L’epoca contemporanea vede un divorzio tra arte e grande pubblico, considerato un sintomo eloquente della sua “non artisticità”. A differenza delle opere del passato, che parlavano (e parlano tuttora) a generazioni di persone, gran parte dell’arte d’oggi risulti oscura, elitaria o del tutto irrilevante per il pubblico comune. Il motto spesso citato è: “se la gente non la capisce e non la sente, allora non è vera arte”. I sostenitori di questa tesi elencano le molte reazioni di rifiuto che emergono quando installazioni concettuali vengono esposte in spazi pubblici o musei. Un caso emblematico è avvenuto al museo Museion di Bolzano nel 2015: l’installazione Where Shall We Go Dancing Tonight? delle artiste Goldschmied & Chiari – che simulava una stanza in disordine post-festa, con bottiglie vuote e coriandoli – venne completamente ripulita dalle addette alle pulizie, convinte si trattasse dei resti reali di un evento serale. L’episodio fece sorridere il mondo, ma fu letto dai critici dell’arte contemporanea come la prova che perfino osservatori non sprovveduti (il personale del museo) non riconoscono come arte certi allestimenti e anzi li scambiano per spazzatura. Il famoso critico Brian Sewell, penna tagliente del conservatorismo britannico, per anni ha definito la Tate Modern “il deposito dei rifiuti” e i lavori di artisti concettuali “ciarpame pretenzioso”, incarnando il pensiero di una larga fascia di pubblico tradizionalista. I dati dei sondaggi avvalorano questa distanza: come visto, quasi 3 americani su 4 si dichiarano poco o per nulla familiari con le correnti artistiche contemporanee, e solo minoranze apprezzano stili come l’astrattismo o il concettuale. Addirittura, il 65% degli intervistati crede di poter riprodurre facilmente un dipinto non-figurativo contemporaneo, segno di una percezione di banalità di tali opere. Queste cifre indicano che l’arte contemporanea ha fallito nel creare un legame emotivo e comunicativo con il pubblico generale. Mauro Covacich, pur difendendo l’arte attuale, riconosce nella sua introduzione che essa “si avviluppa in una contraddizione […] da un lato è sulla bocca di tutti, dall’altro non parla quasi a nessuno”. Questa affermazione viene enfatizzata dai critici per dire: un’arte che non parla – o parla solo a una cerchia ristretta di addetti ai lavori muniti di apposito gergo – non adempie alla funzione dell’arte. Tradizionalmente infatti l’arte, pur con diversi livelli di lettura, ha sempre comunicato qualcosa allo spettatore (fosse bellezza, emozione, messaggio politico). Se oggi davanti a un video concettuale la maggioranza degli osservatori rimane fredda o confusa, c’è chi ne deduce che tale oggetto non possegga quell’aura di universalità espressiva che contraddistingue l’arte. Si cita anche l’esempio delle istituzioni vuote: molti musei d’arte contemporanea, specie in Italia, faticano ad attrarre visitatori, se non per mostre di richiamo. Il MAXXI di Roma o il MADRE di Napoli hanno avuto negli anni numeri modesti rispetto ai musei di arte classica, fatto che i detrattori interpretano come “la gente vota con i piedi”, scegliendo di non fruire quell’arte che sente lontana. Un indice estremo di rifiuto popolare sono stati alcuni atti vandalici o gesti di protesta diretta. Nel 1999, ad esempio, due artisti russi (Alexander Brener e Oleg Kulik) inscenarono un’irruzione vandalica alla mostra “Interpol” di Stoccolma, distruggendo opere: affermarono di averlo fatto per “smantellare la falsa aura” attorno a quei lavori concettuali. Ancora, episodi come l’uomo che nel 2018 si è accanito contro la scultura di Cattelan America (un water d’oro funzionante, rubato poi nel 2019) vengono letti come segnali di “rigetto istintivo” da parte di cittadini che vedono in certe opere solo provocazioni vuote. In rete prolificano blog, video e meme di scherno: un esempio tipico è la foto di una stanza vuota di museo con la scritta “Arte contemporanea – se non capisci, sei ignorante”, a evidenziare l’accusa di snobismo verso un pubblico trattato come inadeguato se non apprezza queste opere. I favorevoli ribaltano questa accusa: se l’arte ha bisogno di troppe spiegazioni e il pubblico “non capisce”, la colpa non è del pubblico ma dell’opera stessa, giudicata inconsistente. Come afferma argutamente il critico Angelo Crespi, “se per spiegare un’opera servono più pagine di quante ne servano per descriverla, allora forse opera non è”. In definitiva, questa tesi asserisce che l’arte contemporanea, non riuscendo a comunicare né a coinvolgere spontaneamente la maggioranza delle persone, difetta della componente comunicativa fondamentale che rende qualcosa arte. Un’arte che non emoziona né viene riconosciuta come tale è arte solo di nome, non di fatto. E dunque chiamarla arte è improprio.
Madeleine Maresca, 31 gennaio 2026