I sostenitori dell’arte contemporanea rispondono alle critiche ricordando innanzitutto che ogni epoca artistica innovativa ha subito accuse simili, per poi venire rivalutata. Ciò che oggi appare incomprensibile o provocatorio, domani potrebbe essere considerato patrimonio artistico acquisito. “L’arte è per sua natura in continuo cambiamento”, affermano, “e mettere in dubbio le novità è un riflesso antico”. Ad esempio, nel 1905 i Fauves di Matisse furono definiti “selvaggi” e liquidati come non-arte; negli anni ’10 i primi astrattismi di Kandinsky e Malevič fecero gridare allo scandalo perché “chiunque può fare scarabocchi”. Eppure, col tempo, quelle espressioni sono state comprese e integrate nella storia dell’arte. Adrian Searle, critico del “Guardian”, ricorda come anche Francisco Goya ai suoi tempi scioccò il pubblico con la sua pittura visionaria: eppure oggi nessuno ne nega lo status artistico. Secondo Searle, dire che “l’arte contemporanea è una frode” è un pregiudizio analogo a quello di chi nel 1913 chiamò “truffa” la Sagra della Primavera di Stravinskij o definì “non musica” il jazz. I fautori sottolineano che definizioni e confini dell’arte sono mutevoli nel tempo. Il fatto che oggi l’arte includa installazioni, performance, ready-made significa che si è ampliato il concetto di cosa può costituire espressione artistica. Il filosofo Arthur Danto notoriamente affermò che “dopo Warhol, l’arte è finita”, nel senso che si è conclusa l’epoca in cui l’arte poteva essere definita da uno stile o medium particolare: d’ora in poi qualsiasi cosa, in teoria, può essere arte, a seconda del contesto e dell’intenzione. Questa non è la morte dell’arte, ma la sua liberazione da limiti preconcetti. Spesso si cita a sostegno un principio dell’estetica contemporanea: “Art is what the art world accepts as art”, l’arte è ciò che il mondo dell’arte accetta come tale. Lungi dall’essere un circolo vizioso, questo principio riflette il fatto che “arte” è una categoria aperta, il cui contenuto è deciso dal consenso culturale. Oggi esiste un consenso per cui un’installazione ambientale può essere considerata arte al pari di un dipinto a olio: tale consenso non è imposto arbitrariamente, ma frutto di decenni di sperimentazioni e dibattiti. Nel 1917, ad esempio, Duchamp dovette lottare per far accettare il suo orinatoio come opera (e infatti fu rifiutato); oggi quell’orinatoio è esposto nei musei come caposaldo dell’arte del Novecento. Ciò dimostra che il perimetro dell’arte si è ampliato: dove prima era impensabile includere un oggetto industriale, oggi sappiamo contestualizzarlo e leggerlo come gesto artistico. Nathalie Heinich parla di “paradigma dell’arte contemporanea”: un intero insieme di regole nuove convive con quelle classiche e moderne. Ad esempio, “l’arte contemporanea non è più una categoria cronologica ma di genere”: come esistono arte sacra, arte figurativa ecc., esiste l’arte contemporanea con i suoi codici specifici (sperimentazione, concettualismo, interdisciplinarità). I contrari ribattono quindi che non si può giudicare questa produzione con il metro del passato. Un ready-made non va valutato per abilità tecnica, così come un quadro rinascimentale non va valutato per originalità concettuale a tutti i costi: sono parametri diversi in epoche diverse. “Non è che l’arte contemporanea non sia arte: è un’arte diversa”, sintetizza la critica Cynthia Freeland nel suo saggio But Is It Art?. Di conseguenza, le provocazioni, la mancanza di bello tradizionale o di perizia manuale non inficiano affatto la qualità di arte: ne sono anzi parte integrante come scelte espressive dell’epoca attuale. Un esempio storico aiuta: quando apparvero i primi collage cubisti (con pezzi di giornale sulle tele), molti critici gridarono allo scandalo dicendo “questo non è pittura, è tappezzeria”. Ma col tempo si è capito che quell’ampliamento dei materiali era un arricchimento del linguaggio artistico. Allo stesso modo, includere ready-made o video è un arricchimento del linguaggio attuale. L’arte contemporanea, dunque, va riconosciuta come naturale evoluzione dell’arte, non come negazione: la sua apparente “fine” dell’arte tradizionale è in realtà l’inizio di una libertà espressiva più ampia, che può spiazzare all’inizio ma rientra nella fisiologia della storia artistica. “Quello che oggi chiamiamo arte era ieri follia incomprensibile”, scriveva già Baudelaire a metà Ottocento: un monito a non essere miopi davanti al nuovo.
Madeleine Maresca, 31 gennaio 2026