I sostenitori del decreto sicurezza 2026 enfatizzano un altro aspetto: quello del controllo dell’immigrazione irregolare e della protezione della sicurezza nazionale. In continuità con la politica migratoria del governo Meloni, il pacchetto contiene misure che ricalcano – e rafforzano – i decreti Salvini del 2018-2019: in primis la possibilità per l’esecutivo di chiudere i porti alle navi delle ONG che trasportano migranti soccorsi in mare. Secondo i favorevoli, questa norma (interdizione temporanea delle acque territoriali per motivi di sicurezza nazionale) è fondamentale per difendere la sovranità italiana sui confini marittimi. Il ragionamento è che, di fronte a flussi migratori fuori controllo o sospetti di infiltrazioni terroristiche, l’Italia deve avere lo strumento legale per fermare gli sbarchi indiscriminati. “Pressione migratoria eccezionale” e “pericolo di infiltrazioni terroristiche” figurano infatti tra i presupposti per attivare il blocco navale. Il governo ha giustificato questa misura come necessaria per scoraggiare i trafficanti di esseri umani e imporre alle ONG di rispettare le regole (già nel 2023 con il decreto Piantedosi vennero posti vincoli sulle operazioni di soccorso multiplo). Molti nel centrodestra la considerano un fiore all’occhiello: “Si torna ai decreti sicurezza salviniani” che – sostengono – avevano ridotto drasticamente gli sbarchi. Sebbene dati globali mostrino dinamiche migratorie complesse, Matteo Salvini rivendica che grazie ai suoi decreti del 2018-19 “abbiamo ridotto del 90% gli sbarchi” (affermazione contestata, ma diffusa nella narrativa leghista). Gli attuali proponenti intendono riportare quell’approccio: “più severità” verso la “mancata integrazione”, ha detto Salvini, significando che se i migranti non si comportano bene verranno espulsi. Il pacchetto include infatti norme per facilitare i rimpatri degli stranieri irregolari o pericolosi. Ad esempio, si introduce – in linea con un Regolamento UE in arrivo nel 2026 – il concetto di “Paese terzo sicuro”: se un richiedente asilo è transitato da un paese considerato sicuro, la sua domanda in Italia potrà essere dichiarata inammissibile. Questo in concreto permette di respingere molte richieste d’asilo e rimpatriare più rapidamente i migranti in quei paesi di transito (ad esempio in Albania, con cui l’Italia ha accordi). I sostenitori sottolineano come ciò colmi finalmente una falla: troppi migranti economici hanno finora sfruttato le lungaggini delle procedure di asilo per restare in Italia, mentre ora – con l’inammissibilità – verranno direttamente rifiutati. Velocizzare le espulsioni di chi non ha diritto a restare è visto come un atto dovuto verso la legalità: “se commettono un reato, smettono di essere nostri ospiti e tornano a casa loro”, ha chiosato Salvini a proposito dei minori stranieri delinquenti. Il pacchetto iniziale non conteneva il rimpatrio automatico dei minori stranieri criminali (ipotesi spinta dalla Lega ma accantonata, per ora), tuttavia i pro lasciano intendere che se ne riparlerà. Già la stretta prevista “limita ulteriormente i ricongiungimenti familiari” e restringe le misure di inclusione per i minori stranieri non accompagnati, riducendo quell’“effetto calamita” che – secondo la destra – attrae in Italia minori poi difficili da gestire. Per i favorevoli, l’approccio generale è: più sicurezza significa anche meno immigrazione illegale. Ogni migrante irregolare che delinque e rimane impunito è un fallimento dello Stato; ogni sbarco non controllato erode la percezione di sicurezza. Dunque, dotare il Viminale di poteri più ampi nei rimpatri è un elemento chiave. Il decreto conferisce anche al governo una delega a regolamentare la vita nei CPR (Centri di Permanenza per i Rimpatri) via decreti legislativi. I sostenitori ritengono che così si potranno uniformare e magari irrigidire le regole interne dei centri di detenzione amministrativa, chiudendo spazi normativi che in passato hanno permesso eccessi di lassismo (ad esempio, detenuti nei CPR che protestano o danneggiano le strutture senza sanzioni chiare). Una menzione a parte merita la norma sul foglio di via: se uno straniero riceve un ordine di espulsione (il classico “foglio di via”) e non lo rispetta, la sua eventuale domanda di protezione internazionale non sospenderà più l’efficacia dell’espulsione. Significa che si potrà eseguire il rimpatrio anche in pendenza di ricorso contro il diniego d’asilo, evitando che i migranti restino anni in Italia a suon di appelli. Chi è destinato a lasciare l’Italia lo dovrà fare subito. Questa, per i favorevoli, è una svolta di legalità e buon senso: “chi viene in Italia deve rispettare le regole”, e se non ha diritto a restare, deve andarsene. Anche zone rosse e Daspo sono al servizio del controllo migranti: nelle bozze si parla di applicarli anche intorno a stazioni e litorali, dove spesso stazionano irregolari dediti ad attività illecite. Sul fronte marittimo, i pro segnalano come finalmente il decreto allinei l’Italia a paesi come Malta o la Grecia, che chiudono le acque quando c’è rischio per la sicurezza nazionale. Del resto, sottolineano, la bozza prevede che l’interdizione dei porti valga solo in casi gravi: rischio terrorismo, emergenze sanitarie, arrivi ingestibili. Dunque, non è affatto un “no entry” permanente, ma uno strumento da usarsi responsabilmente. Si ricorda poi che nel 2019, quando Salvini applicò il blocco navale, gli sbarchi calarono significativamente (dai 182mila del 2016 ai 3.000 del 2019, benché quest’ultimo dato fu frutto di più fattori). Altra novità: per scoraggiare abusi, i migranti chiusi nei CPR avranno l’obbligo di collaborare all’identificazione; diversamente, la loro domanda d’asilo sarà rigettata. In tal modo si evita il “trucco” di chi, senza documenti, forniva generalità false o rifiutava rilievi per far perdere tempo. Questo meccanismo è collegato al concetto di “safe third country”: l’Europa sta andando in tale direzione (lo conferma il Regolamento UE 2024/1348 menzionato in bozza), perciò l’Italia si porta avanti. “Saranno le nuove regole europee a risolvere i problemi”, ha confermato Piantedosi parlando dei centri in Albania – appena entreranno in vigore. Nel frattempo, i centri in Albania “continuano a operare come CPR per rimpatriare migranti”, segno che l’approccio del governo è di esternalizzare la gestione migratoria. L’elemento sicurezza nazionale è stato sottolineato anche da esponenti come Nicola Molteni (Lega), per cui il pacchetto serve ad “alzare la qualità del contrasto all’immigrazione irregolare e delle capacità operative delle forze di polizia”. “Chi arriva illegalmente e delinque, dev’essere espulso subito” è il mantra ripetuto nei comizi – e questo decreto mira esattamente a rendere più spedite tali espulsioni, riducendo tutele considerate eccessive. I pro citano la stretta sui ricongiungimenti familiari: venire in Italia con la scusa di raggiungere un parente sarà più difficile, poiché troppi ne hanno abusato. Analogamente, i minori stranieri non accompagnati non verranno più trattati come intoccabili: il governo intende ridurre le misure di inclusione e se necessario (casi di reati) prevederne la rimessa sotto tutela consolare per rispedirli nel paese d’origine. Dunque, il pacchetto sicurezza permette all’Italia di controllare finalmente chi entra e chi esce. Questo aumenta la sicurezza interna (meno clandestini senza identità in giro) e incide anche sul senso di legalità: la gente vedrà che lo Stato non subisce passivamente sbarchi e reati degli stranieri, ma reagisce. Il motto salviniano “aiutiamoli a casa loro” si traduce in normative come queste: se sei pericoloso o irregolare, torni a casa tua. Da notare che molte misure di questo tipo godono di un discreto appoggio trasversale nell’elettorato: il sondaggio Noto menzionato evidenzia che pure provvedimenti controversi come gli sgomberi forzati o gli arresti preventivi (visti da alcuni come autoritari) trovano attorno al 60% di consensi.
Madeleine Maresca, 27 gennaio 2026