Invece di portare stabilità, il Board of Peace rischia di accentuare divisioni e diffidenze sia fra alleati occidentali che a livello globale, aggravando in definitiva l’instabilità. Già la sua proposta ha creato frizioni evidenti: gli USA di Trump hanno fatto leva su pressioni e ricatti per convincere i partner, scatenando reazioni negative. Emmanuel Macron ha reagito con fermezza al “diktat” di Trump e la minaccia di dazi sui vini francesi (200% tariffa) per punire il rifiuto di Parigi ha generato indignazione in Europa. Questo episodio segna un serio strappo diplomatico fra Washington e uno dei suoi maggiori alleati, tutto causato dal Board. Giorgia Meloni, considerata la figura europea più vicina a Trump, si è trovata in grave imbarazzo: pur desiderosa di mantenere buoni rapporti, ha dovuto “congelare” l’adesione per ragioni costituzionali ed evitare l’isolamento in UE. Fonti di stampa riferiscono di forti pressioni e telefonate frenetiche: Meloni ha discusso con Macron e Scholz e, percependo che Francia e Germania erano irremovibili nel no, ha scelto di allinearsi a loro per non rompere l’unità europea. Così, paradossalmente, il Board – che sulla carta univa i “volenterosi” – sta generando fenditure nell’alleanza occidentale: da un lato i governi di destra sovranista (Ungheria, Polonia forse) pro-Trump, dall’altro i liberali mainstream (Francia, Scandinavi, Germania) contrari. L’Italia si è trovata “sulla sedia bollente” perché sedersi al Board accanto a Russia e Bielorussia (invitate) l’avrebbe isolata in Europa e irritato il Quirinale. L’UE addirittura ha dovuto mettere la questione all’ordine del giorno di un vertice straordinario per evitare passi disallineati dei membri. Questa spaccatura indebolisce l’OcciACdente di fronte a Russia e Cina e in generale manda segnali di disunione. Quanto al contesto globale, il Board rischia di peggiorare tensioni già altissime. Per esempio, la sua istituzione avviene mentre Trump ha già innescato uno scontro sulla Groenlandia con l’Europa (minacce di intervento militare e sanzioni). Gli europei percepiscono il Board anche come strumento nelle mani di Trump per fare pressione su altre questioni (Meloni ha notato come si lega alla vicenda Groenlandia dove gli USA volevano soldati UE in difesa e l’Italia si è rifiutata). Quindi il Board alimenta un clima di ricatto e divisione transatlantica: Ursula von der Leyen ha addirittura lasciato Davos prima della cerimonia di firma di Trump, in segno di dissenso. Questa rottura nuoce alla cooperazione tra UE e USA su altri fronti (come l’Ucraina) proprio in un momento critico. A livello di grandi potenze, come già accennato, Russia e Cina vedono il Board come un “tentativo ostile di ridefinire l’ordine senza di loro”. Il portavoce russo Peskov ha detto che Mosca sta studiando “tutti i dettagli e le sfumature” e cercherà chiarimenti dagli USA prima di decidere, segno di sospetto; Putin ha dovuto smentire di aver accettato l’invito dopo che Trump l’aveva annunciato falsamente, creando un piccolo incidente diplomatico. Da parte cinese, commenti su “Global Times” parlano del Board come di un “nuovo patto coloniale euro-americano” e preconizzano che Pechino non vorrà legittimarlo. Se le due superpotenze eurasiatiche restano fuori o ostili, è facile prevedere che useranno la loro influenza per boicottare le iniziative del Board sul campo: ad esempio, qualora il Board volesse intervenire in Siria o in Libia, Russia e Cina (forti di veti ONU e alleanze locali) potrebbero sabotarne le operazioni, peggiorando i conflitti invece di risolverli. Alcuni analisti avvertono che si rischia un ritorno a blocchi contrapposti: i paesi “non allineati” potrebbero schierarsi con la Cina per formare un contropeso, come risposta al Board (che vedono dominato dall’Occidente). Il risultato sarebbe di avere due ordini paralleli in conflitto, aumentando il caos globale. C’è poi la questione dei paesi invitati “controversi” che Trump vanta di includere: Lukashenko (Bielorussia) è sotto sanzioni UE per violazione di diritti e complicità con l’aggressione all’Ucraina, ma nel Board sarebbe accolto e seduto accanto alle democrazie. Ciò genera tensioni morali e pratiche: Zelensky ha detto chiaramente che per l’Ucraina è “molto difficile immaginare” di lavorare con Russia e Bielorussia in un consiglio. Quindi l’inclusione di attori impropri in nome del “pragmatismo” rischia di far crollare dall’interno la cooperazione: cosa succederà quando Zelensky e Lukashenko siederanno allo stesso tavolo? Lo stesso Board potrebbe implodere per litigi tra membri inconciliabili – e questo scenario sarebbe peggiorativo per la stabilità. Un Board spaccato sarebbe inefficace e lascerebbe un vuoto di potere, come fu per la Società delle Nazioni quando potenze chiave uscirono (Germania, Giappone, Italia). Inoltre, i contrari puntano all’esperienza storica: accordi esclusivi come Yalta o Monaco, fatti senza trasparenza e dibattito allargato, hanno spesso gettato i semi di future tensioni. Un Board che decide in base ai voleri di pochi leader può creare rancori e rivendicazioni in chi non ha avuto voce. La percezione del Board è già polarizzata: nei paesi del Sud globale inizia a circolare come “the Trump Council”, un club neocoloniale – questa narrativa riduce la fiducia nella genuinità di eventuali missioni di pace, rendendo più arduo il loro successo e accettazione.
Nina Celli, 22 gennaio 2026