Dal punto di vista dei critici, il Decreto sicurezza 2026 è non solo autoritario ma anche inefficace e fuorviante rispetto agli obiettivi dichiarati. Si sostiene che queste misure siano dettate più dalla propaganda securitaria e dalla volontà di mostrare “il pugno di ferro” all’elettorato, che da un reale bisogno di sicurezza. In altre parole, sarebbe una risposta sbagliata a problemi mal posti, con il rischio concreto di peggiorare la situazione anziché migliorarla. Un primo argomento è che non esiste la paventata emergenza sicurezza: l’Italia attuale non sta vivendo un’escalation di reati tale da giustificare un giro di vite così draconiano. I dati ufficiali mostrano da anni un trend di criminalità in calo o stabile, tanto da far dire all’ISTAT che l’Italia è ai vertici di sicurezza in Europa (circa 0,5 omicidi per 100k abitanti, uno dei tassi più bassi al mondo). “L’Italia è uno dei Paesi più sicuri al mondo” riconosce la stessa Internazionale, che conferma: “non c’è nessuna emergenza di ordine pubblico da affrontare: c’è solo il bisogno di alimentare la propaganda della paura”, come dichiarato dalla responsabile legalità del PD Enza Rando. Secondo questo punto di vista, il governo sta strumentalizzando singoli episodi di cronaca nera (per quanto gravi, come l’accoltellamento di La Spezia o i fatti di Termini) per dipingere un quadro di insicurezza generalizzata che nei dati non esiste, al fine di giustificare misure repressive funzionali al consenso. “Veniamo distratti dai veri problemi” ammonisce Susanna Marietti: mentre si parla di baby gang e immigrati, non si parla di disoccupazione, sanità o disuguaglianze. La retorica dell’“uomo forte” che risolve tutto con la legge e l’ordine è un classico espediente populista – dicono i critici – per dirottare le paure popolari su bersagli semplici (zingari, migranti, giovani delinquenti) e coprire l’incapacità di risolvere questioni complesse. “Come da anni accade, veniamo distratti dalle vere questioni” scrive Marietti: la sicurezza come arma di distrazione di massa. In realtà, aggiungono, i fenomeni criminali citati sono in calo: gli stessi reati dei minori in Italia sono tra i più bassi d’Europa (363 su 100k contro migliaia di altri paesi). Save the Children, che pure rileva il raddoppio di minori segnalati per armi improprie, ricorda che “nonostante l’aumento, l’Italia continua a essere tra i paesi col più basso tasso di criminalità minorile”. Non c’è un’epidemia di baby gang, c’è semmai un problema sociale circoscritto in alcune periferie. L’ammonizione di Save the Children – “evitare letture allarmistiche non contestualizzate” – suona come un rimprovero implicito al governo, che fa proprio il contrario: generalizza e amplifica la percezione di insicurezza. L’efficacia pratica del pacchetto viene fortemente messa in dubbio. Molti osservatori ritengono che misure così punitive non risolveranno affatto i problemi dichiarati, anzi potrebbero aggravarli. Ad esempio, riempire le carceri di giovanissimi e piccoli delinquenti rischia di far esplodere un sistema penitenziario già al collasso: ci sono oltre 62mila detenuti per 47mila posti (affollamento >132%), e i detenuti aumentano di 5000 unità ogni 2 anni dopo gli ultimi pacchetti. Queste leggi ne porterebbero dentro molti di più – con l’effetto opposto alla sicurezza: carceri più affollate = carceri più violente, e reclusi con pene minori mescolati a criminali professionisti destinati a uscirne peggiori di prima. “Si aggravano sovraffollamento e tensioni in carcere”, denuncia il Consiglio d’Europa. Non a caso, in parallelo al decreto, si sono moltiplicati i suicidi e le rivolte carcerarie (17 suicidi estate 2025): segno che il sistema sta cedendo. Eppure, il governo continua a “rispondere con il diritto penale a fenomeni sociali complessi”, lamenta Antigone, invece di investire in alternative alla detenzione. “La sicurezza non si crea con l’autoritarismo, ma rafforzando il welfare, il lavoro stabile, la scuola e la sanità pubblica” – argomenta la responsabile PD Rando, affermando che i veri rimedi all’insicurezza sono sociali non penali. Questa visione è condivisa da molte organizzazioni: Save the Children sottolinea che la violenza giovanile nasce “in un vuoto di luoghi e relazioni” e che “servono risposte oltre la logica esclusivamente repressiva”, come più investimenti nell’educazione (l’Italia spende solo il 3.8% PIL in istruzione vs >4.5% media UE). Nel pacchetto sicurezza però non c’è nulla su questo: “cancella qualsiasi approccio educativo, sociale e preventivo”, nota Antigone a proposito della gestione dei minorenni. Sanzioni e prigione, nessun cenno a recupero, reinserimento o sostegno psicologico. “È solo con la reazione penale che questo governo finge di affrontare i problemi del Paese”, scrive Marietti: la critica è che l’esecutivo non sappia fare altro che inasprire pene, come panacea per tutto. Anche sul fronte migratorio, i critici reputano le misure inefficaci e dannose. I blocchi navali di Salvini nel 2019 non risolsero l’immigrazione (le rotte cambiarono, e nel 2020-21 i numeri risalirono) ma causarono violazioni di diritti e tensioni internazionali. Ora replicare quell’approccio rischia di provocare altre tragedie in mare (navi costrette a rimanere fuori dai porti) e di contravvenire al Diritto del mare e ai doveri di soccorso, come segnalato dagli esperti. “Una misura che solleva gravi profili di illegittimità costituzionale e di contrasto col diritto internazionale del mare”, denuncia Antigone sul blocco navale senza controllo giudiziario. Inoltre, la stretta sui ricongiungimenti e il trattenimento dei migranti non faranno altro che aumentare gli irregolari invisibili sul territorio. Esperienze pregresse mostrano che abolire canali regolari e misure umanitarie produce solo più clandestinità e insicurezza. “Un decreto fatto per combattere l’illegalità, produrrà illegalità”, aveva avvertito Lorenzo Trucco (ASGI) già nel 2018. Difatti, dopo i decreti Salvini ci fu un balzo di migranti irregolari: +60mila stimati da ISPI in due anni. “Quella norma mira a creare irregolarità, non a gestire l’immigrazione”, criticò Mario Morcone nel 2018. Oggi si rischia lo stesso: respingere a priori richieste d’asilo di chi è transitato altrove (il concetto di “Paese terzo sicuro”) potrà portare a espellere persone verso paesi non sicuri, con possibili respingimenti a catena e violazioni del principio di non-refoulement. Questo potrebbe far incorrere l’Italia in condanne internazionali (CEDU, Corte UE) senza risolvere il problema immigrazione. “Le prigioni amministrative (CPR) peggiori del carcere consolidano regimi illegali”, afferma Antigone: il decreto delega sul CPR appare un modo per codificare prassi già criticate (trattenimenti lunghi, condizioni disumane) e sottrarle al sindacato pieno dei giudici. Ciò potrebbe portare a contenziosi e non fermerà certo chi fugge da guerre e miseria. “I partiti di governo stanno giocando a chi radicalizza di più il ddl Sicurezza”, osserva la rete A Pieno Regime, “arrivando a sostenere l’impunità per gli agenti che reprimono il dissenso”. La critica qui è duplice: da un lato, in tema di ordine pubblico si sta scegliendo la radicalizzazione repressiva (che storicamente alimenta ulteriore conflitto sociale anziché pacificarlo); dall’altro, si mette persino in discussione il ruolo di controllo della magistratura (con lo scudo penale), il che può portare ad abusi di potere e a rottura di fiducia tra cittadini e istituzioni. Infatti, lungi dal portare più sicurezza, questa impunità presunta per la polizia può incentivare comportamenti oltre le righe e alimentare tensioni. Si citano casi: a Brescia nel 2023 agenti hanno pestato pacifici manifestanti climatici, forse sentendosi incoraggiati dalla retorica governativa anti-eco-attivisti. Se ora sanno di essere coperti dallo scudo, simili episodi potrebbero moltiplicarsi. Il risultato sarebbe meno sicurezza percepita dai cittadini, soprattutto dalle minoranze e oppositori, che potrebbero iniziare a temere la stessa polizia. Gli oppositori del decreto delineano quindi uno scenario paradossale: anziché migliorare la sicurezza reale, questo pacchetto potrebbe peggiorare la “sicurezza umana” (intesa come qualità della convivenza e fiducia nello Stato). “La sicurezza non si costruisce con l’autoritarismo”, ribadiscono in tanti: un paese dove dissenso e disagio sociale vengono repressi produce solo più rancore sotterraneo, tensione e ingiustizia. Viceversa, investire in politiche di coesione riduce davvero la criminalità. Ad esempio, a fronte del problema baby gang, Save the Children e il Garante Infanzia riportano dati: i reati dei minori 14-17 anni in realtà sono calati del 4% dal 2022 al 2023. Ciò suggerisce che progetti educativi avviati stanno funzionando; punire di più (ammonimenti polizieschi a 12enni, arresto minori ecc.) potrebbe invertire quel trend virtuoso. Il Garante Infanzia ha osservato come i reati giovanili siano in diminuzione e ha avvertito che la soluzione non è restringere le misure rieducative, bensì potenziarle. Anche su spaccio e devianza minorile, lo stesso decreto Caivano del 2023 non ha evidenziato effetti positivi, anzi i dati parlano di “mai così tanti minori in carcere da dieci anni” dopo quell’inasprimento. “La violenza non si ferma con la repressione”, titola “Domani” citando Save the Children, che sollecita appunto strategie di prevenzione e inclusione. Ignorare questi appelli e insistere solo sul codice penale appare ai critici un grosso errore di valutazione. Sul versante economico, si nota un altro controsenso: il governo spinge su costose misure repressive (il carcere e i CPR costano molto di più di un buon programma di recupero) mentre ha tagliato risorse in manovra alla sicurezza preventiva. Lo denuncia il segretario SILP: “la legge di bilancio 2026 non ha stanziato nuove risorse per la sicurezza, anzi ha imposto tagli e restrizioni, specie sulle assunzioni”. Quindi non ci sono fondi per più poliziotti, ma si introducono reati che quei pochi poliziotti dovranno gestire (con più straordinari e pratiche burocratiche). Colapietro definisce il pacchetto “un esercizio retorico di machismo securitario, a costo zero, che esaspererà il disagio sociale e aggraverà il lavoro delle forze dell’ordine”. In pratica, poliziotti già sotto organico dovranno occuparsi di ammonire ragazzini, presidiare indefinite zone rosse, perquisire manifestanti – distogliendoli da compiti investigativi e di prossimità. D’altronde, nota il SILP, “nonostante i numerosi pacchetti e decreti, la sicurezza percepita è peggiorata” in questi tre anni: segno che i precedenti giri di vite non hanno centrato il bersaglio. Il governo Meloni aveva già approvato nell’aprile 2025 (con fiducia) un primo decreto sicurezza convertito in legge 80/2025. A distanza di pochi mesi, eccoci a un secondo pacchetto – osservano i critici – il che dimostra che il primo non ha risolto nulla.
Madeleine Maresca, 27 gennaio 2026