Per i critici, il brillante discorso pronunciato da Mark Carney a Davos è soprattutto un esercizio retorico – “eloquenza, non strategia” – che rischia di produrre conseguenze concrete negative. Carney avrebbe incantato la platea con la visione idealistica di un’alleanza autonoma di potenze medie, ma la realtà geopolitica appare assai meno favorevole: i mid-powers mancano di coesione, non dispongono di risorse comparabili alle superpotenze e soprattutto dipendono proprio da quelle grandi potenze che vorrebbero bilanciare. Questa condizione mette seriamente in dubbio la fattibilità e la saggezza della cosiddetta “Dottrina Carney”. In primo luogo, vi è un forte scetticismo sulla capacità delle potenze medie di agire come un blocco compatto. Il concetto stesso di middle power è vago e comprende Stati molto diversi: democrazie occidentali avanzate come Canada e Australia, ma anche potenze emergenti come Turchia, Brasile o India, spesso portatrici di interessi geopolitici divergenti. Come spiega Stewart Patrick in un approfondimento del Carnegie Endowment for International Peace, “un’alleanza coesa delle potenze medie è improbabile, perché esse sono un gruppo eterogeneo e spesso con valori e priorità in conflitto”. Gli esempi abbondano. India e Brasile ambiscono esse stesse allo status di grandi potenze e difficilmente accetterebbero di farsi guidare dal Canada o dall’Unione Europea. La Turchia e l’Arabia Saudita, pur classificabili come potenze regionali medie, perseguono politiche spesso spregiudicate e poco compatibili con i valori liberali che Carney invoca. Inoltre, non esiste neppure una lista condivisa di quali Stati rientrino in questa categoria: alcuni rifiuterebbero l’etichetta, come l’India, mentre potenze nucleari come Francia o Regno Unito non accetterebbero un ruolo subordinato. Per i critici, costruire un fronte comune tra attori tanto disomogenei rischia di essere un esercizio vano. Iniziative storiche simili, come il Movimento dei Non Allineati durante la Guerra Fredda, hanno mostrato disomogeneità e scarsa incidenza pratica. Più che una “Lega dei mezzani”, si prospetta una costellazione di mini-blocchi regionali: gli Stati UE possono cooperare tra loro, ma hanno ben poco da spartire con un Brasile populista o una Turchia neo-ottomana. Il rischio, dunque, è l’irrilevanza: un appello senza un motore comune resta simbolico, senza produrre risultati superiori a quelli già ottenuti in sedi come il G20. Un secondo fronte critico riguarda l’ambiguità del riferimento ai “valori comuni” come base del nuovo ordine. Diversi osservatori notano che termini come diritti umani, sovranità o legalità internazionale sono interpretati in modi divergenti, e che lo stesso Canada è stato accusato di incoerenza nell’applicazione di tali principi. Azeezah Kanji, esperta di diritto internazionale, ha denunciato su “Al Jazeera” che Ottawa continua a vendere armi a regimi repressivi pur presentandosi come difensore dei diritti umani. Inoltre, questioni interne come i diritti dei popoli indigeni restano irrisolte, minando la credibilità morale del Paese. Anche David McNair, dell’ONG ONE Campaign, osserva che “la sovranità degli Stati del Sud globale viene spesso invocata solo quando coincide con gli interessi occidentali”, e sostiene che parlare di un nuovo ordine senza affrontare colonialismo economico e giustizia fiscale globale risulta ipocrita. Il rapporto Human Rights Watch 2026 dedica un’intera sezione al ruolo ambivalente del Canada nell’esportazione di tecnologie di sorveglianza e alla mancanza di trasparenza nelle politiche migratorie. Nel dibattito accademico, autori come Jennifer Welsh (Oxford) e Thomas Pogge (Yale) mettono inoltre in guardia contro un uso opportunistico del linguaggio valoriale, spesso impiegato per mascherare inerzia strategica o interessi settoriali. I critici accusano inoltre Carney di ingenuità storica. L’ordine internazionale basato sulle regole non era soltanto una “finzione utile”, ma una costruzione imperfetta sorretta da un equilibrio di potenza concreto, la Pax Americana. Carney sostiene che “il potere dei forti non è soggetto a vincoli” e propone nuovi vincoli tra Stati medi: ma chi li farebbe rispettare? Carney auspica che le potenze medie difendano insieme il diritto internazionale. Tuttavia, quando Russia e Cina violano la sovranità (Crimea, Mar Cinese Meridionale) o quando gli Stati Uniti stessi minacciano di farlo (Groenlandia), come potrebbero paesi di medio calibro impedirlo? Le Nazioni Unite restano paralizzate dal veto delle grandi potenze. Un gruppo parallelo avrebbe forse voce morale, ma non forza militare o economica sufficiente a imporre costi reali alle superpotenze. Anzi, questa iniziativa potrebbe provocare reazioni punitive. Scott Bessent, segretario al Tesoro USA, ha accusato Carney di virtue signalling e ha suggerito che la rinegoziazione del NAFTA (CUSMA) potrebbe essere usata da Washington per ricondurre Ottawa all’obbedienza. Sul fronte opposto, la Cina di Xi Jinping vede con sospetto una coalizione di medie potenze prevalentemente liberaldemocratiche, interpretandola come un tentativo di contenimento. Il rischio, secondo i detrattori, è che la “terza via” si trasformi in una nuova logica di blocchi. Come osservano alcuni commentatori, “se parliamo di terza via, finiremo per ottenere la vecchia logica dei blocchi”. Non a caso, il quotidiano francese “La Presse” ha definito il discorso un “Requiem per la Pax Americana”, suggerendo che Carney ratifichi un contesto di anomia globale senza offrire strumenti reali per governarlo. Per i critici, dunque, la “svolta Carney” potrebbe rivelarsi velleitaria e perfino dannosa. Velleitaria perché immagina una solidarietà tra potenze medie che esiste più sulla carta che nella realtà e sopravvaluta la loro capacità di incidere. Come nota l’ex ministro canadese Pierre Pettigrew, “il mondo è ancora deciso a Washington e Pechino, nel bene e nel male”. Dannosa perché rischia di frammentare ulteriormente l’Occidente: un fronte transatlantico spaccato (USA da una parte, UE-Canada dall’altra) risulterebbe complessivamente più debole di fronte alle sfide globali poste da Russia e Cina, oltre che dall’isolazionismo trumpiano. Anche l’Europa resta divisa: Macron e Scholz applaudono, ma Polonia e Paesi baltici guardano con preoccupazione a una retorica anti-USA, convinti che “se gli USA se ne vanno, restiamo soli contro Russia e Iran”. Il rischio finale è riassunto dall’economista Tyler Cowen: “Carney avrà difficoltà a far seguire i fatti alla retorica. Parlare è facile, governare un Canada senza il sostegno americano lo è molto meno”.
Nina Celli, 29 gennaio 2026