Una delle colonne portanti del pacchetto sicurezza 2026 è la risposta decisa al fenomeno delle cosiddette “baby gang” e, più in generale, alla violenza minorile. I favorevoli ritengono che fosse indispensabile intervenire di fronte a giovani (talvolta giovanissimi) che girano armati di coltelli e commettono aggressioni brutali, con una spavalderia alimentata da un senso di impunità. “Ci dobbiamo interrogare su come sia possibile che dei ragazzi a scuola regolino i conti a coltellate”, ha affermato il ministro Piantedosi dopo l’omicidio di uno studente 18enne accoltellato in classe da un coetaneo a La Spezia. L’orrore suscitato da questo episodio e da altri casi di risse con armi bianche tra minorenni ha creato consenso attorno a misure anche drastiche pur di disarmare i “baby criminali”. Il decreto introduce infatti un divieto assoluto di porto di coltelli a scatto o lame sopra 5 cm, punito con fino a 3 anni di reclusione. Vieta inoltre che chiunque (minorenne o adulto) giri con altri oggetti atti a offendere (mazze, lame >8 cm) se non per motivo giustificato, prevedendo anch’esso pene detentive fino a 2-3 anni. Significa che se un ragazzino viene fermato con un coltello a serramanico in tasca senza motivo, potrà essere arrestato e – questa è la novità – anche posto in custodia cautelare in carcere. Si supera così l’ostacolo giuridico per cui finora il porto d’armi improprie era contravvenzione di lieve entità e i minorenni finivano quasi sempre rilasciati. Non solo: il pacchetto introduce la facoltà di arresto in flagranza per un minore sorpreso con un coltello, con possibilità di misure restrittive. Questo invia un messaggio chiaro, secondo i pro: “non tolleriamo più baby gang armate”. In parallelo, scatta il divieto di vendita di coltelli ai minori, anche online, e sanzioni severe per i negozianti che li cedono ai ragazzi. L’insieme di queste norme mira a togliere letteralmente dalle mani dei minorenni i mezzi per ferire e uccidere: l’ambizione dichiarata è prevenire altre tragedie come quella di La Spezia. I favorevoli ricordano che i dati di Save the Children mostrano un preoccupante aumento di minori trovati armati: dal 2019 al 2024 sono più che raddoppiati (da 778 a quasi 2.000 l’anno) i casi segnalati, e nel primo semestre 2025 erano già 1.096. Di fronte a questa tendenza non si poteva stare a guardare – sostengono – magari aspettando la prossima vittima. Colpire il possesso delle armi (coltelli, tirapugni ecc.) nei teenager è visto come un atto di responsabilità: “disarmare i maranza”, come titolava un quotidiano, riferendosi al gergo che definisce i bulli di strada. Il pugno di ferro si estende anche alle condotte violente o predatorie dei minorenni: il catalogo dei reati per l’ammonimento del questore (oggi applicabile dai 14 anni in su) viene ampliato e abbassato d’età. D’ora in poi un dodicenne che commette reati come lesioni, rissa, minaccia o violenza privata con armi potrà ricevere un ammonimento formale dell’autorità di pubblica sicurezza. L’ammonimento per i 12-14enni è una misura quasi pedagogica ma dalla forte valenza simbolica: lo Stato entra in scena subito, non aspetta che questi ragazzini diventino delinquenti incalliti. È un monito che può avere un impatto di deterrenza sull’adolescente e sul suo nucleo familiare. Proprio la famiglia è chiamata in causa: il ddl prevede una sanzione pecuniaria da 200 a 1.000 euro a carico del genitore o tutore di un minorenne (sopra i 14 anni) che sia stato ammonito dal questore o sorpreso con un’arma, qualora il tutore non dimostri di aver fatto il possibile per impedirglielo. L’idea è rendere i genitori parte attiva della soluzione, responsabilizzandoli sulla condotta dei figli. “Non possiamo mettere un carabiniere dietro ogni minorenne, servono anche educazione e senso di responsabilità”, ha detto Piantedosi, segnalando come il provvedimento abbia anche un intento culturale, oltre che repressivo. I sostenitori apprezzano questo approccio a doppio binario: da un lato punire i ragazzi che sbagliano (carcere per i reati gravi, fermi in flagranza ecc.), dall’altro coinvolgere le famiglie e la società nel controllo. Un “patto di corresponsabilità”, per così dire, in cui lo Stato fa la sua parte (mostrando il volto fermo della legge) e i genitori sono incentivati a non delegare. In quest’ottica, la punizione pecuniaria ai tutori serve a “non far girare lo sguardo altrove” ai genitori di figli violenti. Anche su questo fronte, l’opinione pubblica appare in sintonia: oltre il 70% degli italiani approva le misure contro i minori violenti. Persino tra gli elettori di sinistra c’è significativa approvazione, segno che la gente – al di là delle ideologie – vuole sentirsi sicura anche di fronte alle bande giovanili. Altra misura sostenuta è la possibilità di revocare patente, passaporto o permesso di soggiorno ai minori recidivi in reati di coltelli o droga: per i pro, togliere alcuni privilegi (la patente) può essere un efficace deterrente per un diciassettenne incosciente, molto più di una ramanzina. In generale, il pacchetto sicurezza instaura finalmente una “tolleranza zero” verso le baby gang: non c’è più impunità. Chi picchia coetanei o compie rapine in gruppo avrà conseguenze serie. Questo, secondo i favorevoli, avrà un effetto dissuasivo: il minorenne borderline saprà che ora rischia davvero il carcere e che i genitori ne risponderanno sul piano amministrativo e sociale. La componente educativa non è assente: l’ammonimento sarà un segnale per rientrare nei ranghi prima che sia troppo tardi. Inoltre, con il prefetto che potrà vietare l’accesso a certe aree urbane a soggetti anche solo denunciati per reati commessi durante assembramenti o feste, si potrà impedire ai gruppi di bulli di riconvergere nei luoghi tipici (parchi, discoteche, stazioni) e fare branco. I pro citano come modello le zone rosse e i Daspo adottati per arginare fenomeni come i “parchi della droga” o le tifoserie violente: misure analoghe, applicate alle teen gang, potrebbero ridurne l’attività dannosa. Un altro elemento di “linea dura” è la previsione di circostanze aggravanti specifiche se i reati sono commessi da soggetti travisati (col volto coperto) o in branco (più persone riunite) e vicino a scuole, parchi o stazioni. Ciò aumenterà la pena per quei bulli che aggrediscono magari compagni fuori da scuola col passamontagna addosso – rendendo più facile anche per un giudice minorile disporre misure restrittive. I favorevoli insistono che non si vuole “criminalizzare i ragazzini per forza”. Semplicemente si colma un vuoto: se a 15 anni sai che puoi finire in manette se vai in giro col coltello o se rifai le stesse bravate, forse ci penserai due volte. Nel frattempo, lo Stato rafforza la presenza educativa con programmi ad hoc (il Viminale ha in parallelo avviato campagne nelle scuole). Repressione e prevenzione non sono alternative ma complementari – dicono i favorevoli – e questo pacchetto usa la leva repressiva per favorire anche una riflessione culturale. Dunque, il decreto sicurezza fornisca quell’armamentario giuridico che finora mancava per stroncare sul nascere le derive violente tra i giovani.
Madeleine Maresca, 27 gennaio 2026