I difensori dell’arte contemporanea ribattono con forza all’accusa di “vuoto” e “nichilismo” sostenendo al contrario che moltissime opere odierne hanno contenuti e messaggi profondi, spesso legati a temi sociali, politici e umani. L’arte contemporanea – dicono – riflette le complessità del nostro tempo, talvolta in modo scomodo o brutale, fungendo da coscienza critica della società. Un argomento frequente è che definire l’arte contemporanea “priva di bellezza e significato” equivalga a non riconoscere i nuovi tipi di significato che essa veicola. Simon Critchley, filosofo, ammette che il “business model” dell’arte attuale può apparire orribile, “un sogno ansiogeno di superficialità glamour”, ma aggiunge: “nonostante ciò… voglio difendere l’arte contemporanea”, perché è il luogo dove oggi si articolano i significati culturali, nel bene e nel male. In altre parole, se l’arte è specchio del mondo, l’arte contemporanea sta mostrando le verità (anche sgradevoli) del nostro presente. Un esempio: le opere di Ai Weiwei, artista cinese, che con installazioni e performance denunciano violazioni dei diritti umani e crisi dei migranti. Quando Ai Weiwei rivestì la facciata di un museo con 14.000 zaini di bambini (per commemorare le vittime di un terremoto occultate dal governo), stava usando i mezzi dell’arte contemporanea (installazione ambientale) per un potentissimo messaggio civile. Anche Banksy, con la sua street art, affronta temi come consumismo, guerra, ipocrisia politica, e benché lo faccia tramite semplici stencil murali, pochi negherebbero che le sue immagini siano significative e di impatto sociale. Persino Maurizio Cattelan, spesso liquidato come provocatore giocoso, con la banana Comedian intendeva fare una satira sull’irrazionalità del mercato dell’arte (vendere qualcosa di deperibile e senza valore intrinseco a prezzo astronomico). Il fatto che quell’opera abbia suscitato un dibattito globale – e persino l’azione di uno studente che l’ha staccata e mangiata, trasformando l’evento in performance – dimostra che l’arte contemporanea è tutt’altro che irrilevante: tocca nervi scoperti della nostra epoca (in questo caso, l’assurdità della speculazione e il rapporto tra arte e consumo). Un altro caso esemplare è la serie di opere di Kara Walker, artista afroamericana, che con scenari di silhouette apparentemente ingenui raffigura l’eredità dello schiavismo e della violenza razziale. Un disegno di Kara Walker è stato acquistato da un grande collezionista (Eli Broad) che ne ha esultato definendola “un’artista davvero dotata”; perfino Morley Safer, pur critico verso tante opere, ha riconosciuto il valore di Walker. Questo indica che quando c’è contenuto forte, l’arte contemporanea sa farsi apprezzare anche dai dubbiosi. I difensori elencano quindi molte aree in cui l’arte odierna è impegnata e significativa: la denuncia ecologica (dalle installazioni con rifiuti di Pistoletto agli attivisti climatici di Ultima Generazione che usano l’arte per lanciare allarmi sul clima), la riflessione sull’identità di genere (si pensi alle opere di artiste femministe come Judy Chicago o alle performance sulla fluidità di genere di Ana Mendieta), la memoria storica (molte opere concettuali affrontano l’Olocausto, le guerre, come le Pietre d’Inciampo come memoriale diffuso). Certo, il linguaggio non è più quello del quadro ad olio, ma il fine comunicativo c’è ed è potente. Jonathan Jones offre una chiave di lettura interessante: quando i netturbini gettano via un’opera credendo sia spazzatura, “questa abitudine di scambiare l’arte per rifiuti dimostra la sua vitalità e novità indistruttibile”. Significa che l’arte continua a provocare reazioni e a non lasciare indifferenti – e “finché qualcuno la crede immondizia, vuol dire che sta ancora sfidando le convenzioni”. Questa “sfida” è per i difensori un valore intrinseco dell’arte: è sovversiva verso lo status quo. Se oggi l’arte colpisce meno la retina e più la mente, non per questo è meno efficace: anzi, nei suoi migliori esempi spinge la società a dibattere e a vedere realtà scomode. Un esempio attuale sono i collettivi artistici come Forensic Architecture, che usano tecniche artistiche e investigative per smascherare violazioni dei diritti (hanno ricostruito in 3D luoghi di torture in Siria per fornire prove). Siamo ai confini tra arte, attivismo e scienza forense, eppure queste opere sono state esposte in musei d’arte contemporanea, riconosciute per il loro valore estetico e civico insieme. Tutto ciò contraddice la narrazione che l’arte contemporanea sarebbe “niente da dire”. Mauro Covacich, nel suo tentativo di convincere gli scettici, insiste proprio che “forse oggi più che mai, l’arte ha qualcosa da dire”. Viviamo in un mondo complesso, spesso assurdo o crudele, e gli artisti contemporanei rispondono a modo loro, talvolta con ironia amara, talvolta con immagini forti, a volte con la bellezza negata per far riflettere su ciò che bello non è nel reale (guerre, disastri ambientali). In sintesi, si ribalta l’accusa di nichilismo: l’arte contemporanea non è affatto priva di significato, ma esprime nuovi significati in nuove forme. Può non essere “bella” nel senso tradizionale, perché il nostro tempo è anche brutto e contraddittorio, e l’arte ne è specchio veritiero. Come scrive Simon Critchley, molta arte attuale è consapevole di essere immersa nel “capitalismo da casinò”, ma tenta proprio per questo di “negoziare la propria cattura” e ritagliarsi uno spazio di critica. Finché esistono opere che denunciano ingiustizie, sensibilizzano su temi globali o anche semplicemente costringono il pubblico a reagire, i sostenitori vedono in ciò la prova che l’arte contemporanea svolge ancora la sua funzione sociale. Non sarà un’estetica consolatoria, ma è un’estetica (e un’etica) dell’urgenza, che scuote le coscienze. Dunque, lungi dall’“uccidere l’arte”, le pratiche contemporanee ne tengono vivo il ruolo di specchio critico della realtà.
Madeleine Maresca, 31 gennaio 2026