Un’ulteriore linea critica interpreta il discorso di Mark Carney non tanto come una proposta realmente trasformativa, quanto come un’operazione di branding politico, rivolta sia al pubblico interno sia alla platea internazionale. In questa lettura, Davos avrebbe offerto a Carney una piattaforma ideale per posizionarsi come leader globale in un momento segnato da fragilità domestica e frammentazione parlamentare. Alcuni detrattori interni accusano Carney di mancanza di umiltà e di ipocrisia. L’ex leader conservatore Erin O’Toole, pur applaudendo l’intervento, sottolinea che “il Canada non era tra i primi a svegliarsi”, come Carney ha sostenuto, “bensì uno degli ultimi”. Secondo O’Toole, negli ultimi dieci anni i governi liberali – di Trudeau e ora Carney – hanno predicato bene ma razzolato male: investimenti in difesa insufficienti e un’eccessiva enfasi su politiche simboliche, come il commercio progressista o la diplomazia femminista, mentre trascuravano minacce reali già evidenti (Russia in Ucraina dal 2014, crescente assertività cinese in Artico e Africa, protezionismo americano). Carney, che di quei governi è stato un influente consigliere, oggi suonerebbe l’allarme su problemi che l’élite liberal ha ignorato per anni. O’Toole osserva infatti: “Troppi leader – incluso Carney – erano concentrati su cause progressive aspirazionali, ignorando i rischi geopolitici imminenti”. Ne deriverebbe una “rapidissima correzione di rotta”, che però rischia di rimanere soprattutto retorica. Un punto centrale della critica riguarda il divario tra la portata epica del discorso e l’assenza di un’agenda concreta di costi e sacrifici. Il Canada continua a spendere circa l’1,3% del PIL in difesa, ben al di sotto del 2% richiesto dalla NATO, e resta militarmente impreparato. Come nota il “National Post”, “Carney non ha nemmeno accennato alla necessità per il Canada di aumentare la propria capacità militare: chi difenderà questa coalizione di medie potenze?”. Finora la sicurezza canadese è stata garantita soprattutto dall’ombrello statunitense. Se Carney vuole davvero “togliere il cartello e dire la verità”, dovrebbe anche dire ai canadesi che serviranno investimenti molto più pesanti, truppe all’estero, industria bellica potenziata e misure impopolari. Sorvolare su questi aspetti, secondo i critici, significa vendere un sogno a basso costo senza preparare il Paese alle conseguenze reali. C’è poi chi sostiene che il discorso affronti solo i sintomi del disordine internazionale, senza toccarne le cause profonde. Andrea Barolini, su “Valori”, osserva che Carney non menziona la radice economica e culturale dell’aggressività degli Stati: “il nostro modello di sviluppo predatorio, basato sull’ottenere il massimo per sé a scapito degli altri”. Finché domina questa logica – intrinseca al capitalismo globale – grandi e medie potenze continueranno a perseguire vantaggi egoistici, regole o non regole. In questa prospettiva, la responsabilità non è solo di Trump o Xi, ma di un sistema che premia la competizione spietata. Carney, da ex banchiere, evita questa critica strutturale e costruisce invece una narrazione nostalgica di valori e integrità, senza riconoscere che anche le potenze medie hanno sfruttato l’ordine internazionale per tornaconto. Il Canada stesso ha beneficiato per decenni del sistema dominato dagli USA, facendo raramente obiezioni quando Washington infrangeva le regole se tornava utile (Iraq 2003, colpi di Stato tollerati). Ora che quell’ordine vacilla, Carney salirebbe sul pulpito morale con toni che alcuni giudicano opportunistici. Secondo Susan Delacourt, su “Toronto Star”, il tempismo del discorso coincide con un calo nei sondaggi e con crescenti tensioni economiche e sociali. Il registro epico e morale servirebbe dunque soprattutto a rafforzare l’immagine internazionale del Canada e del suo primo ministro, più che a offrire una reale proposta strategica. Anche Yves-François Blanchet, leader del Bloc Québécois, ha criticato l’intervento in Parlamento, definendolo “uno spettacolo diplomatico utile a ottenere legittimità all’estero, ma scollegato dai problemi dei canadesi”. Una valutazione simile emerge dal think tank Macdonald-Laurier Institute, secondo cui “la diplomazia valoriale è diventata una formula retorica di soft power, priva di capacità negoziale reale”. I critici notano, dunque, che la ricezione internazionale del discorso non è stata uniforme: alcuni Paesi hanno ignorato del tutto l’intervento, mentre i principali partner del G7 non hanno emesso reazioni ufficiali. Questo alimenta il sospetto che l’eco mediatica sia stata maggiore della reale incidenza diplomatica. Secondo questa linea critica, la retorica di Carney servirebbe più a costruire una narrazione di leadership morale e prestigio personale che a incidere realmente sulle strutture di potere esistenti o a trasformare l’ordine globale.
Nina Celli, 29 gennaio 2026