Per i critici, il Decreto sicurezza 2026 rappresenta un pericoloso giro di vite autoritario che prende di mira anzitutto la libertà di manifestazione e di dissenso politico. Molte misure del pacchetto – denunciano – sono calibrate per reprimere le proteste e scoraggiare l’espressione del dissenso nelle piazze, realizzando quello che Amnesty International definisce “l’ultimo tassello dello smantellamento del diritto di protesta pacifica” in Italia. Già in precedenza il governo Meloni aveva mostrato questa tendenza: prima con il decreto “anti-rave” (legge 199/2022) che ha introdotto il reato di raduno illegale, poi con la legge 6/2024 che ha sanzionato pesantemente gli atti dimostrativi degli attivisti climatici (imbrattamenti di monumenti). Il nuovo decreto porta all’estremo questa logica, tanto che Antigone lo definisce “uno dei più gravi attacchi alle libertà di protesta nella storia repubblicana”. Le misure incriminate includono: perquisizioni preventive di manifestanti, fermi di polizia fino a 12 ore senza convalida giudiziaria, Daspo urbani e divieti di accesso estesi anche a persone solo denunciate (non condannate) per reati da manifestazione, multe altissime per chi organizza o partecipa a cortei non preavvisati o che deviano dal percorso autorizzato. Queste norme, sostengono i critici, comprimono radicalmente il diritto costituzionale di riunirsi pacificamente (art. 17 Cost.) e rischiano di criminalizzare qualsiasi forma di dissenso non perfettamente allineata ai diktat dell’autorità. “Si vieta ai sudditi di manifestare”, sintetizza Susanna Marietti di Antigone: il pacchetto delinea uno Stato autoritario in cui le manifestazioni non sono più considerate esercizio di libertà ma minacce da soffocare. L’esempio più eclatante è il fermo preventivo: la polizia potrà fermare e trattenere per 12 ore persone che non hanno commesso alcun reato, ma vengono giudicate “sospette” di poter turbare una manifestazione. Questo ricorda pratiche da regime – affermano i critici – degne di un “fermo di polizia preventiva” in stile anni ’70, se non peggio. Giuristi come Luca Masera e Ines Ciolli esprimono inquietudine: “si consolida la visione del manifestante come soggetto pericoloso da sottoporre a regime speciale”. Il rischio è che chiunque partecipi a un corteo possa essere fermato arbitrariamente sulla base di “elementi di fatto” vaghi (ad esempio se indossa un casco o un fazzoletto sul viso). Anche in mancanza di reati concreti, basterà che la polizia ritenga ex ante che quella persona potrebbe creare problemi, per rinchiuderla 12 ore in questura. È evidente che una tale facoltà è prona ad abusi e usi discrezionali: “persone sospettate di costituire un pericolo” è formula vaga e soggettiva. “Misure che superano per gravità anche le normative emergenziali degli anni Settanta”, commenta Antigone, ricordando che neanche durante i “anni di piombo” ci si spinse a tanto (allora c’erano fermi differiti di 48 ore per reati gravi, ma non il potere di fermare preventivamente in assenza di reato). Il decreto poi colpisce il portafoglio dei manifestanti come mai prima: chi organizza un raduno senza preavviso, anche pacifico, rischia sanzioni fino a 20.000 euro. Chi partecipa a un corteo spontaneo che blocca il traffico può vedersi infliggere ammende da 10.000 a 20.000 euro. Anche solo cambiare itinerario a un corteo preavvisato (ad esempio deviare per ragioni logistiche) comporterà multe di 10-20 mila euro. “Basterà il mancato rispetto dell’itinerario per una sanzione astronomica”, evidenzia “Avvenire”. Queste cifre – sottolineano i critici – sono rovinosamente punitive: per un comune cittadino 20mila euro equivalgono ai risparmi di una vita. “Parliamo di ragazzi, studenti… 20mila euro sono devastanti”, afferma la giurista Ciolli, notando che così “si limita indirettamente la libertà di riunione dei giovani con meno disponibilità economiche”. Di fatto, i contestatori con pochi mezzi finanziari saranno dissuasi dal partecipare a qualsiasi protesta non strettamente autorizzata, per timore di incorrere in sanzioni che li indebiterebbero a vita. “La priorità all’ordine pubblico prevale sulle categorie ideologiche”. Amnesty International sostiene che “dietro la narrazione ufficiale della sicurezza, questo ddl minaccia i diritti fondamentali di tutte e tutti. Se non ci attiviamo adesso per bloccarlo, le occasioni per far sentire le nostre opinioni saranno sempre meno”, come ha dichiarato Laura Renzi di Amnesty. Questo evidenzia il timore di una deriva illiberale: passo dopo passo, i margini del dissenso si restringono. Ormai “esprimere dissenso in Italia è diventato rischioso”, lamenta Amnesty, e con queste norme “lo diventerà ancora di più”. Gli oppositori segnalano che già prima dell’entrata in vigore, decine di migliaia di persone sono scese in piazza a protestare contro il ddl sicurezza (nell’inverno 2024-25 vi furono fiaccolate in tante città con lo slogan “100.000 luci contro il buio del regime”). La società civile è consapevole – dice Amnesty – che il diritto di protesta pacifica è sotto attacco e sta cercando di difenderlo prima che sia troppo tardi. Tra i critici più severi c’è anche l’ANPI (Associazione Partigiani), che in un duro comunicato ha affermato: “il Ddl colpisce lavoratori, studenti, migranti, detenuti, rom, ambientalisti, ONG e sanziona penalmente il conflitto sociale, che è l’anima di ogni sistema democratico. Sfigura la democrazia in chiave di Stato penale”. Non poteva esserci condanna più netta: si accusa il governo di trasformare la democrazia in un “Stato penale” che reprime ogni contestazione invece di ascoltarla. L’ANPI vede nel decreto sicurezza uno strumento che “colpisce i ceti popolari” e toglie voce alle rivendicazioni sociali, istituzionalizzando una lettura autoritaria dell’ordine pubblico. Anche il sindacato CGIL ha chiesto il ritiro del ddl, sostenendo che “il Paese non ha bisogno di leggi che colpiscono i diritti fondamentali”, ma di soluzioni su lavoro, scuola ecc. Ciò riflette la convinzione che l’approccio del governo sia fuorviante: “non c’è alcuna emergenza di ordine pubblico, c’è solo la volontà di alimentare la propaganda della paura”, ha dichiarato la senatrice PD Enza Rando in Aula. In effetti, i dati di lungo periodo indicano reati stabili o in calo, dunque i critici vedono l’inasprimento come immotivato e finalizzato solo a consolidare il potere governativo sopprimendo il dissenso. Giuliano Santoro su “Il Manifesto” fa notare che in parallelo al ddl sicurezza c’è una mobilitazione come raramente vista: Amnesty, Antigone, Arci, associazioni studentesche e altri hanno formato la rete “No Ddl Sicurezza – A Pieno Regime” e portato il caso fino a Bruxelles, denunciando la “deriva italiana” alle istituzioni UE. La Commissione e l’Europarlamento sono stati investiti di questa preoccupazione: l’Italia, culla di libertà civili, starebbe svoltando verso modelli ungheresi o polacchi dove chi protesta viene trattato da criminale. Un segnale concreto è che sei Relatori Speciali ONU hanno scritto formalmente al governo italiano esprimendo “forte preoccupazione” e indicando che molte disposizioni “potrebbero essere in contrasto con gli obblighi dell’Italia in materia di diritti umani” (Patto ICCPR). In particolare, gli esperti ONU hanno specificato che il ddl sicurezza violerebbe il diritto alla libertà personale (no detenzioni arbitrarie), la libertà di movimento, il giusto processo, la privacy, la libertà di espressione, di riunione e di associazione. In pratica, un colpo mortale allo “spazio civico” di protesta e ai difensori dei diritti umani (poiché alcune norme punirebbero severamente anche le azioni di disobbedienza civile tipiche degli attivisti). Questa lettera ONU – evidenzia Santoro – ha luogo “dopo l’OSCE e il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa”, che già avevano lanciato l’allarme sul ddl. Dunque, c’è una preoccupazione internazionale generalizzata che in Italia si stia scivolando verso la soppressione delle libertà democratiche fondamentali. Di fronte a questi moniti, i critici interni chiedono al governo e al Parlamento di fare un passo indietro: “Di fronte a così tante qualificate prese di posizione, dovrebbero tornare sui propri propositi”, afferma Patrizio Gonnella. Persistere equivarrebbe a isolare l’Italia dalle democrazie liberali e a mettere a rischio la stessa tenuta costituzionale. In conclusione, chi si oppone al decreto sicurezza considera questo provvedimento come un vero e proprio “decreto repressione”, un attacco senza precedenti allo stato di diritto nella parte che riguarda la libertà di riunione e di espressione collettiva.
Madeleine Maresca, 27 gennaio 2026