Alcuni vedono l’arte contemporanea come portatrice di valori negativi. Quest’arte è vista come una deliberata rinuncia alla bellezza, all’armonia e al significato profondo in favore della provocazione fine a se stessa. In questa prospettiva, l’arte del Novecento avanzato avrebbe intrapreso una traiettoria autodistruttiva, negando quegli elementi (forma, gusto, elevazione spirituale) che per secoli hanno definito l’esperienza artistica. Vittorio Sgarbi, da critico e storico dell’arte di impianto classicista, accusa l’arte contemporanea di essere diventata “l’arte della negazione e della non-forma”, riflesso di un nichilismo culturale. Nella sua lectio magistralis del 2024, Sgarbi contrappone l’arte novecentesca di rottura (dal ready-made duchampiano alla Merda d’artista di Manzoni) alla tradizione pittorica figurativa: “Botero rappresenta il contrario esatto di ciò che il Novecento ha fatto – inaugurato dall’orinatoio di Duchamp e culminato con l’arte ‘escrementizia’ di Piero Manzoni – una deriva durata oltre un secolo”. In questa colorita definizione (“deriva escrementizia”) c’è tutto il giudizio di Sgarbi: l’arte contemporanea avrebbe imboccato un vicolo cieco di provocazioni scatologiche e iconoclaste, perdendo il contatto con le dimensioni positive dell’arte. Egli osserva che molta produzione attuale è volutamente brutta, sgradevole o scioccante, perseguendo il “trionfo del nuovo a ogni costo” ma “disfacendo” la forma e la narrazione fino all’estremo. Questa poetica della frattura viene interpretata come un tradimento della missione umanistica dell’arte. Jean Clair, ex direttore del Musée Picasso a Parigi e notoriamente critico verso le avanguardie, ha scritto che l’Occidente è preda di una “discesa agli inferi” culturale, di cui “il degrado delle arti figurative è l’esempio più eclatante”. Secondo Clair, l’arte – nata per rappresentare il sacro – separandosi dal trascendente si è degradata prima in “cultura” autoreferenziale, poi in “attività culturale” banalizzata e infine in merce. Egli liquida figure come Jeff Koons e Damien Hirst definendole “mediocri, prive di talento e idee”, paragonando il loro successo a “bolle finanziarie” gonfiate artificialmente dai media e dal mercato. Anche altri osservatori sottolineano questa vacuità contenutistica: la critica Avelina Lésper afferma che le installazioni e performance contemporanee mancano di “valore intellettuale ed estetico”, riducendosi a trovate effimere. Lésper parla esplicitamente di “mediocrità” e “insulsaggine” delle opere concettuali, sostenendo che sono “espressioni senza valore” spacciate per profonde. Un esempio citato è la serie di opere shock di Chris Ofili – che negli anni ’90 dipinse la Vergine Maria contornandola di ritagli pornografici e feci di elefante – percepite come un deliberato attacco al senso del sacro e del decoro. Per i critici, questo genere di provocazioni scioccanti o blasfeme (si pensi anche ai crocifissi immersi in urina di Andres Serrano, o ai manichini di bambini impiccati di Cattelan) rappresentano non solo la perdita del bello, ma anche un vuoto etico e di significato. Dove l’arte tradizionale offriva catarsi, consolazione o elevazione, l’arte contemporanea offrirebbe “cinismo, infelicità, nichilismo”, per citare ancora Sgarbi. Egli contrappone spesso le due visioni con esempi: Botero, con le sue figure rotonde e gioiose, “ha sempre rappresentato la felicità dell’uomo”, mentre le opere concettuali “rappresentano l’infelicità e il nulla”. In questo senso, l’arte contemporanea è vista come una “anti-arte” che celebra la bruttezza, il caos e la provocazione fine a se stessa. Un aneddoto significativo: quando l’artista concettuale John Cage presentò nel 1952 la sua composizione musicale 4’33’’ (quattro minuti e mezzo di silenzio), alcuni critici titolarono “Is This Art or a Hoax?” – questo è arte o una burla? – anticipando di fatto le stesse perplessità riversate oggi sulle arti visive concettuali. I detrattori odierni rispondono che sì, è una burla. E che in tal modo l’arte contemporanea avrebbe abdicato al suo ruolo di portatrice di senso e bellezza, trasformandosi in un gioco intellettuale sterile. Da qui la sentenza: “non è arte”, perché manca di quell’essenza (estetica e spirituale) che rende tale un’opera. Un intervento sul quotidiano “Il Foglio” definì l’arte contemporanea “il trionfo del brutto e dell’irrilevante”, sostenendo che essa suscita solo indifferenza o fastidio, laddove l’arte autentica tocca corde universali.
Madeleine Maresca, 31 gennaio 2026