Mark Carney ha squarciato il velo di ipocrisia che avvolgeva l’ordine mondiale post-Guerra Fredda, lanciando un appello storico affinché le potenze medie assumano la guida nel difendere la legalità internazionale. I sostenitori vedono nel suo discorso la nascita di una “Dottrina Carney”, fondata sull’onestà e la cooperazione orizzontale tra Nazioni di medio livello, come antidoto tanto all’unilateralismo americano quanto all’assertività cinese. Per decenni – ammette Carney – paesi come il Canada hanno “vissuto nella menzogna” accettando un ordine di cui conoscevano i limiti, confidando nel ruolo positivo ma egemone degli USA. Ora quell’ordine è crollato: le regole non proteggono più i piccoli, e le grandi potenze – senza vincoli – “fanno ciò che possono, mentre i deboli subiscono”. Davanti a questa realtà brutale, Carney propone che i “deboli” diventino forti insieme, con “nuove coalizioni forti fra Paesi che condividono visioni, valori e interessi”. È un ritorno allo spirito autentico del multilateralismo: non più guidato da una sola superpotenza benevola ma costruito dal basso da un gruppo di Stati responsabili. Coloro che condividono il discorso di Carney sottolineano la portata rivoluzionaria ma al contempo pragmatica di questa visione. Innanzitutto, Carney ha dato voce a ciò che molti leader già pensavano in privato: la supremazia USA non è più garanzia di stabilità, anzi, sotto Trump gli alleati occidentali si sentono “bullizzati” invece che protetti. La presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen, il presidente francese Macron e altri hanno espresso concetti paralleli subito dopo Davos: “viviamo in un mondo definito dal potere bruto”, dove l’Europa deve dotarsi di leve proprie; “gli USA cercano apertamente di indebolire e subordinare l’Europa” ha detto Macron. Queste reazioni mostrano che Carney ha intercettato un sentimento condiviso: ormai molte democrazie di medie dimensioni preferiscono “vivere nella verità” – riconoscendo il disordine attuale – piuttosto che restare nell’illusione di un ordine liberale garantito dagli Stati Uniti. I dati confermano che l’era delle potenze medie è arrivata: l’Istituto per l’Economia e la Pace rileva come “il peso materiale combinato delle potenze medie ora superi quello delle grandi” e come il mondo sia già multipolare in termini di influenza. Dal 1991 a oggi il numero di middle powers è raddoppiato. Stati come Canada, Australia, Corea del Sud, ma anche Indonesia, Turchia, Brasile hanno economie e capacità diplomatiche di rilievo globale. Nessun singolo di essi può dominare, ma insieme possono fare sistema bilanciando le superpotenze. Carney stesso ha annunciato di aver concluso 12 nuovi accordi di partenariato extra-USA in pochi mesi, dimostrando che la “geometria variabile” funziona: il Canada diversifica forniture e mercati stringendo intese con Europa, Asia e Medio Oriente. Questa strategia dà risultati tangibili (ad esempio, accordi energetici e minerari con Paesi emergenti, più sicurezza alimentare grazie a intese incrociate) e può essere replicata da altri. Il discorso di Davos è stato interpretato da molti come un appello contro la normalizzazione del cinismo geopolitico. L’idea che “i forti facciano ciò che vogliono” e “i deboli subiscano” è stata rigettata da Carney come una narrazione tossica da contrastare con atti di responsabilità e verità, a partire da Paesi che non hanno interessi imperiali diretti. Secondo Thomas Homer-Dixon, su “Toronto Star”, l’intervento del primo ministro ha avuto il merito di restituire un fondamento etico alla politica estera, in un tempo in cui la realpolitik sembra aver preso il sopravvento. Altri analisti, come Janice Gross Stein, hanno definito il discorso come “una chiara dichiarazione contro il nichilismo strategico”. Le reazioni istituzionali rafforzano questa lettura: l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani ha definito il discorso “un contributo essenziale al rinnovamento della fiducia nei valori fondanti della Carta delle Nazioni Unite”. Il riferimento alla frattura dell’ordine mondiale non è solo retorico: riflette i cambiamenti reali in corso, come osserva Fareed Zakaria nella sua analisi per “CNN Global Briefing”. In un mondo sempre più competitivo, il rifiuto del cinismo può rappresentare un elemento differenziante in termini reputazionali e strategici. Infine, il coinvolgimento di giovani leader e attivisti in reazione al discorso (tra cui forum giovanili del Global Leadership Initiative) mostra che l’impostazione di Carney ha attivato una riflessione trasversale, non solo istituzionale.
Nina Celli, 29 gennaio 2026