Il Board of Peace è nato dalla constatazione che il sistema ONU è paralizzato e inefficace in molte crisi, mentre servono soluzioni concrete. Donald Trump e i suoi sostenitori sottolineano che l’ONU “non è mai stata di aiuto” nei conflitti più gravi e “non ha mai mantenuto le sue promesse”. Ad esempio, in due anni di guerra a Gaza e decenni di processo di pace israelo-palestinese, l’ONU non è riuscita né a proteggere i civili né a imporre un accordo; invece, Trump rivendica di aver negoziato un cessate-il-fuoco e uno scambio di ostaggi (Fase 1 del suo piano) laddove altri hanno fallito. Secondo questa tesi, il Board of Peace offre finalmente un approccio pragmatico e snello: riunisce un gruppo scelto di leader “che sanno portare risultati” e hanno “tremenda influenza” per affrontare insieme i conflitti, senza lungaggini burocratiche né veti incrociati. In pratica, è un consesso di volenterosi guidato da un leader deciso (Trump) che può muoversi più rapidamente. I fautori del Board citano proprio la crisi di Gaza come esempio emblematico: la tregua di ottobre 2025 ha retto solo grazie alla pressione diretta di Washington e di alleati regionali, con l’ONU relegata a un ruolo marginale. Il Board, inizialmente concepito per Gaza, è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza ONU come parte integrante del piano di pace (Risoluzione 2803), quindi ha anche un imprimatur legale internazionale di partenza. Ora, ampliandone il mandato globalmente, Trump punta a superare le lentezze di un’ONU politicamente bloccata: “durable peace requires… the courage to depart from institutions that have too often failed” recita il preambolo della Carta (“Una pace duratura richiede... il coraggio di abbandonare istituzioni che troppo spesso hanno fallito”). Ciò riflette la convinzione che insistere sulle strutture esistenti porterebbe altri fallimenti: meglio creare qualcosa di nuovo e più agile. Marco Rubio, nominato segretario di Stato di Trump e membro esecutivo del Board, ha dichiarato che questo organismo permetterà agli USA e ai partner di “agire dove l’ONU resta inerte, portando sicurezza e stabilità reale”. Anche leader di Paesi emergenti appoggiano questa visione: il presidente del Kazakistan Tokayev, aderendo al Board, ha espresso “sincera gratitudine” e la volontà di contribuire alla pace perché riconosce l’iniziativa come opportunità di governance innovativa dei conflitti. Per i sostenitori, dunque, il Board of Peace è la risposta alla frustrazione verso l’immobilismo dell’ONU: un meccanismo d’azione dove chi vuole davvero la pace si siede al tavolo e si impegna con risorse e decisioni rapide. Non è un caso che vi abbiano aderito anche Paesi non allineati come Uzbekistan e Vietnam: essi vedono nel Board una sede in cui poter incidere senza passare per i filtri occidentali tradizionali. Il Board è aperto a tutti i volenterosi, non un club chiuso: persino nazioni con rapporti tesi con gli USA (come la Bielorussia) hanno subito detto sì. Ciò lo rende paradossalmente più inclusivo del Consiglio di Sicurezza a 5 membri permanenti. In definitiva, il Board of Peace potrebbe essere uno strumento efficace, orientato ai risultati e libero dai freni ideologici: “le guerre che ho fermato, l’ONU non mi ha aiutato in nessuna” dice Trump, e il Board nasce proprio per colmare quel vuoto d’azione con un intervento risolutivo.
Nina Celli, 22 gennaio 2026