I fautori del Board insistono che l’intento non è distruggere l’ONU, bensì scuotere lo status quo per indurre le organizzazioni internazionali a modernizzarsi. Trump stesso, dopo aver criticato l’ONU, ha chiarito di volerla vedere continuare a esistere ma “sfruttando il suo potenziale” finora inespresso. Quando dice che il Board “potrebbe” rimpiazzare l’ONU, secondo i sostenitori sta lanciando un messaggio provocatorio: se l’ONU non si mette al passo, i Paesi troveranno alternative. Questa concorrenza costruttiva può portare benefici. Ad esempio, il Belgio – pur critico verso il Board – ha ammesso per bocca del ministro Prévot che l’ONU ha bisogno di riforme (come il progetto UN80 per snellire agenzie) e di dare più spazio a regioni sottorappresentate. Ebbene, il Board paradossalmente mette in pratica alcune di queste idee: coinvolge attivamente Paesi dell’Asia, dell’Africa (Marocco, EAU) e dell’America Latina (Argentina) al massimo livello decisionale, cosa che al Consiglio di Sicurezza è in discussione da anni (l’allargamento ai continenti emergenti) senza risultati. Vedere Stati come il Kazakistan sedere permanentemente nel Board potrebbe spingere a serio dibattito sull’ampliamento del Consiglio di Sicurezza per non perdere rilevanza. Anche l’aspetto del finanziamento: il Board chiede contributi diretti importanti; ciò fa apparire sotto una luce negativa l’abitudine di molti membri ONU di non pagare le loro quote o di pretendere sicurezza gratuita. Il possibile effetto potrebbe essere una maggior responsabilizzazione nel pagare il dovuto all’ONU, per evitare che prenda piede l’idea che “solo pagando si ottiene la pace” (cosa che i Paesi ricchi potrebbero preferire se l’ONU resta insolvente). Inoltre, i proponenti sottolineano che il Board non esclude affatto l’ONU: anzi, ha origine da una risoluzione ONU su Gaza e intende avvalersi dell’ONU dove possibile. Trump ha affermato: “I wish we didn’t need a Board of Peace, but the United Nations… never helped me in one war”, aggiungendo però di aspettarsi che ora l’ONU “faccia di più” e che il Board “lavorerà con l’ONU”. Questo scenario di collaborazione potrebbe concretizzarsi con divisione di compiti: ad esempio, per Gaza il Board si occupa di sicurezza e governance, mentre all’ONU è lasciata la parte umanitaria (UNRWA, OMS). Una situazione simile già avviene altrove: coalizioni internazionali che operano con mandato ONU, ma parallelamente (si pensi alla “coalizione dei volenterosi” anti-ISIS, poi legittimata ex post dall’ONU). La novità è che il Board nasce già con personalità giuridica di organizzazione internazionale (come ribadito anche da una recente risoluzione ONU che lo “accoglie favorevolmente” come amministrazione transitoria). Questo potrebbe aprire la strada a un multilateralismo più flessibile e multilivello: un “sistema solare” con l’ONU come sole e varie “coalizioni di pace” come pianeti orbitanti che coprono aree o temi specifici. In fondo, fanno notare i favorevoli, l’ONU stessa fu a suo tempo un esperimento innovativo rispetto alla Società delle Nazioni e inizialmente conviveva con organismi paralleli (come i piani Marshall, alleanze militari) poi integrati. Il Board potrebbe essere un prototipo di riforma: se avrà successo, l’ONU potrà eventualmente assorbirne l’esperienza, oppure riformarsi su quel modello; se fallirà, avrà comunque spinto l’ONU a reagire. Alcuni alleati di Trump argomentano apertamente in questi termini: il deputato repubblicano Matt Gaetz, in un’intervista, ha detto che il Board è “un pungolo all’ONU” e che “forse quando vedranno risolvere problemi da cui si sono tenuti alla larga, nelle sale di vetro di New York capiranno che servono meno chiacchiere e più fatti”. Anche la leadership italiana, pur defilandosi, ha riconosciuto che “l’ONU va riformata dall’interno” e che l’idea di un organismo di pace efficiente è condivisibile in principio (Meloni: l’Italia è “aperta e interessata” perché “non conviene escludersi da un organo comunque interessante”). Dunque, pur tra dubbi, il Board sta costringendo i leader a interrogarsi su come migliorare il sistema attuale. Per i favorevoli, quindi, il Board of Peace può essere il “competitor” che spronerà l’ONU e gli Stati membri ad alzare l’asticella. Se l’ONU non vuole essere resa obsoleta, dovrà imparare dal Board – ad esempio, creare coalizioni rapid response, coinvolgere potenze regionali emergenti, rivedere il sistema di finanziamento e comando. Il Board è visto quasi come un progetto pilota che, se efficace, potrà venire istituzionalizzato dentro le Nazioni Unite. In ogni caso, si veda o no come alternativo, esso ridà centralità al tema del peacebuilding internazionale, spingendo tutti a dedicare attenzione e risorse che prima mancavano.
Nina Celli, 22 gennaio 2026