I sostenitori affermano che l’arte contemporanea sia oggi centrale nella cultura globale, contraddicendo l’idea che si tratti di qualcosa di artificioso tenuto in vita solo dal mercato. Al contrario, la sua presenza capillare e la quantità di dibattito che genera sono segnali di vitalità autentica. Se ne parlasse solo un’élite, l’arte contemporanea non sarebbe ovunque nei media e nelle istituzioni come invece è. Un elemento importante è la risposta alla critica secondo cui “il sistema dell’arte è una bolla di mercato e marketing”. I sostenitori ammettono che l’arte contemporanea sia anche un mercato (come lo era peraltro l’arte in passato: i pittori fiamminghi lavoravano su commissione per mercanti, i maestri rinascimentali per mecenati facoltosi). Ma enfatizzano che ridurla solo a questo è inesatto: esiste un ampio coinvolgimento pubblico e istituzionale al di là del denaro. Il fatto che città in tutto il mondo investano in musei di arte contemporanea, che organizzazioni internazionali la utilizzino per campagne sociali, che milioni di persone visitino le biennali, indica che è percepita come culturalmente rilevante. Ad esempio, quando la Fondazione Guggenheim ha aperto un museo contemporaneo a Bilbao nel 1997, quell’operazione ha rigenerato l’economia locale (“effetto Bilbao”). Se fosse stata solo una bolla per ricchi, la gente non avrebbe affollato quel museo fino a farlo diventare motore turistico. Morley Safer, pur critico, nel suo speciale del 2012 notava con stupore che “l’arte sfrigola mentre la Borsa frizza”, evidenziando come durante crisi economiche il mercato dell’arte restasse forte. Da un lato ciò può sembrare speculativo, dall’altro mostra che l’arte è considerata un bene di valore (culturale ed economico) persino in tempi difficili. Inoltre, replicano che “la presenza del mercato non annulla il valore artistico”: Caravaggio aveva committenze, ma i suoi quadri restano arte; analogamente, se Jeff Koons vende a cifre folli, ciò non implica che le sue opere siano prive di contenuto artistico – semmai riflette l’interesse che suscitano (Koons gioca sul kitsch e sul concetto di valore, e il fatto che i suoi balloon-dog si vendano per milioni è quasi parte integrante del suo discorso sull’arte come merce). Paradossalmente, i sostenitori capovolgono un punto: proprio la critica populista che “gli artisti di oggi fanno qualsiasi cosa e chiamano arte” indica la potenza democratizzante dell’arte contemporanea. Se qualsiasi cosa può diventare arte, significa che l’arte ha travalicato i confini delle accademie ed è entrata nella vita quotidiana. Oggi concetti artistici si trovano nel design, nella pubblicità, nei social media (basti pensare alle installazioni diventate sfondi per milioni di selfie). L’arte contemporanea ha contaminato la cultura pop ed è seguita da un pubblico giovane vasto su Instagram e TikTok: le Infinity Rooms di Yayoi Kusama o le zucche giganti colorate sono diventate icone virali. Questo testimonia che c’è una connessione genuina con la gente, benché in forme nuove e talvolta superficiali (il fenomeno del “instagrammabile”). Ma anche questo fa parte dell’arte: i surrealisti vendevano cartoline delle loro performance scioccanti, oggi si condividono foto di installazioni. La cultura visiva contemporanea è in gran parte plasmata dall’arte attuale. I sostenitori sottolineano che ogni anno centinaia di migliaia di persone visitano fiere come Art Basel o Frieze, non solo ricchi compratori ma anche studenti, turisti, curiosi. Il mondo dell’arte contemporanea è diventato un ecosistema sociale: eventi, conferenze, premi, festival, talk show dedicati (si pensi al successo di programmi TV come “Work of Art” in USA, un reality sulla creazione artistica). Questo contraddice l’idea di un “cadavere tenuto in piedi artificialmente”. Un cadavere non susciterebbe tanto fermento. Nathaniel Rakich su “FiveThirtyEight” fa notare che se è vero che molti non apprezzano l’arte moderna, è anche vero che un 70% circa degli americani comunque la gradisce o la accetta in qualche misura. E oltre l’80% considera l’arte e la cultura qualcosa che migliora la qualità della vita nella comunità. Insomma, la percezione generale non è di irrilevanza. Un altro segnale di rilevanza è quanto l’arte contemporanea penetri nel dibattito pubblico e politico. Quando un’installazione tocca temi sensibili, scoppiano polemiche sui giornali, interrogazioni parlamentari ecc. Ad esempio, la mostra di Miriam Cahn a Parigi nel 2023 (un dipinto crudo su stupro di guerra) ha causato accuse politiche di “woke” e defezioni di sponsor, tanto che oltre 2.000 artisti hanno firmato una lettera aperta a difesa del museo Palais de Tokyo. Questo dimostra che l’arte contemporanea non lascia indifferenti ed è ritenuta abbastanza influente da dover essere attaccata o difesa in sede pubblica. Se davvero fosse priva di senso, nessuno se ne curerebbe. Al contrario, è al centro delle culture wars odierne, come un tempo lo furono romanzi o film controversi. Ciò è un chiaro indicatore di vitalità culturale: l’arte contemporanea fa discutere la società sui suoi valori, esattamente come l’arte ha sempre fatto (si pensi all’Olympia di Manet nel 1865 che suscitò scandalo morale, oggi paragonabile alle proteste contro opere ritenute offensive). Anche la “collusione col mercato” viene reinterpretata non solo in chiave negativa: l’ascesa di prezzi e investimenti indica che “mai come ora c’è domanda di arte”. La ricchezza mondiale cerca rifugio nell’arte perché la considera un bene prezioso, e sebbene ciò porti a eccessi, è un segnale che l’arte viene presa sul serio, non snobbata. Inoltre, i proventi milionari spesso finanziano musei e fondazioni che poi educano il pubblico: c’è un circolo virtuoso potenziale. I difensori riconoscono i difetti (l’eccessiva spettacolarizzazione, la dipendenza da sponsor), ma sostengono che questi non definiscono l’essenza dell’arte contemporanea. L’essenza è che “il bisogno di arte nella società persiste”, e l’arte contemporanea risponde a quel bisogno con i mezzi di oggi. Mauro Covacich afferma di “continuare a credere nell’arte” e di voler convincere i dubbiosi perché intravede che dietro la facciata a volte mondana c’è ancora qualcosa di autentico che merita essere colto. Il fatto che quell’autenticità non risieda più sempre nell’abilità tecnica o nella bellezza formale non la rende meno reale: può essere nell’idea sincera, nell’emozione provocata, nella discussione innescata. Tutti risultati degni dell’arte. E finché questi risultati ci sono, l’arte contemporanea è arte a pieno titolo.
Madeleine Maresca, 31 gennaio 2026