere speciale Witkoff “il vero segretario di Stato”, insinuando che Rubio fosse messo da parte all’inizio per mancanza di assertività. La storia ha poi preso un’altra piega e Rubio ha riacquistato influenza, ma al prezzo di piegare la testa a qualunque follia di Trump (vedi Groenlandia). Un ex ambasciatore occidentale ha affermato: “Rubio ha dovuto ingoiare molti rospi e adeguarsi a tutte le giravolte di Trump”, dando l’immagine di un uomo spogliato di dignità politica. Questo contrasta con la sua immagine giovanile di “ragazzo d’oro” del GOP, dotato di spina dorsale.
Anche sul piano interno, Rubio ha mostrato simili capovolgimenti. Nel 2015 era un fautore del free trade e proponeva accordi come TPP; oggi sostiene dazi e protezionismo estremo, come evidenziato in Decades of Decadence e nei voti su misure tariffarie.
Questa mutevolezza fa dire ai critici che Rubio non ha una vera bussola, se non quella dell’ambizione. “Il costante di Rubio è che ha tradito ogni mentore e ogni principio pur di afferrare più potere”, ha dichiarato a “The New Yorker” un politico di Miami che lo conosce da decenni. Lì si racconta come da giovane legislatore Rubio abbia promesso favori a potenti colleghi rurali (andando contro gli interessi di Miami) per farsi eleggere speaker in Florida, “gettando il suo compagno di partito Cantens come un cadavere sul ciglio della strada”. Questa attitudine spregiudicata sembra continuare: Rubio ha scaricato senza rimpianti posizioni moderate e amicizie scomode (si pensi a come ha preso le distanze dai Bush). Perfino la sua immagine di “giovane volto inclusivo” – essendo ispanico e favorevole all’immigrazione – è stata abbandonata per abbracciare quella di duro nativista, quando è servito.
Gli oppositori sottolineano inoltre l’ipocrisia di Rubio nel presentarsi come patriota di alti ideali, mentre per opportunismo è sceso a patti con elementi e retoriche antidemocratiche. Ad esempio, Rubio era considerato un paladino della democrazia nel mondo, eppure ha taciuto o assecondato la narrativa di “elezioni rubate” di Trump, che mina la democrazia in patria. Era un forte sostenitore di NATO e alleanze (nel 2016 criticò l’idea di disimpegnarsi da NATO, definendola follia); oggi come Segretario di Stato è complice di ricatti e minacce a quell’alleanza stessa (le tensioni su Groenlandia).
Chi lo critica spesso insinua che Rubio guardi a se stesso come possibile futuro presidente e che stia plasmando la sua condotta solo in funzione di quel traguardo. Dexter Filkins allude che Rubio non ha ottenuto la vicepresidenza (Trump preferì JD Vance) perché non si era abbastanza “svenduto” all’inizio, salvo poi riuscire a entrare comunque nel cerchio magico. I detrattori temono che tutta questa fedeltà a Trump sia calcolata: egli spera in una sorta di investitura come successore. Nel frattempo, accumula cariche e visibilità (Capo diplomazia, Consigliere Sicurezza ecc.) che arricchiscono il suo CV presidenziale. Questa percezione rende scettici sulle sue motivazioni: è davvero mosso da un disegno ideologico coerente, o sta recitando la parte che più giova alla sua carriera al momento? Molti propendono per la seconda. Un ex diplomatico occidentale ha detto sferzante: “Rubio è tenuto insieme dall’ambizione. Quando era opportuno fare il colto globalista, lo faceva; ora fa il nazionalista bellicoso. Domani chissà”. Questa inconsistenza valoriale è presentata come un pericolo: un leader così può cambiare linea di nuovo a seconda di come spira il vento, rendendo la politica USA imprevedibile e poco affidabile.
Nina Celli, 15 gennaio 2026
Rubio è un difensore dei valori tradizionali e dell’identità americana
Marco Rubio è coerente e impegnato nel difendere i principi conservatori tradizionali, che per i suoi sostenitori coincidono con i valori fondanti della società americana. Rubio è un politico profondamente religioso (cattolico ed evangelico) e da sempre sostiene posizioni pro-vita, pro-famiglia e in generale allineate con la destra sociale. In un’epoca di rapidi cambiamenti culturali, Rubio è visto come un baluardo contro l’erosione dei valori morali e l’eccesso di “politicamente corretto”. Questa tesi sottolinea il suo ruolo nel promuovere politiche che rafforzano l’identità nazionale e la coesione sociale basata su famiglia, fede e comunità.
Sul tema delicatissimo dell’aborto, Rubio si è distinto come uno dei più convinti pro-life al Congresso. Ha sponsorizzato e co-sponsorizzato numerose leggi per restringere l’accesso all’aborto, tra cui il No Taxpayer Funding for Abortion Act, che vieta finanziamenti federali all’interruzione di gravidanza (tranne in casi estremi) e il Save Moms and Babies Act per bloccare l’approvazione di nuovi farmaci abortivi. Rubio ha dichiarato pubblicamente di credere che “la vita comincia al concepimento” e di avere dubbi etici persino su pratiche come la fecondazione in vitro, che possono comportare la distruzione di embrioni. Questa franchezza gli ha guadagnato l’A+ rating dalla potente organizzazione antiabortista Susan B. Anthony Pro-Life America, un riconoscimento attribuito solo a quei legislatori che si battono al massimo livello per proteggere i non-nati. I suoi sostenitori sottolineano che Rubio è rimasto fermo su questi principi anche quando non era politicamente conveniente: ad esempio, nel 2016 durante la campagna presidenziale, sostenne leggi per vietare l’aborto anche in caso di stupro (posizione poi modulata, ma che testimonia la sua convinzione profonda). Per l’elettorato evangelico e cattolico tradizionale, avere uno come Rubio al comando della politica estera significa che gli USA possono tornare a promuovere la sacralità della vita e la dignità della famiglia nel mondo. Non sorprende che appena nominato Segretario di Stato, Rubio abbia reintegrato la Mexico City Policy (detta anche global gag rule), bloccando finanziamenti americani a ONG internazionali che praticano o promuovono l’aborto – una misura cara ai conservatori fin dagli anni ‘80 (Rubio era stato critico verso la sua sospensione sotto Biden). Il Center for Reproductive Rights notava come questi avesse persino firmato memorie legali per sostenere restrizioni all’aborto in cause giudiziarie, ad esempio appoggiando la causa per far vietare la pillola abortiva mifepristone a livello federale. Ciò certifica che Rubio mette in pratica le sue promesse e utilizza ogni leva (legislativa, esecutiva e giudiziaria) per avanzare la protezione dei nascituri.
Parallelamente, è un convinto sostenitore della libertà religiosa e dei valori etici tradizionali. Ha difeso, ad esempio, il diritto degli enti religiosi a non partecipare a pratiche contrarie alla loro dottrina (come l’obiezione di coscienza nell’ambito sanitario). Inoltre, si è opposto a provvedimenti come l’Equality Act che avrebbe esteso le tutele antidiscriminazione LGBT in modi che, secondo lui, avrebbero leso la libertà delle organizzazioni religiose. Nella sua Florida, Rubio ha storicamente mantenuto una linea conservatrice: già da speaker della Camera locale favorì leggi per espandere le scuole private (incluso voucher a scuole religiose) e promosse il Dignity for All Students Act per punire bullismo e violenze nelle scuole, ma senza cedere all’agenda progressista (ad esempio, si oppose l’inclusione di tematiche di gender identity in quei primi progetti). Questo ha cementato la sua reputazione di candidato dei conservatori sociali. Nel 2022, la Human Rights Campaign – la maggiore lobby LGBTQ+ – lo attaccò duramente (spot e comunicati) perché aveva votato contro la legge che codificava i matrimoni egualitari a livello federale, definendolo “omofobo e fuori dal tempo”. Eppure, gli elettori della Florida lo hanno rieletto con ampio margine, segno che molti condividono la sua resistenza a cambiamenti troppo rapidi sui costumi. Come ha sottolineato Human Rights Campaign, Rubio ha ottenuto 0/100 nel loro Scorecard sui diritti umani LGBT, per via dei voti contro l’Equality Act, contro la legge che avrebbe vietato le discriminazioni sul lavoro per orientamento sessuale (ENDA) e per retorica considerata anti-LGBTQ+. Ma, per i favorevoli, questo non fa che rafforzare l’idea che Rubio non pieghi i suoi principi per compiacere le élite liberal. Egli afferma di credere nel matrimonio tradizionale tra uomo e donna e nella distinzione biologica dei sessi e ha criticato l’uso di terminologia gender-neutral come “persone incinte”, perché ritiene che diluisca il ruolo della donna e crei confusioni concettuali. Gli attivisti progressisti lo accusarono di “prendere in giro i trans”, ma i sostenitori applaudirono questa sua presa di posizione semplice e diretta, che difende l’idea che madre= donna e la lotta antiaborto riguarda i diritti delle donne e dei bambini, non generiche “persone gestanti”. Rubio fu tra i primi politici nazionali a collegare la retorica trans-friendly con la battaglia sull’aborto, sostenendo che è ipocrita parlare di “diritto della donna” se non si definisce cos’è una donna. Questa prospettiva è apprezzata dalla base conservatrice, che spesso critica il linguaggio woke come deleterio per la chiarezza dei temi etici.
Rubio inoltre ha promosso iniziative come il No Tax Breaks for Radical Corporate Activism Act, volto a impedire alle aziende di scaricare fiscalmente le spese sostenute per trasferte per aborto o per procedure di cambio di genere per i figli dei dipendenti. Con questa legge – presentata nel 2022 – Rubio intendeva contrastare quelle corporation (Disney, Amazon e simili) che, secondo lui, si fanno promotrici di un’ideologia radicale sui temi di identità di genere e aborto e poi la scaricano sul contribuente tramite deduzioni fiscali. Tale proposta rientra nella sua crociata contro la “radicalizzazione woke delle aziende”, un filone d’azione condiviso da altri repubblicani (DeSantis in primis). Il messaggio di Rubio è che lo Stato non sovvenzionerà la promozione dell’aborto e delle terapie transgender minorili, fenomeni che i conservatori vedono come disturbanti e moralmente discutibili. Anche in campo economico, Rubio ha portato avanti una visione valoriale: pur essendo di base liberista, ha criticato il Big Business quando quest’ultimo si schiera politicamente su posizioni liberal. Ad esempio, ha appoggiato l’idea di togliere benefici alle imprese come Disney (nel caso Florida) che fanno attivismo progressista. Questa coerenza nel combattere la cancel culture e nel proteggere i bambini da ideologie ritenute pericolose lo rende popolare tra l’elettorato di destra più identitario.
I suoi sostenitori sostengono insomma che Rubio stia difendendo l’essenza dell’American Way of Life: vita, famiglia, libertà religiosa e un sano patriottismo. Da segretario di Stato, ha ridato priorità a tali valori anche nella politica estera: ha rimosso l’enfasi ideologica su temi come i diritti LGBTQ+ nei rapporti internazionali, giudicando fosse spesso uno strumento per denigrare alleati storici senza reali benefici. Ha invece enfatizzato il diritto delle nazioni a preservare la propria identità culturale, in linea con l’approccio sovranista di Trump. Per la base conservatrice, vedere Rubio che toglie dal rapporto diritti umani la sezione SOGI (orientamento sessuale e identità di genere) è stata una boccata d’aria fresca: finalmente l’America smette di “esportare agenda liberal” e torna a focalizzarsi su cose serie come la libertà religiosa (che nei rapporti di Rubio resta monitorata e denunciata, specie nei regimi islamici). Anche la decisione di rescindere il TPS ai venezuelani (protezione temporanea concessa dai democratici) è coerente con i valori law an order repubblicani: se il Venezuela è libero, i rifugiati devono tornare a ricostruire il loro Paese, non restare indefinitamente negli USA. È una posizione dura ma basata su un’etica della responsabilità e su un concetto di sovranità migratoria che molti americani condividono.
Dunque, Rubio incarnerebbe quell’integrità morale e quella fedeltà ai principi base (vita, fede, libertà individuale vs statalismo) che oggi è rara in politica. Non ha paura di andare contro corrente mediatica: viene deriso dalla sinistra per aver pregato e invocato Dio in discorsi pubblici, ma lui continua a farlo apertamente, definendosi “prima di tutto un cristiano, marito e padre”. Questa autenticità piace. È visto come un portavoce della “maggioranza silenziosa” di americani conservatori che vogliono un Paese più ordinato, fedele alle radici giudeo-cristiane e in cui i genitori abbiano voce in capitolo sull’educazione e la tutela dei figli.
Nina Celli, 15 gennaio 2026
Rubio polarizza e arretra la società USA facendo crociate anti-diritti
Un’accusa rivolta a Marco Rubio riguarda il suo impatto sul fronte interno dei diritti civili e sociali: i critici sostengono che Rubio stia portando avanti un’agenda ideologica ultra-conservatrice che rischia di comprimere i diritti di donne, minoranze e comunità vulnerabili, alimentando divisioni nel tessuto sociale americano. Viene visto come un esponente di quella destra radicale che nega progressi decennali in tema di diritti e uguaglianza, con posizioni giudicate retrive e dannose.
Sul tema dei diritti delle donne e della salute riproduttiva, Rubio è uno degli oppositori più feroci dell’aborto legale, senza eccezioni significative. Ha sostenuto o co-sponsorizzato proposte di legge per vietare l’aborto anche in casi di stupro o incesto, affermando che “la vita innocente va tutelata a prescindere dalle circostanze del concepimento”. Questa posizione massimalista è considerata altamente impopolare presso la maggioranza della popolazione americana (sondaggi indicano che oltre il 60% degli americani crede che l’aborto debba essere legale almeno in alcuni casi). Rubio però non ha arretrato: anzi, ha spinto per vietare l’aborto ovunque. Ha co-sponsorizzato nel 2023 con altri repubblicani il disegno di legge per un bando federale dell’aborto dopo 15 settimane (il cosiddetto Graham bill). Per i critici, questo rivela un Rubio per nulla interessato alla “salute delle donne” o al loro “diritto di scegliere”, ma focalizzato su un’agenda religiosa integralista. Reproductive Freedom for All, un gruppo pro-choice, ha pubblicato un dossier intitolato Marco Rubio Threatens Your Reproductive Freedom che elenca come Rubio abbia “attivamente votato e fatto campagna per restringere i diritti sessuali e riproduttivi globali” e ha chiesto di bocciare la sua nomina a Segretario di Stato. Infatti, come capo della diplomazia, Rubio ha immediatamente reintrodotto la Global Gag Rule, tagliando fondi USA a qualsiasi ONG estera che anche solo informi sull’aborto. Ciò ha costretto cliniche in Africa e Asia a chiudere servizi, lasciando migliaia di donne senza assistenza in casi di gravidanze indesiderate o rischiose. Per i detrattori, Rubio antepone la propria ideologia religiosa anche alla salute e alla vita delle donne: è noto che con restrizioni severe, gli aborti clandestini aumentano mettendo a rischio le donne. La sua insistenza nel definire l’aborto un “male assoluto” lo pone nella frangia più radicale del GOP. Questo ha effetti divisivi: gli Stati blu resistono, gli Stati rossi stringono ulteriormente (vedi Florida: legge aborto a 6 settimane, fortemente sostenuta da Rubio). L’America ne esce spaccata e con i diritti femminili dimezzati rispetto a pochi anni fa.
Per quanto riguarda i diritti LGBTQ+, la postura di Rubio è considerata apertamente ostile e dannosa. Oltre alla citata cancellazione del monitoraggio degli abusi anti-LGBT nei rapporti esteri, Rubio a livello interno ha un record di voto e dichiarazioni fortemente contro l’uguaglianza. Si è opposto al matrimonio egualitario (votando NO al Respect for Marriage Act nel 2022 che lo codificava a livello federale), ha votato contro l’Equality Act (che voleva includere orientamento sessuale e identità di genere nelle leggi antidiscriminazione esistenti) e contro l’ENDA anni prima (la legge per vietare discriminazioni sul lavoro anti-LGBT). La Human Rights Campaign lo ha punito col punteggio 0/100 sul suo Scorecard del Congresso 2021-22, segnalando come “il sen. Rubio ha un record disastroso: ha sostenuto leggi anti-LGBTQ+, retorica ostile e si oppone perfino al matrimonio fra persone dello stesso sesso”. In effetti, Rubio ha affermato più volte di credere che “il matrimonio è solo tra uomo e donna” e che la Corte Suprema sbagliò a legalizzare le nozze gay nel 2015. Queste posizioni di Rubio alimentano il clima già difficile per le persone LGBTQ+ in America, soprattutto in Stati repubblicani dove fioccano leggi anti-trans (divieti a cure mediche di affermazione di genere per minori, restrizioni allo sport femminile per atlete trans ecc.). Rubio ha espresso sostegno a tali misure, anzi, ha presentato un disegno di legge per punire fiscalmente le aziende che coprono spese di transizione per minori. Egli alimenta la retorica secondo cui i movimenti per i diritti trans sarebbero parte di un complotto woke per minare i valori, unendo il tema all’aborto. Questa insensibilità verso le persone transgender – implicitamente equiparate da Rubio a “forze del male” che confondono le idee – è ritenuta pericolosa: già i livelli di violenza e suicidi tra giovani trans sono alti a causa dello stigma. Le parole e azioni di Rubio, dicono i detrattori, legittimano l’odio. Non stupisce che nel 2016 attivisti LGBTQ di Orlando (dopo la strage al Pulse club) cacciarono Rubio da un memoriale accusandolo di “non avere sangue sulle mani, ma di aver creato il clima per quell’odio” (Rubio, l’anno prima, aveva partecipato a un evento di un pastore che invocava la pena di morte per i gay). Sia pure un episodio isolato, illustra la percezione che Rubio sia un fanatico omofobo agli occhi della comunità LGBT.
Anche sul fronte delle minoranze razziali e della giustizia sociale, Rubio ha posizioni contestate. Pur essendo egli stesso ispanico, viene percepito come strumento delle politiche restrittive che colpiscono comunità latine e immigrate (dalla Florida ha sostenuto leggi statali severissime contro immigrati irregolari che hanno portato a esodi di lavoratori agricoli, danneggiando persino l’economia locale). Ha minimizzato questioni come il razzismo sistemico: nel 2020, dopo l’omicidio di George Floyd, Rubio condannò le rivolte ma non riconobbe chiaramente la questione di fondo della brutalità poliziesca contro neri. Ha poi contestato proposte come la John Lewis Voting Rights Act che mirava a tutelare le minoranze dalle soppressioni del voto, definendole “inutili e partigiane”. In sostanza, i detrattori lo vedono come parte del filone GOP che vuole restringere l’accesso al voto (per es. appoggiò le restrizioni di Florida e Georgia sul voto postale e anticipato, che impattavano afroamericani in modo sproporzionato). Così come in politica estera Rubio è accusato di ipocrisia sui diritti, internamente viene accusato di “difendere la libertà solo quando conviene”. Insomma, i critici vedono in Rubio il volto patinato di un’agenda reazionaria: presentabile, giovane, minoranza, ma portatore di idee che ricordano l’America degli anni ‘50, non quella inclusiva del XXI secolo.
Tutto ciò contribuisce a polarizzare ulteriormente il paese. Rubio di fatto “guida la carica” su questi temi: la Florida sotto la sua influenza e quella di DeSantis è diventata avanguardia delle leggi anti-woke e anti-LGBT. Ciò ha innescato boicottaggi, cause legali e un clima teso. L’opinione dei critici è che Rubio, lungi dall’essere unificante, stia dividendo profondamente l’America su linee di genere, orientamento, etnia e ideologia.
In conclusione, in molti considerano Rubio un fautore dell’arretramento per i diritti civili in USA e un elemento tossico per l’unità nazionale. La sua agenda morale restrittiva può piacere alla base evangelica, ma calpesta i diritti di altri gruppi e la volontà della maggioranza su questioni come aborto e unioni LGBT. Il rischio è un’America meno libera per molti suoi cittadini, governata secondo dettami ideologici rigidi. E, ironicamente, questo contraddice quell’immagine di “difensore della libertà” con cui Rubio ama fregiarsi.
Nina Celli, 15 gennaio 2026