Oltre alle considerazioni politiche, molti critici, soprattutto giuristi, attivisti, ONG, evidenziano come il Board of Peace rappresenti un precedente pericolosissimo dal punto di vista giuridico e morale. Esso incarna la logica del “fine giustifica i mezzi” applicata alla diplomazia: pur di fermare una guerra, si calpestano principi di giustizia, accountability e diritti umani, creando di fatto un “rule by law” al posto del rule of law. Zaha Hassan del Carnegie Endowment spiega che la Risoluzione 2803/Board “legittima il controllo indefinito di Israele su Gaza in partnership con gli USA, facilitando i piani israeliani di bloccare uno Stato palestinese”. In pratica, adottando questo modello, il Consiglio di Sicurezza ha elevato il “rule by law” (imporre la propria legge) sopra il “rule of law” (la legge come limite)”. Questa critica vale in generale: il Board intende assicurare la pace non attraverso il rispetto delle norme internazionali, ma attraverso accordi pragmatici di spartizione e imposizione. Ad esempio, in Gaza il Board sposta la premessa da “fine dell’occupazione e rispetto del diritto internazionale umanitario” a “cessate-il-fuoco condizionato al disarmo di Hamas e governance esterna” – con ciò sdoganando la nozione che l’accesso agli aiuti umanitari e alla ricostruzione possa essere condizionato a concessioni politiche da parte del popolo colpito. Questo viola principi fondamentali (gli aiuti umanitari sono obblighi non condizionabili, secondo il diritto bellico) e crea un incentivo perverso: in futuro, altre potenze potrebbero usare la medesima logica per punire popolazioni civili finché non accettano un certo assetto politico. Francesca Albanese evidenzia che il Board/risoluzione 2803 “consolida un modello di controllo straniero fondato sulla sicurezza e sul capitale che sancisce asimmetrie di potere esistenti”. Ad esempio, invece di obbligare Israele a rimuovere il blocco e ritirare le truppe (com’è dovere secondo ICJ e risoluzioni ONU), la risoluzione invita paesi terzi a “proteggere confini, disarmare gruppi e ricostruire” Gaza. Ciò non rispetta i Principi e Scopi ONU (come il dovere di non riconoscere acquisizioni illegali e di sostenere l’autodeterminazione), e anzi rischia di legittimare azioni illegali: la stessa Albanese denuncia che affidare Gaza a una forza rispondente agli USA – che sono parte attiva e sostenitore dell’occupante – “non è legale”, ed è un “tentativo spudorato di imporre, con la minaccia della forza continua, gli interessi USA/Israeliani”. In altre parole, il Board consente a chi ha già violato norme (ad esempio, Israele con le colonie, Russia con le invasioni) di consolidare i fatti compiuti attraverso un processo di pace orchestrato da loro alleati. Questo precedente devastante segnala a ogni potenza: “se violi il diritto e vinci sul terreno, potrai poi sederti nel Board e formalizzare i tuoi guadagni, ottenendo pure l’etichetta di pace”. Un esempio concreto è la menzione di “durable peace” e “practical solutions” nel preambolo del Board: suona bene, ma se durable peace significa congelare occupazioni e ingiustizie in nome della stabilità, è una pace inutile. Ban Ki-moon ha commentato con preoccupazione che “questo tipo di pace non è giusta, e una pace non giusta non durerà”. Anche sul fronte dei diritti umani, il Board appare opaco: essendo un organo di nuovo tipo, a chi risponderà se le sue forze violano diritti? Già ci sono state denunce che gli accordi di cessate-il-fuoco supervisionati dagli USA (fase 1) hanno ignorato indagini su possibili crimini di guerra, garantendo de facto impunità a Israele e Hamas in cambio dell’accordo. Ora il Board dovrebbe occuparsi di ricostruzione e governance, ma come garantirà giustizia e responsabilità? Un tribunale? Non previsto. Senza giustizia per le vittime, avverte Albanese, si crea un pericoloso precedente di “barattare i principi e i diritti universali con l’accesso agli aiuti umanitari e una tregua”. Ciò “rende tutti meno sicuri” perché normalizza la sottomissione di diritti fondamentali a logiche di scambio di potere. I contrari sottolineano anche la questione morale: far sedere dittatori come Lukashenko al tavolo come pari e affidare loro missioni di pace è “immorale e assurdo” – come può un noto violatore di diritti portare pace e democrazia altrove? C’è un serio problema di credibilità e di washing reputazionale. Per i critici, il Board rappresenta la vittoria del cinismo sul diritto: è la formalizzazione di un approccio in cui i potenti scrivono le regole in corso d’opera per giustificare i propri interessi e chiamano questo “pace”. Se questo modello prende piede, l’intero edificio del diritto internazionale – costruito su principi che limitano l’arbitrio degli Stati – viene eroso. Le guerre non si fermano con scorciatoie illecite senza pagarne il prezzo: la pace che ne deriva è fragile e intrisa di ingiustizia, quindi preludio di nuovi conflitti. Il Board, secondo i contrari, è un “Pandora’s box” giuridica: una volta aperta, i danni alla legalità internazionale saranno difficili da riparare. Perché dovrebbero gli Stati rispettare le regole, se vedono che conviene di più violarle e poi “comprare un seggio al Board” per dettarne di nuove? Il rischio è una corsa al ribasso dove la legge del più forte – mascherata da organo di pace – sostituisce la cooperazione basata su norme condivise. Ecco perché molti difensori dell’ordine liberale considerano il Board devastante: come scrive Zaha Hassan, “il sistema internazionale sta subendo un passaggio da rule of law a rule by law… i più deboli pagheranno il prezzo, ma alla fine tutti saranno meno al sicuro”.
Nina Celli, 22 gennaio 2026