Il Board of Peace introduce un meccanismo innovativo di accountability finanziaria che i favorevoli considerano un punto di forza. La regola contestata del contributo da $1 miliardo per ottenere il seggio permanente viene reinterpretata in positivo: serve a garantire che i membri si “mettano in gioco” (skin in the game) e siano quindi seriamente motivati a far funzionare il Board. Nell’ottica dei favorevoli, uno dei problemi storici dell’ONU è che molti Stati vi partecipano a costo zero, limitandosi a votare risoluzioni ma senza poi investire in mezzi e truppe per attuarle. Il Board capovolge questo modello: chiede un impegno tangibile, addirittura economico, come segnale di dedizione alla causa della pace. “Chi ci crede, paga e lavora; chi non è disposto, resti fuori”. Questa filosofia piace a vari governi affini alla visione trumpiana: Ungheria e Argentina, ad esempio, si sono dette disponibili a contribuire, vedendo nel Board anche opportunità di prestigio internazionale in cambio dell’investimento. Viktor Orbán ha definito “un onore” l’invito e implicitamente ha lasciato intendere che l’Ungheria è pronta a fare la sua parte, anche finanziaria, pur di sedere accanto agli USA nel nuovo consesso. Sul piano pratico, i sostenitori sottolineano che quei fondi – se versati – non spariscono nelle tasche di qualcuno ma alimentano direttamente le casse del Board, quindi finanziano missioni di pace, ricostruzione, stabilizzazione. Un miliardo per ogni grande potenza coinvolta significa avere rapidamente a disposizione decine di miliardi per Gaza e altri scenari, bypassando le lentezze delle quote ONU e dei donatori internazionali. Mark Carney, il primo ministro canadese, pur rifiutando di pagare subito per un seggio, ha riconosciuto che l’idea del contributo volontario rende il Board autofinanziato e potenzialmente più rapido nell’azione (il Canada parteciperebbe con fondi solo quando saranno garantiti obiettivi umanitari concreti). Inoltre, per i Paesi medio-piccoli che decidono di investire, la formula “pay-to-play” offre qualcosa di mai avuto: un posto permanente al tavolo che conta, privilegio finora riservato solo alle 5 potenze vincitrici del 1945. Kazakhstan e Uzbekistan ne sono un esempio lampante: pagando la quota (per loro ingente ma fattibile grazie alle risorse energetiche), ottengono un seggio di durata illimitata nel Board, dando voce all’Asia Centrale come mai prima. I loro portavoce hanno rimarcato con orgoglio di essere stati tra i primi invitati e di aver risposto positivamente, segno che colgono l’opportunità di contare di più sulla scena internazionale. Questa dinamica potrebbe ripetersi per paesi come gli Emirati Arabi o il Vietnam, anch’essi nella lista delle adesioni lampo: investire capitali per avere voce in capitolo su questioni globali, anziché restare soggetti alle decisioni di altri. I pro sostengono dunque che il Board “monetizza” l’impegno per la pace: chi siede a quel tavolo ha letteralmente investito capitali e prestigio. Dunque, sarà maggiormente incentivato a raggiungere risultati (pena perdere i fondi spesi). Questo potrebbe evitare la cronica mancanza di follow-up che affligge l’ONU: quante missioni di pace sono sotto-finanziate e abbandonate? Nel Board, i membri fondatori hanno interesse diretto a vedere un ritorno in stabilità e pace per giustificare ai propri cittadini l’esborso sostenuto. In più, il contributo funge da filtro: separa i partecipanti seri da quelli opportunisti. Trump stesso l’ha difeso definendolo un modo per selezionare “partner con profondo impegno per pace, sicurezza e prosperità”. D’altronde, fa notare il fronte pro, il Board prevede comunque la partecipazione anche di chi non paga, tramite seggi a rotazione triennale; il contributo è volontario e non “biglietto d’ingresso” obbligatorio, secondo funzionari USA. Ciò smentisce le accuse di esclusività: chi vuole può contribuire di più ed essere membro stabile, chi non può o non vuole può comunque essere incluso (pur senza privilegio permanente). La formula finanziaria è dunque un incentivo alla responsabilità e all’efficacia: immette risorse fresche e seleziona una comunità di Stati sinceramente interessati a risolvere i conflitti – perché ci hanno investito – piuttosto che lasciare i dossier in mano a consessi affollati dove molti parlano e pochi agiscono.
Nina Celli, 22 gennaio 2026