Una delle accuse più frequenti sostiene che l’arte contemporanea non possieda i requisiti essenziali dell’arte vera – padronanza tecnica, contenuto estetico e creatività elevata – e che sopravviva solo grazie a un meccanismo di mistificazione orchestrato da critici e mercanti. I fautori di questa tesi puntano il dito contro opere dall’aspetto banale o sconcertante, famose per aver indignato l’opinione pubblica, e dichiarano: “questo potrei farlo anch’io, quindi non è arte”. Ad esempio, l’installazione di Maurizio Cattelan costituita da una banana attaccata al muro con del nastro adesivo – venduta per 120 mila dollari – viene spesso citata come simbolo di un sistema dell’arte ormai privo di serietà. Avelina Lésper, critica messicana molto polemica, definisce l’arte contemporanea una “‘falsa arte’ sostenuta solo dal mercato e dall’inciucio tra addetti ai lavori”. Secondo Lésper, oggi “qualunque cosa può essere chiamata arte” a patto che un curatore la dichiari tale, indipendentemente dal suo valore intrinseco. Questo “dogma” – spiega – è possibile solo perché critici compiacenti costruiscono attorno a oggetti comuni un’aura di profondità, chiedendo al pubblico un atto di fede quasi religioso. Si pensi all’orinatoio di Duchamp: fu accettato come opera solo dopo una robusta cornice teorica. I critici contestano proprio questa sproporzione tra la povertà materiale di molte opere contemporanee e l’enfasi retorica che le accompAaACgna. Il restauratore e storico dell’arte Bruno Zanardi osserva che spesso gli artisti odierni producono manufatti di aspetto dimesso o caotico – “ghirigori su tela, mucchietti di sassi contro il muro, armadi mezzo aperti, coniglietti di paglia e sterco” – ai quali il sistema assegna arbitrariamente i significati più altisonanti (libertà, ironia, denuncia, incomunicabilità…). Questa sproporzione viene vissuta da molti come un vero “imbroglio culturale”. Il giornalista americano Morley Safer, in un celebre servizio TV dal titolo esplicito Yes… But is it Art?, visitando le fiere d’arte contemporanea definì molte opere “kitsch, clumsy and incomprehensible” (kitsche, goffe e incomprensibili) e si domandò davanti a un’installazione con un bagno ricreato: “Questa tavoletta di water ci eleva lo spirito, o ci indica i gabinetti?”. La conclusione di Safer fu di chiedersi se l’arte contemporanea non fosse “la più grande truffa dai tempi del re nudo”, alludendo alla fiaba in cui tutti fingono di vedere un abito invisibile. I critici avanzano dunque l’idea che molta arte attuale sia un bluff architettato per sorprendere e scandalizzare, così da ottenere attenzione mediatica e far lievitare i prezzi, senza però sostanza artistica. Emblematico è il caso delle opere “invisibili” (tele bianche, installazioni fatte di nulla): ad esempio nel 2021 l’artista italiano Salvatore Garau ha “venduto” all’asta una scultura inesistente (uno spazio vuoto) per 15.000 €, con tanto di certificato. Vicende come questa alimentano nell’opinione pubblica la sensazione di trovarsi di fronte a furbizie spacciate per arte e inducono molti a reagire con ironia o indignazione. Dati empirici confermano la diffidenza popolare: un ampio sondaggio YouGov del 2023 riporta che quasi metà degli americani non considera “arte” un famoso quadro astratto di Mondrian, e ben il 77% crede che avrebbe potuto realizzarlo da sé. Invece oltre l’85-90% riconosce come arte i dipinti classici (come Vermeer e Michelangelo) e ne apprezza la maestria. Il messaggio è: senza abilità tecnica né elevazione estetica, l’arte contemporanea non viene percepita come vera arte dal pubblico comune. Ciò che rimane, ai loro occhi, è una macchina commerciale per ricchi collezionisti, sostenuta da una ristretta élite intellettuale che pontifica su opere altrimenti insignificanti. Come scrive con taglio sociologico Alessandro Dal Lago, oggi “l’arte è l’insieme dei mondi in cui si produce, vende e compra l’aura, cioè la definizione di qualcosa come arte”: in altre parole conta più l’etichetta che l’oggetto. Per i critici, questo svuota il concetto stesso di arte fino a renderlo irriconoscibile. L’arte contemporanea, priva di qualità obiettive, risulta dunque “non arte” – una denominazione immeritata mantenuta in vita artificialmente dal mercato e dal conformismo culturale.
Madeleine Maresca, 31 gennaio 2026