Anche tralasciando l’aspetto geopolitico, il Board viene criticato come intrinsecamente antitetico ai principi democratici e di uguaglianza su cui si fonda la cooperazione internazionale. Il suo statuto istituisce di fatto una struttura autocratica concentrata nelle mani di un individuo e soggetta a logiche di denaro e favoritismi. Innanzitutto, il Board è presieduto a vita da Donald Trump stesso, che si nomina inaugural Chairman e prevede per sé un successore designato da scegliere personalmente. Questo significa che la leadership del Board non risponde collegialmente ai membri, ma solo al volere di Trump: “the Chairman may veto any decision at any time” e “has exclusive authority to create or dissolve entities”. In pratica, un uomo solo al comando con poteri quasi dittatoriali sul funzionamento. Questo è esattamente l’opposto della governance ONU (dove il Segretario Generale è nominato da Stati e non può imporre nulla senza mandato). Gli oppositori denunciano come inaccettabile che Stati democratici leghino il loro impegno di pace ai capricci di un leader, per giunta divisivo. Jean Asselborn, ministro degli Esteri lussemburghese, ha affermato: “Passare da un Consiglio di Sicurezza con 5 paesi con potere di veto a un Board dove 1 persona ha l’ultima parola non è un progresso, è abdicare alla diplomazia”. All’interno del Board, ogni Stato avrebbe un voto, ma tutte le decisioni sono soggette alla “approval by the Chairman”: dunque persino se 50 paesi su 60 concordano, Trump può bloccare o modificare l’esito. È un modello autoritario interno che ricorda un’impresa privata più che un’organizzazione tra pari. Infatti, i meccanismi di checks and balances sono quasi nulli: l’unico contrappeso previsto è che il Chairman può essere dichiarato incapace e sostituito solo da unanimità dell’Executive Board (nominato da lui stesso!) – scenario quasi impossibile. In sintesi, il Board appare cucito su misura per perpetuare il controllo personale di Trump su un organismo internazionale, anche oltre la sua presidenza USA (lo presiederebbe “for life”). Questa personalizzazione è per i critici un vulnus gravissimo: “nessun individuo dovrebbe mai potere decidere da solo questioni di guerra e pace globali”, afferma ad esempio l’ex segretario Generale ONU Ban Ki-moon in un commento (ha definito il Board “neo-imperialismo in guanti di velluto”). In secondo luogo, c’è l’aspetto mercantile: i seggi permanenti si comprano con 1 miliardo di dollari. Questo crea un sistema oligarchico dove chi ha risorse entra nell’élite decisionale e chi non può pagare resta ai margini con mandati a termine (e soggetti a rinnovo “ad personam” da parte del Chairman). Molti paesi – specie quelli in via di sviluppo – trovano questa clausola offensiva e contraria all’art.2 della Carta ONU (eguaglianza sovrana degli Stati). L’India (invitata al Board ma scettica) l’ha paragonata al sistema delle azioni societarie: “È come se la pace mondiale diventasse una società per azioni e il seggio fosse un’azione di maggioranza”, ha detto con sarcasmo un diplomatico indiano. Italia, con la sua Costituzione, ha subito sollevato il problema: l’art.11 impedisce di cedere sovranità se non in condizioni di parità, e “la possibilità di comprare un seggio permanente con un miliardo sembra escludere la parità” – ha spiegato Meloni. Anche la prospettiva di sedersi fianco a fianco con Stati autocratici che hanno “comprato” il loro posto mette a disagio i governi democratici. Meloni ha chiarito che, se mai partecipasse, il Quirinale (Presidenza della Repubblica) probabilmente non approverebbe un trattato così configgente col dettato costituzionale. Albanese, la relatrice ONU, sottolinea che il Board riflette un modello “security-first, capital-driven” (sicurezza, innanzitutto, guidata dal capitale) che consacra asimmetrie di potere e dipendenza. In altre parole, istituzionalizza un diritto della forza mascherato da organismo di pace: chi ha forza economica compra il ruolo di peacekeeper. Ciò appare una distorsione etica: la pace ridotta a merce scambiabile. C’è poi la composizione: il Board è di nomina discrezionale di Trump. Ha invitato i suoi alleati politici (Ungheria, Bielorussia) e tenuto fuori Stati critici (l’invito ad personam taglia fuori, ad esempio, paesi come Messico o Irlanda, forse per posizioni non allineate). Viktor Orbán ha esultato scrivendo su X “Abbiamo ovviamente accettato questo onorevole invito”. Ciò rafforza il sospetto che il Board sia un club di leader affini, spesso illiberali: Orbán, Lukashenko, Milei, Netanyahu – un consesso di uomini forti che si legittimano a vicenda. Nello stesso Executive Board, troviamo nomi come Steve Witkoff (imprenditore amico di Trump) e Robert Gabriel (suo ex assistente): posizioni di potere regalate a fedelissimi, non certo a personalità neutrali. Questo nepotismo suscita dubbi enormi: “Non trasformiamo la diplomazia in un affare di famiglia”, ha tuonato un parlamentare europeo, riferendosi alla presenza di Jared Kushner (genero di Trump) nell’esecutivo. Anche partner come Israele hanno inizialmente storto il naso per alcune nomine (come il rappresentante del Qatar e il ministro turco Fidan inseriti nel Board Gaza senza consultare Tel Aviv, visto come colpo di mano da Netanyahu). Questo indica mancanza di trasparenza e consultazione: Trump ha selezionato i membri a suo piacimento, come conferma lo statuto (Executive Board chosen by the Chairman). In conclusione, per i contrari la struttura del Board è intrinsecamente viziata: potere illimitato al leader più forte, diseguaglianze codificate dal denaro, nepotismo e cooptazione di regimi autoritari. È un organismo antidemocratico, “un consesso di bulli” (così lo ha definito il presidente Macron) travestito da missione di pace. Affidargli la risoluzione di conflitti significa tradire i valori di uguaglianza, partecipazione e stato di diritto che dovrebbero guidare la comunità internazionale.
Nina Celli, 22 gennaio 2026