La parte del decreto dedicata ai minori (la cosiddetta “linea dura” contro baby gang e violenza giovanile) è forse una delle più contestate dagli esperti di settore. I critici sostengono che affrontare il problema dei minori devianti solo con strumenti repressivi – ammonimenti di polizia, arresti, carcere anche per 12-13enni, multe ai genitori – sia non solo contrario all’approccio pedagogico richiesto dalle convenzioni internazionali (Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia), ma addirittura controproducente. “Le norme si fondano quasi unicamente su strumenti di polizia… cancellando qualsiasi approccio educativo, sociale e preventivo”, denuncia Antigone. Ciò rischia di trasformare adolescenti problematici in delinquenti incalliti, anziché recuperarli. Save the Children esprime “forte preoccupazione” proprio per quelle misure del pacchetto che “introducono una gestione di pubblica sicurezza delle condotte minorili su vasta scala”, considerandole un “arretramento rispetto alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia”. La Convenzione di New York, ratificata dall’Italia, stabilisce che i minori hanno diritto a misure speciali di protezione e a un approccio principalmente educativo, usando la detenzione solo come extrema ratio. Il pacchetto Meloni va in direzione opposta: abbassa l’età dell’intervento poliziesco formale a 12 anni (ammonimenti del questore); permette persino misure cautelari carcerarie per reati come il porto di coltello, anche per minorenni; prevede multe salate alle famiglie come punizione aggiuntiva. Questo appare in conflitto con l’art. 27 Cost. (funzione rieducativa della pena) e con l’art. 31 Cost. (protezione dell’infanzia). “Trattare ragazzini di 12 anni come un problema di ordine pubblico cancella anni di cultura minorile”, affermano pedagogisti e magistrati minorili. Carla Bassu, comparatista, dice: “Si conferma l’orientamento a una ‘penalizzazione’ della sicurezza insistendo in particolare su immigrazione e manifestazioni” e aggiunge – sul versante minori – che queste misure renderebbero l’Italia “tra i sistemi più rigidi in Europa”. La dottrina minorile italiana, da don Milani in poi, ha sempre privilegiato percorsi rieducativi e misure alternative al processo e alla pena per i minorenni, sapendo che punirli come adulti produce recidiva e devianza peggiore (l’effetto etichetta del carcere). Il decreto ignorerebbe tutta questa esperienza: “prevenzione della violenza giovanile fondata quasi solo su polizia, estesa fino ai 12enni, cancellando l’approccio educativo”. Significativo è il grido d’allarme lanciato dall’ex ministro e presidente del Tribunale minorile Liliana Segre (oggi senatrice a vita), che ha paragonato queste misure a “metodi ottocenteschi” di correzione e ha ricordato come già nel 1988 l’Italia fece una riforma del processo minorile all’avanguardia proprio per evitare la criminalizzazione precoce. Magistrati minorili attivi hanno fatto notare come l’ammonimento questorile a 12 anni e le sanzioni ai genitori “rischiano di spingere quei minori ai margini in un percorso deviante irreversibile”. Le famiglie spesso sono esse stesse fragili e prive di strumenti: multarle potrebbe provocare ulteriore povertà e conflitti, peggiorando il clima educativo. “Si colpiscono famiglie già in difficoltà, quelle benestanti troveranno scappatoie”, argomentano i critici: punire i genitori è una politica punitiva che non offre loro sostegno alcuno per recuperare i figli. Psicologi dell’età evolutiva sottolineano che tra i 12 e i 17 anni l’identità è in formazione e reagisce negativamente a stigmi e punizioni nette: un ragazzino percepito come “criminale” dal sistema tenderà a conformarsi a quel ruolo, mentre un intervento socioeducativo potrebbe deviarne la traiettoria. “Molti ragazzi cercano spazi per esprimere rabbia e fragilità: se questa possibilità manca, le risposte possono diventare distruttive”, spiega D’Errico di Save the Children. Il decreto però non prevede spazi nuovi né supporti psicologici: solo punizione. Già ora, con la stretta del decreto Caivano 2023, i minori in carcere sono aumentati sensibilmente: “mai così tanti da 10 anni”, riportano associazioni come La Via Libera. Ciò dimostra che è in atto una deriva che contraddice la tendenza storica di decarcerizzazione minorile. “Un concreto rischio è che si consolidino regimi detentivi peggiori di quelli carcerari per i minori”, afferma Antigone sui CPR e misure per minori stranieri. In particolare, la volontà leghista di rimpatriare minori non accompagnati (se dovesse passare in futuro) violerebbe convenzioni internazionali e produrrebbe situazioni di forte ingiustizia: “minori stranieri trattati diversamente da minori italiani”, nota l’associazione, che si dice contraria a “strette sulle misure di inclusione per minori stranieri”. Anche i minori rom e di altre minoranze rischiano: un senatore FdI ha dichiarato “le donne che fanno figli per borseggiare non meritano quei figli”, supportando l’abolizione del differimento pena per madri con neonati (introdotta nel 2025): parole agghiaccianti che paiono colpevolizzare i bambini nascituri. La linea governativa appare quindi punitiva anche verso l’infanzia più vulnerabile (bambini Rom neonati portati in cella con la madre). “Si tolgono alle madri anche i neonati per farle scontare il carcere”, denuncia l’associazione Non una di meno. Questo è in contrasto con l’art. 31 Cost. (protezione maternità e infanzia). Non stupisce quindi che la Commissione Infanzia della Camera stessa, in mano alla maggioranza, abbia sollevato dubbi su alcuni punti. In sostanza, gli oppositori temono che i giovani in situazione di disagio vengano trasformati in nemici pubblici invece di essere aiutati. E una società che vede i propri figli come un problema di polizia è una società che sta fallendo. L’ANPI evidenzia che il Ddl sicurezza “colpisce studentesse e studenti” e penalizza “il conflitto sociale, l’anima di ogni democrazia”: con studenti intende sia giovani attivisti (puniti in proteste) sia giovani devianti (puniti come criminali). “Una società che punisce i suoi giovani per non aver saputo educarli è una società che abdica al suo futuro”, ha detto uno psicologo su “La Repubblica”. Perfino la CEI (Conferenza Episcopale Italiana), di solito vicina alla destra su legalità, ha espresso perplessità: la Caritas ha ricordato l’importanza del recupero dei minori difficili, che la Chiesa porta avanti con comunità e oratori. “Invece di militarizzare le scuole, apriamo i doposcuola”, scrivono preti di frontiera. Insomma, l’approccio “poliziesco” viene considerato fallimentare: “la violenza giovanile si alimenta se lo Stato risponde con sola repressione”, dice Save The Children. Per ridurre le baby gang, affermano i critici, bisogna educare, includere, dare opportunità, non colpire e marginalizzare ulteriormente. E i genitori vanno aiutati (con servizi sociali, formazione, lavoro stabile) anziché multati e colpevolizzati. Un’analogia storica: nel 1931 il regime fascista istituì il Tribunale per i minorenni che puniva anche bambini di 9-10 anni considerati “irregolari”, con l’intento di reprimerne la devianza sul nascere. Quell’approccio fu superato nel dopoguerra perché giudicato disumano e inefficace. Ora i critici vedono echi di quel passato nel decreto Meloni. “Arretramento culturale” lo definisce Antigone: dal modello di giustizia minorile basata sul perdono e la comprensione, si torna a un “diritto penale dei minorenni” che era stato abbandonato negli anni ’70-’80. Anche la scelta di abolire il differimento pena per madri con bimbi piccoli (fatto col decreto 2025) va in quel solco punitivo: prima le madri condannate potevano stare con i figli fino a 1 anno fuori dal carcere, ora vengono imprigionate subito “perché le donne che fanno figli per rubare non meritano di tenerli” (parole testuali di un senatore FdI). Questo, oltre a punire i neonati (costretti in carcere o allontanati), non riduce certo i borseggi: bisogna combattere povertà e sfruttamento dei minori rom, non sbattere in galera le madri. Su questi aspetti, la critica è concorde: il governo mostra un approccio vendicativo verso i deboli, non risolutivo.
Madeleine Maresca, 27 gennaio 2026