Alla base del Board of Peace c’è il concetto di una leadership chiara e centralizzata, incarnata dalla figura di Donald Trump come Chairman permanente. I sostenitori ritengono che questa struttura monocratica, lungi dall’essere un difetto, sia al contrario la chiave per sbloccare situazioni complesse. Nel sistema ONU, la guida politica è collegiale e spesso inconsistente: il segretario Generale ha poco potere effettivo e il Consiglio di Sicurezza soffre dei veti incrociati. Nel Board, invece, c’è un capo riconosciuto (Trump) con autorità ultima sulle decisioni. Questo, secondo i sostenitori, garantisce unità di comando e rapidità nelle risposte. Trump – forte della sua personalità e del ruolo di presidente USA – può prendere decisioni difficili e farle eseguire, ad esempio autorizzare interventi di stabilizzazione o pressioni diplomatiche coordinate, senza dover cercare compromessi minimi tra 15 membri con agende divergenti. Un diplomatico europeo vicino a posizioni atlantiste ha commentato anonimamente: “Il Board è come un Consiglio di Sicurezza senza paralisi: c’è un leader che decide, gli altri collaborano”. Questo viene visto come un vantaggio netto in emergenze dove ogni ora conta (si pensi a un cessate-il-fuoco da monitorare o a corridoi umanitari da implementare). Inoltre, Trump ha dimostrato, nella visione dei proponenti, capacità di persuasione unica con certi attori: ha ottenuto accordi in Medio Oriente (Accordi di Abramo) e il rilascio di ostaggi da Hamas, cose che l’UE o l’ONU non avrebbero mai potuto ottenere in tempi brevi. Avere lui come presidente del Board significa mettere il peso politico della maggiore superpotenza e del suo leader al servizio della pace. Trump può telefonare direttamente a Putin, Netanyahu, Xi e altri, e poi far convergere quegli accordi informali nel quadro del Board per formalizzarli. Una leadership così risoluta potrebbe, ad esempio, spingere Ucraina e Russia a un tavolo: Trump ha detto di ritenere Zelensky e Putin ora in grado di fare pace e che se non lo fanno “sono stupidi”. Questa franchezza e determinazione può spezzare impasse logoranti. I favorevoli fanno inoltre notare che Trump, da chairman, ha nominato una squadra di esecutori capaci e da lui di fiducia (Rubio, Kushner, Blair ecc.), creando un esecutivo coeso all’interno del Board. Ciò contrasta con i comitati ONU dove i componenti rispondono ognuno al proprio paese e raramente agiscono in sintonia. L’Executive Board del Board of Peace, invece, risponde al Chairman e lavora come un governo internazionale, con portafogli assegnati (ricostruzione, sicurezza, investimenti). Ad esempio, Tony Blair, con la sua esperienza nel Medio Oriente, è incaricato di governance e sviluppo – e sotto la direzione di Trump può agire senza i vincoli diplomatici tipici (Blair stesso ha elogiato l’iniziativa definendola “un passo pragmatico per stabilizzare Gaza e oltre”). Questa catena di comando efficiente – dal Chairman all’Executive Board – garantisce continuità e disciplina: non si perderà tempo in lunghe mediazioni, ma ciascuno eseguirà la missione concordata e riferirà a Trump. La leadership forte serve a assumersi responsabilità: uno dei difetti dell’ONU è che, quando le cose vanno male le colpe rimbalzano tra Stati membri. Nel Board, essendoci un responsabile ultimo (Trump), c’è la promessa implicita che lui ci metterà la faccia per il successo della missione. È noto che Trump tiene moltissimo alla propria reputazione di “deal-maker” efficace; avendo legato il Board al suo nome, farà tutto il possibile per non fallire – sostengono i suoi alleati – ed esigerà lo stesso impegno dagli altri membri. Questa struttura con leadership unica è vista come temporanea ma necessaria: “Dark times call for strong leaders”, ha scritto un editorialista su un giornale americano pro-Board, argomentando che in una fase di caos globale post-pandemia e guerra, un leader forte può imporre pace dove le democrazie frammentate non riescono. La guida carismatica di Trump e la centralizzazione decisionale del Board of Peace offrano quell’energia e direzione unitaria che mancano agli sforzi di pace tradizionali: una sorta di “sindaco globale della pace” pronto a intervenire là dove scoppia un incendio. Questa visione, pur contestata da molti, motiva diversi Paesi ad aderire nella speranza che una mano forte porti stabilità.
Nina Celli, 22 gennaio 2026