Una critica ricorrente al discorso di Mark Carney riguarda la distanza tra dichiarazioni di principio e capacità reali di influenza. L’appello al ruolo delle potenze medie come nuovo pilastro dell’ordine internazionale appare suggestivo, ma si scontra con una realtà geopolitica ancora dominata dall’hard power, dalle risorse militari e dagli interessi strategici che le medie potenze non controllano. Molti analisti sottolineano che Carney tende a sottovalutare la reazione delle superpotenze, il cui ruolo resta determinante. Come avverte Stewart Patrick, “mentre un mondo multipolare è inevitabile, esso è ancora agli inizi”: la struttura internazionale resta di fatto bipolare, dominata da Stati Uniti e Cina, che cercheranno prevedibilmente di frustrare l’attivismo delle potenze medie e di vincolarne ogni iniziativa. In altre parole, Washington e Pechino dispongono di numerose leve economiche e strategiche per scoraggiare o punire i tentativi di autonomia dei propri alleati o vicini. Ed è esattamente ciò che, secondo i critici, si sta già verificando. Donald Trump ha reagito duramente al discorso di Davos, rimarcando che “il Canada vive grazie agli Stati Uniti” e facendo intendere che qualsiasi deviazione di Ottawa sarà sanzionata. Poco dopo, ha minacciato tariffe punitive fino al 100% sulle importazioni canadesi qualora il Canada avesse proseguito nel rafforzamento dell’accordo con la Cina. Anche se Carney ha cercato di rassicurare che non intende firmare un vero trattato di libero scambio con Pechino, il Canada rischia così di trovarsi esposto su più fronti – commerciale, strategico e diplomatico – proprio mentre tenta di emanciparsi. La posizione di forza americana nei confronti del Canada è difficilmente contestabile. Gli scambi con gli Stati Uniti rappresentano circa il 75% dell’export canadese, e l’integrazione economica è tale che tariffe o chiusure di frontiera potrebbero provocare conseguenze immediate e gravi. Carney stesso ammette che “un paese che non può nutrirsi, rifornirsi o difendersi da solo ha poche opzioni”. I critici sostengono che questa sia precisamente la condizione canadese: Ottawa dipende dagli Stati Uniti per la difesa (NORAD, NATO), per gli investimenti e per infrastrutture energetiche interconnesse. Da questa prospettiva, l’approccio di Carney appare idealista ma potenzialmente rischioso. Patrick Wintour, citando la stessa Ursula von der Leyen, osserva che “gli alleati possono illudersi di funzionare meglio senza gli USA, ma in realtà la loro sicurezza e prosperità ne risentono”, almeno finché il divario militare europeo non sarà colmato. Alcuni commentatori temono dunque che la “terza via” proposta da Carney possa produrre un effetto paradossale: invece di rafforzare le potenze medie, rischierebbe di isolarle. Il think tank conservatore Macdonald-Laurier Institute avverte che un allontanamento troppo visibile dagli Stati Uniti potrebbe spingere Trump a marginalizzare ulteriormente partner considerati meno allineati, favorendo invece alleati percepiti come più fedeli. Secondo questa lettura, il Canada potrebbe essere escluso da consessi e cooperazioni strategiche in cui finora era integrato, dall’intelligence ai piani industriali su tecnologie critiche. Il rischio, scrive Bryan Brulotte, è che Carney cerchi legittimazione come statista globale ma finisca per danneggiare interessi nazionali concreti: “l’America non è una potenza da cui emanciparsi senza conseguenze”. Un editoriale del Toronto Sun ha definito l’intervento “terribile”, sostenendo che Carney abbia gettato benzina sul fuoco del conflitto con Trump per nulla: gli Stati Uniti restano insostituibili, e conviene piuttosto attendere che Trump passi. Anche analisti liberali hanno espresso scetticismo. Andrew Coyne, sul “National Post”, definisce il discorso “ispirato ma vacuo”, sottolineando che il Canada non dispone né di un apparato militare significativo né di una rete diplomatica tale da poter condizionare davvero l’ordine globale. Allo stesso modo, Charles Kupchan, su “Foreign Affairs”, avverte che “le medie potenze sono per definizione reattive, non propositive”: l’illusione di un nuovo ordine alternativo rischia quindi di generare frustrazione più che risultati. A ciò si aggiunge la fragilità delle coalizioni invocate da Carney. Come nota ancora Stewart Patrick, molte potenze medie citate come partner – ad esempio Sudafrica, Indonesia o Turchia – perseguono agende divergenti o contraddittorie, minando la coerenza di qualunque alleanza fondata sui “valori comuni”. Anche gruppi multilaterali come il G77 o i BRICS hanno reagito con freddezza, segnalando che le logiche regionali e gli interessi nazionali restano prevalenti. Secondo Elisabeth Economy, nel suo intervento per il Council on Foreign Relations, il discorso canadese manca inoltre di risposte operative sulle vere crisi globali: sicurezza alimentare, debito, frammentazione tecnologica. In definitiva, la critica sostiene che la visione di Carney, pur costruita con forza morale e ricca di ambizione, non disponga ancora degli strumenti concreti per essere implementata. Rischia così di restare confinata alla sfera della diplomazia simbolica: un discorso ben articolato, ma privo di una reale capacità di trasformare l’ordine mondiale dominato dalle grandi potenze.
Nina Celli, 29 gennaio 2026