I critici contestano chi sostiene che i deepfake rappresentino un fattore davvero nuovo rispetto alle tradizionali tecniche di depistaggio e propaganda, contro cui gli apparati di sicurezza si sono attrezzati da decenni. Nella storia militare l’inganno del nemico è prassi antica (dai finti bersagli sugli schermi radar alle operazioni sotto falsa bandiera), e i comandanti hanno imparato a non reagire a caldo su informazioni non verificate. Gli stessi deepfake rientrano ormai tra gli “strumenti comuni” della guerra psicologica e della disinformazione strategica, ma non hanno sinora alterato l’esito di alcun confronto: durante la crisi tra India e Pakistan del 2025, entrambi i fronti diffusero video e immagini manipolate, suscitando paura e confusione nell’opinione pubblica, ma i leader mantennero la freddezza necessaria a prevenire un olocausto nucleare. In sostanza, l’arsenale di contromisure esistente (intelligence dedicata al debunking in tempo reale, protocolli di autenticazione dei messaggi critici ecc.) viene ritenuto più che sufficiente a neutralizzare i rischi legati ai deepfake. Questi ultimi non sarebbero un “game changer” geopolitico, ma solo l’ennesimo mezzo con cui i governi tentano di confondere gli avversari: tentativi destinati a fallire di fronte alla prudenza, alla competenza e ai multilivelli di controllo che caratterizzano la sfera del comando nucleare.
Madeleine Maresca, 21 gennaio 2026