Un altro argomento dei favorevoli riguarda la dimensione estetica ed esperienziale dell’arte contemporanea, che pur divergendo dai canoni classici, offre al pubblico nuove forme di coinvolgimento sensoriale ed emotivo. Si contesta quindi l’idea che l’arte odierna “non dia nulla allo spettatore”: semplicemente, ciò che dà può essere diverso dalla bellezza formale tradizionale. Invece di un quadro da ammirare a distanza, spesso l’arte contemporanea propone installazioni immersive, interattive, performance dal vivo che coinvolgono fisicamente e psicologicamente il pubblico. Molti esempi dimostrano questo approccio. Le grandi installazioni di Olafur Eliasson, ad esempio, (dal sole artificiale in nebbia di The Weather Project alla stanza di specchi e acqua Beauty) generano meraviglia e stupore nei visitatori, che vi fanno la fila come un tempo per vedere la Gioconda. Il critico Adrian Searle ricorda un’installazione di Eliasson al Museo Boijmans: una sala allagata dove luci e riflessi creavano onde sui muri. “L’effetto era magico… come il piacere di guardare il mare”, tanto che non si riusciva a staccarsene. Questa è senza dubbio un’esperienza estetica intensa: il fatto che sia diversa (plurisensoriale, ambientale) non la rende meno reale. Un visitatore può restare affascinato da una scultura luminosa interattiva di Yayoi Kusama o dalle architetture di carta di Zimoun – trovandovi magari bellezza nel senso di armonia percettiva, anche se non è la bellezza di un quadro di Raffaello. L’arte contemporanea spesso cerca “il sublime tecnologico” o “la bellezza concettuale”: estetiche nuove, come la sterilità inquietante delle stanze bianche di James Turrell, che offrono un incontro quasi mistico con la luce pura. Anche la partecipazione diretta diventa fonte di emozione: nella celebre performance The Artist Is Present (2010) di Marina Abramović, centinaia di visitatori si sono seduti di fronte all’artista in silenzio uno alla volta, molti scoppiando in lacrime durante quell’incontro di sguardi. Un’emozione nuda e potente, impossibile da sperimentare davanti a un quadro tradizionale. Ciò dimostra che l’arte contemporanea può creare connessioni umane profonde in modi inediti. Un altro esempio: le opere partecipative di Rirkrit Tiravanija, che in galleria cucina pad thai e lo serve ai visitatori, trasformando l’arte in esperienza conviviale. Alcuni potranno chiedersi dov’è l’arte in un piatto di noodles, ma per chi lo vive quell’evento può significare riflessione sulla comunità, sul tempo condiviso: sensazioni ed emozioni suscitate dall’artista attraverso un mezzo non convenzionale. I sostenitori citano la teoria della “Relational Aesthetics” di Bourriaud: l’arte come creazione di relazioni nello spazio sociale. Questa è una dimensione estetica specifica dell’arte contemporanea che arricchisce l’esperienza umana anziché impoverirla. Anche sul fronte della bellezza visuale, non mancano nel contemporaneo esempi di eleganza e fascino estetico: le immense sculture di luce di Mona Hatoum, le geometrie minimaliste di Agnes Martin, le installazioni di fiori e piante di Rebecca Louise Law – tutte opere che suscitano meraviglia sensoriale. “la bellezza non è scomparsa, si è trasformata”. Può essere la bellezza concettuale di un gesto poetico: come Cristóbal Gabarrón che ha fatto dipingere la Terra da bambini di 100 paesi diversi per un progetto ONU – un atto simbolico di bellezza collettiva. O la bellezza dell’inaspettato: come entrare in un museo e trovarsi di fronte un’enorme nuvola di vapore (installazione di Fujiko Nakaya). In tutte queste forme l’arte continua a arricchire la vita e a dare occasioni di contemplazione, stupore, divertimento, commozione. Jonathan Jones nota che, benché ormai i musei d’arte moderna siano istituzioni rispettabili, c’è ancora del “pericolo” latente: “se i custodi buttano via un’opera credendola rifiuto, significa che quell’arte ha mantenuto la sua radicalità”. Questo pericolo è qualcosa che attira anche: chi visita una mostra di arte contemporanea spesso lo fa con curiosità, non con la mera aspettativa di vedere qualcosa di già noto. In parallelo, i musei d’arte contemporanea sono oggi tra i più visitati al mondo (il MoMA, il Centre Pompidou, la Tate Modern). Tate Modern, aperto nel 2000, ha superato i suoi obiettivi di pubblico doppiandoli: 4,7 milioni nel primo anno, e fino a 6 milioni negli anni successivi. Ciò non accadrebbe se la gente “non provasse nulla” in quelle sale. Dunque, nonostante alcuni non la comprendano, esiste una viva connessione emotiva tra arte contemporanea e società: basti vedere le file per le mostre di artisti come Banksy o Kusama, che generano entusiasmo popolare. Non è vero che “al pubblico non piace”: forse a una parte del pubblico no, ma un’altra parte – specie le generazioni più giovani – trova in queste forme espressive la propria modalità di catarsi o di sogno. Inoltre, va menzionato come l’arte contemporanea spesso coinvolga lo spettatore come attore: dalle opere interattive digitali (come teamLab) dove il pubblico toccando schermi crea immagini artistiche, alle performance partecipative in cui si lascia traccia (si pensi a Yoko Ono che faceva salire i visitatori sul palco a tagliare pezzi del suo vestito in Cut Piece). Questa partecipazione diretta offre un tipo di esperienza estetica nuovo e più attivo, che molti trovano significativo. È l’arte “democratica”, in un certo senso, dove tutti possono contribuire. Per i difensori, questa è una conquista e non una perdita: l’arte si è aperta, non chiusa. Dunque, l’arte contemporanea produce bellezza ed emozione, solo che spesso non sono quelle canoniche. Chi la definisce “brutta” forse cerca la bellezza classica dove l’artista di oggi volutamente la nega, ma magari trova un’altra bellezza concettuale. Chi dice che “non dà nulla” forse non ha partecipato attivamente o non si è posto in ascolto. Le innumerevoli testimonianze di visitatori commossi, affascinati, divertiti da mostre contemporanee sono la prova che quell’arte funziona. E se anche a volte l’emozione è di sconcerto o di sfida intellettuale, anche quello è un risultato artistico: far reagire è da sempre uno scopo dell’arte. Dal Guernica di Picasso che turbava per la sua angoscia, all’Urlo di Munch che inquietava, fino a installazioni come Sunflower Seeds di Ai Weiwei (100 milioni di semi di porcellana, con cui il pubblico poteva interagire) che stupiscono, l’arte ha molte facce.
Madeleine Maresca, 31 gennaio 2026