Una delle difese chiave dell’arte contemporanea insiste sul valore dell’idea e del concetto in sé come elementi artistici, anche a prescindere dall’abilità esecutiva tradizionale. Questa posizione affonda le radici nelle avanguardie del Novecento (Dada, surrealismo, arte concettuale anni ’60) e oggi è ampiamente accettata nel mondo dell’arte: un’opera può essere definita tale non per la sua fattura, ma per il gesto mentale e simbolico che rappresenta. I fautori portano esempi celebri: Marcel Duchamp con i suoi ready-made (una ruota di bicicletta, uno scolabottiglie) ha dimostrato che il mero atto di scegliere un oggetto e presentarlo come arte può generare significato e aprire nuovi orizzonti di pensiero. Se oggi vediamo in un museo un neon acceso di Joseph Kosuth che compone la scritta “NEON”, forse a prima vista potremmo dire “questo non è arte”. Ma la riflessione dietro – spiegano i difensori – è un’indagine sul linguaggio e la realtà: quell’opera ci chiede cosa distingue un oggetto reale dalla sua rappresentazione e gioca sul paradosso (un neon che dice di essere un neon). Jamie R. Valera, nel suo articolo divulgativo, chiarisce: l’arte contemporanea “spesso mira a commentare gerarchie sociali e sistemi costituiti”, e lo fa spingendo al limite la definizione stessa di arte. Ad esempio, l’opera One and Three Chairs (1965) di Kosuth – una sedia fisica, una foto della sedia e un pannello con la definizione di “sedia” – non colpisce per bellezza, ma pone domande concettuali profonde: “che cos’è l’arte? E cos’è la realtà di un oggetto?”. La capacità di trasmettere idee e stimolare la riflessione è una funzione artistica a pieno titolo, anzi è ciò che distingue l’arte da una mera decorazione. Se un’opera concettuale riesce a farci interrogare su qualcosa o a comunicarci una visione, allora sta adempiendo a una funzione estetica (estetica nel senso etimologico di percepire, sentire con la mente). In quest’ottica, criticare un’opera dicendo “non vedo tecnica, potrei farla anch’io” manca il punto: “ma non l’hai fatto tu, l’ha pensato questo artista” – risponderebbe ad esempio Maurizio Cattelan alle critiche sulla sua banana al muro. Ciò che paghi non è il frutto in sé ma “l’idea di usarlo come scultura”, e quell’idea è (o può essere) ingegnosa e significativa. I difensori portano anche l’esempio di Piero Manzoni: la sua Merda d’artista (1961), barattolini contenenti presunte feci, fu giudicata uno scherzo ripugnante. Ma concettualmente, quell’opera rifletteva sull’autorialità e il valore commerciale (Manzoni mise letteralmente “se stesso” in scatola, vendendo il proprio scarto come arte, per ironizzare sul mercato). Oggi quell’opera è storicizzata come efficace satira del sistema dell’arte e come radicale provocazione concettuale. Dunque, l’idea si è imposta. Alcuni evidenziano che il peso del concetto non esclude affatto l’importanza emotiva: un’idea artistica può suscitare emozioni potenti, pur non passando per la perizia manuale. Adrian Searle racconta di essersi profondamente commosso davanti a una minuscola tela grigio-ovale di Blinky Palermo, apparentemente insignificante: “Ha preso il sopravvento sulla mia coscienza, non so dire cosa significasse, ma mi ha fermato la mente”. Questo dimostra che anche forme ridotte all’osso (un colore, una forma essenziale) se caricate di intenzione poetica possono coinvolgerci. Un altro esempio: la performance art. Molti dicono “che sarà mai, chiunque può stare in piedi in un museo”. Eppure, performance come quelle di Marina Abramović (si pensi a The Artist Is Present, in cui stava seduta ore incontrando lo sguardo dei visitatori) generano nei partecipanti emozioni intense, rivelando la relazione umana come opera. L’arte non è solo fare qualcosa che altri non sanno fare, è anche “far vedere qualcosa che altri non hanno visto”. Se l’artista ha la visione e la capacità di esprimerla (anche solo posizionando un oggetto fuori contesto), quell’atto creativo è reale. Un concettualista come Sol LeWitt dichiarò: “l’idea diventa una macchina che fa l’arte”, intendendo che concepire un sistema o un concetto è già atto artistico: l’esecuzione può essere delegata o minimale, ma l’arte è avvenuta nel momento dell’ideazione. Naturalmente i difensori riconoscono che questo amplia la definizione di arte e la rende meno tangibile – e ciò spiega in parte lo spaesamento del pubblico. Ma ribadiscono che non è giusto ridurre l’arte alla bravura tecnica: altrimenti grandi innovatori come Jackson Pollock (con le sue tele a spruzzo) o Mark Rothko (campiture di colore apparentemente semplici) andrebbero esclusi, mentre oggi li veneriamo per la loro profondità espressiva. Brian Eno, musicista e artista, ha detto: “L’arte è tutto ciò che resta dopo aver dimenticato come è stato fatto”, a rimarcare che il valore di un’opera sta nell’effetto e nel significato, non nel sudore versato per realizzarla. Dunque, l’arte contemporanea è arte a pieno titolo perché continua a produrre significati, visioni e interrogativi – anche quando lo fa con mezzi insoliti e non virtuosistici. La “grande idea” dietro un gesto minimo può avere un impatto culturale enorme (si pensi appunto a Duchamp, la cui idea ha rivoluzionato tutto). In sintesi, “non è vero che l’arte contemporanea non è arte solo perché può sembrare facile o banale”. La sua artisticità risiede nella dimensione concettuale e simbolica: un campo dove dimostra grande fertilità e innovazione. Il fatto stesso che critici e filosofi ne discutano appassionatamente da decenni è prova che c’è sostanza intellettuale su cui dibattere. “L’arte non è ciò che si vede, ma ciò che fai vedere agli altri”, diceva Degas: l’arte contemporanea fa vedere idee e prospettive nuove, dunque è arte.
Madeleine Maresca, 31 gennaio 2026