Uno dei difetti più pericolosi del Board of Peace, secondo i critici, è che bypassa direttamente i soggetti locali dei conflitti, imponendo loro arrangiamenti decisi da potenze esterne. Ciò è particolarmente evidente nel caso di Gaza, che ha fatto da pilota: il Board originario avrebbe dovuto “sovrintendere la pace a Gaza”, ma la bozza di statuto trapelata “non menziona mai Gaza né la Palestina”, estendendo di fatto l’orizzonte a qualunque area di conflitto. Questo ha subito destato la preoccupazione che il Board voglia trattare i conflitti senza coinvolgere direttamente i popoli interessati. I palestinesi, ad esempio, sono del tutto assenti dalla composizione del Board e solo marginalmente presenti nel meccanismo: l’Autorità Palestinese non ha un seggio ufficiale (non essendo Stato membro del Board) e Hamas – parte in causa del conflitto – è completamente esclusa. La risoluzione ONU 2803 e il piano Trump danno in mano al Board la governance di Gaza, riducendo i palestinesi locali a semplici destinatari passivi di decisioni. Francesca Albanese, relatrice speciale ONU, ha espresso “seria preoccupazione” perché questa impostazione “va contro il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione” e rischia di “consolidare la presenza illegale di Israele e l’attuale stato di assedio”, instaurando un’amministrazione esterna che gestisce Gaza senza input genuino dalla popolazione. Ha definito il Board “una puppet administration” (amministrazione fantoccio) che di fatto trasformerebbe Gaza in un protettorato guidato dagli USA e da Israele, con i palestinesi privati di voce. Questo argomento vale anche per altri scenari: un Board predisposto a intervenire, ad esempio, in Ucraina, imporrebbe soluzioni decise da Trump e affini, senza la partecipazione attiva né di Ucraini né di un contesto multilaterale che li includa. Zelensky già lo ha stigmatizzato: “è difficile immaginare che noi e la Russia possiamo stare assieme in questo consiglio”. Se anche sedessero, i rappresentanti nazionali di Stati in conflitto avrebbero un solo voto a testa, la cui efficacia è dubitabile di fronte al potere di veto del Chairman (che potrebbe prevalere sulle istanze locali). I critici affermano che la pace imposta dall’alto è una pace fittizia e insostenibile. La storia è piena di esempi di “accordi calati dall’esterno” falliti perché privi di legittimità interna (dai trattati coloniali a certi patti di potenza sulla testa di Nazioni minori). Nel caso Gaza, i segnali sono evidenti: tutte le fazioni palestinesi (dall’OLP a Hamas) hanno rifiutato l’idea di un’amministrazione del genere, definendola una forma di neo-mandato che perpetua l’occupazione con un volto diverso. Hakkı Öcal, giornalista turco, scrive che “il comitato di Gaza di Trump esclude i palestinesi e rafforza il controllo sionista sul futuro della regione”. Egli e altri commentatori pro-palestinesi vedono il Board come continuazione del paradigma coloniale: potenze esterne (USA e alleati) decidono confini, governanti e politiche, mentre il popolo locale è ridotto a spettatore che subisce. L’ANP avrebbe un suo uomo (Ali Sha’ath) nominato a guidare il NCAG, ma anch’egli risponde a Trump e al Board, non alla popolazione – come nota Öcal, “né Sha’ath né Mladenov rappresentano i gazawi o sono in grado di opporsi a Israele”. Questo vale anche sul fronte di Ucraina: Zelensky parteciperebbe a un Board dove siedono Lukashenko e, in prospettiva, forse Putin (il che appare assurdo finché c’è guerra). Egli lo ha definito “ancora molto difficile da immaginare”, evidenziando che il Board tende a ignorare le profonde inimicizie e traumi in campo: voler mettere vittima e aggressore al tavolo come se nulla fosse, per volontà di un terzo, rischia di aggravare il conflitto. Un ulteriore esempio è il caso di conflitti interni (come in crisi africane), il Board nominerebbe un High Representative e delle figure locali “tecnocratiche” (come fa a Gaza) per governare, bypassando governi riconosciuti o gruppi in lotta – insomma un commissariamento. Questo ridurrebbe i conflitti a questioni di order and stability, negando le radici politiche e le aspirazioni di autodeterminazione, rischiando di congelare le ingiustizie anziché risolverle. I contrari ricordano che la pace sostenibile non può esserci senza coinvolgimento delle parti e giustizia per i popoli interessati: “Rather than charting a pathway to end occupation, this resolution [2803] risks entrenching external control” [Anziché tracciare un percorso per porre fine all'occupazione, questa risoluzione [2803] rischia di rafforzare il controllo esterno], avverte Albanese. In pratica, il Board può pacificare con la forza – disarmare una milizia qui, imporre un governo fantoccio lì – ma così “istituzionalizza la crisi invece di portare oltre” (critica contenuta nello stesso preambolo del Board, ironicamente). Il Board non risolve le cause profonde (ad esempio l’occupazione di Gaza o la contesa su territori ucraini), ma mette una toppa controllata da estranei. Ciò può produrre una “pace negativa” (assenza di guerra) destinata a crollare quando quelle forze si ritireranno, perché il conflitto sociale sottostante resta irrisolto e anzi aggravato dal risentimento per l’interferenza. Ad esempio, molti analisti avvertono che i palestinesi potrebbero percepire il Board come un “collaboratore dell’occupante”, scatenando ostilità e boicottaggio sul terreno. Il Board of Peace, dunque, toglie voce ai popoli coinvolti nei conflitti e pretende di risolverli per decreto dall’alto, con l’illusione tecnocratica che questo basti. Ciò non solo è moralmente discutibile (perché nega autodeterminazione e inclusività), ma è anche strategicamente miope: una pace duratura richiede processi dal basso, comprensione delle parti, riconciliazione – tutti elementi che un consesso estraneo e imposto non può creare. In definitiva, “la pace non si impone come un diktat coloniale”, sostengono i critici: il Board rischia di replicare errori storici, alimentando conflitti latenti e delegittimando qualsiasi accordo raggiunto senza il consenso dei diretti interessati.
Nina Celli, 22 gennaio 2026