I critici più netti vedono nel Board of Peace una minaccia diretta al sistema multilaterale universale delle Nazioni Unite. Fin dall’annuncio, diplomatici e ministri hanno espresso allarme: il ministro belga Maxime Prévot ha dichiarato esplicitamente che Trump sta cercando di “sostituire il sistema delle Nazioni Unite” col suo Board, definendolo “inaccettabile”. Anche la premier italiana Meloni, pur cauta, ha ammesso che l’iniziativa “imbarazza” l’alleato più filo-USA in Europa, perché appare come una “ONU parallela” che renderebbe l’ONU attuale “obsoleta” (parole pronunciate da Trump stesso e riportate dai media italiani). Il timore principale è la delegittimazione: se un gruppo di Paesi – per quanto potente – inizia a risolvere conflitti globali al di fuori dell’ONU, quest’ultima ne esce indebolita, forse irrimediabilmente. Un diplomatico europeo lo ha definito “una specie di Nazioni Unite di Trump che ignora i fondamenti della Carta ONU”. Si ricorda che la Carta ONU all’art.103 prevede la preminenza degli obblighi ONU su qualsiasi accordo internazionale: ora, se Stati come Italia, Canada o Giappone aderiscono a un Board dove giurano fedeltà a decisioni prese altrove, quale obbligo prevale? Si crea un conflitto normativo. Inoltre, il Board in quanto “nuova organizzazione internazionale” rompe con l’idea di universalità: l’ONU (con 193 membri) è pressoché universale; il Board nasce su inviti e include circa 50-60 Stati, escludendone altri (non invitati o contrari). Si verrebbe a creare un mondo spaccato in due cornici di governance. Russia e Cina, ad esempio, guardano con estrema diffidenza: hanno percepito il Board come un tentativo USA di scavalcarle. Nel Consiglio di Sicurezza essi hanno potere di veto; nel Board sarebbero – se partecipassero – uno dei tanti (o addirittura esclusi). Per questo Mosca e Pechino si sono astenute sulla risoluzione 2803 e hanno protestato che il piano Gaza non dà un “ruolo chiaro all’ONU”. Funzionari russi hanno detto esplicitamente che il Board “contraddice i principi del Consiglio di Sicurezza e crea una struttura rivale”. Questo scenario ricorda ai più anziani diplomatici la fine della Società delle Nazioni: quando le grandi potenze iniziarono a bypassarla con accordi paralleli, quell’istituzione crollò. Francia è stata la più dura: il ministro Barrot ha detto “Sì al piano di pace USA, ma no a creare un organismo che sostituisce le Nazioni Unite”, definendo il Board inaccettabile. Trump, ferito, ha minacciato tariffe sui vini, confermando agli occhi europei la natura divisiva e distruttiva del suo approccio. Un’UE frammentata su tali iniziative perderebbe peso globale e l’intero tessuto di alleanze ne risente: Germania e Francia hanno fatto fronte comune nel dire che l’ONU resta il “quadro centrale per le crisi internazionali” e che un Board ampio “potrebbe minare l’ordine internazionale fondato sulla Carta” (parole del premier sloveno Golob). L’ONU è imperfetta, ma è l’unica sede dove tutti gli Stati – grandi o piccoli – siedono insieme. Il Board rovescia ciò: torna a un concerto di potenze e Paesi affini, lasciando fuori decine di nazioni. Moltissimi Stati del Sud globale non invitati (perché critici di Trump o perché vicini alla Cina) denunciano il Board come un tentativo neocoloniale di alcuni di imporsi su altri senza passare dall’ONU. Il Sudafrica, ad esempio (non invitato perché pro-Palestina e vicino a BRICS), ha parlato di “iniziativa illegittima contraria ai principi di equa rappresentanza”. ONG come International Crisis Group sostengono che il Board riflette “la chiara visione di volere cooperazione internazionale a condizioni di Washington” (Daniel Forti). Questo sposta l’ordine mondiale verso un modello a blocco: i paesi “del Board” vs. quelli fuori, con l’ONU ridotta ad arena vuota o campo di scontro (già l’Assemblea Generale su Gaza 2025 fu spaccata, ora lo sarebbe ancor di più). Inoltre, i contrari evidenziano i pericoli per il Diritto internazionale: il Board non è vincolato dalla Carta ONU nella sua azione. Un esperto di Diritto definisce la Risoluzione ONU 2803 (che di fatto delega al Board la gestione di Gaza) un tradimento della Carta: “il Consiglio ha scelto di non basarsi sul corpus di legge che era obbligato a rispettare… tradisce i popoli che pretende proteggere”. Questo perché “agisce in contrasto con i Purposes and Principles ONU”, spostando il potere a un organismo non universale. Se il Board fosse limitato a Gaza (transitorio), sarebbe un caso isolato; ma la Carta del Board afferma l’ambizione globale: i diplomatici temono che gradualmente si vorrà spostare sul Board la gestione di tutte le grandi crisi (Ucraina, Siria ecc.), lasciando l’ONU come guscio vuoto o per questioni minori. Infine, i contrari sottolineano la preoccupazione già espressa dall’Alto Commissario ONU ai diritti umani: “il Board consoliderebbe un modello di potere che rischia di legittimare la violenza e i regimi illegali” – posizioni che di solito si discutono e condannano all’ONU ora verrebbero accettate in un forum a parte. Il Board of Peace, quindi, sarebbe un grave passo indietro: indebolisce il multilateralismo inclusivo, minaccia l’autorità del Diritto internazionale e rischia di spaccare ulteriormente il mondo in fazioni, esacerbando i conflitti di potere invece di risolverli. Per parafrasare il Ministro degli Esteri del Lussemburgo a Davos: “Non c’è pace sostenibile fuori dall’ONU; un consesso partigiano non farà che peggiorare i sospetti e l’instabilità globali”.
Nina Celli, 22 gennaio 2026