Gli scettici ritengono che l’idea di un conflitto nucleare causato da un deepfake sia in gran parte uno scenario iperbolico, alimentato dalla fantapolitica più che da evidenze. Notano che finora nessun confronto atomico è stato nemmeno sfiorato a causa di deepfake o simili – i casi citati dai proponenti (1983, 2016) mostrano semmai che gli esseri umani, opportunamente allertati, sanno riconoscere e correggere gli errori dei sistemi automatici. Da decenni emergono paure per ogni nuova tecnologia (dagli allarmi satellitari negli anni ’60 al bug dell’Y2K nel 2000, fino alle cyber fake news recenti); in molti casi queste preoccupazioni non si sono tradotte in realtà concrete. Lo stesso vale per i deepfake: la comunità internazionale è consapevole del pericolo e dispone di robusti anticorpi, per cui ipotizzare un conflitto mondiale scatenato da un video artefatto appare tuttora fantascientifico. Gli esperti ammettono che la disinformazione può acutizzare le tensioni, ma valutano come molto bassa la probabilità di un’escalation nucleare dovuta unicamente a un inganno digitale. I protocolli di comando nucleare sono progettati per filtrare i falsi allarmi – retaggio della Guerra Fredda – e includono molteplici livelli di verifica umana. Anche qualora un generale o un presidente venisse tratto in inganno da immagini o audio artefatti, altri ufficiali e consulenti avrebbero l’opportunità di fermare decisioni impulsive prive di riscontri oggettivi. In definitiva, secondo questa visione l’allarme sui deepfake ricorda altre “nuove paure” tecnologiche poi ridimensionate: meglio concentrarsi su problemi più concreti di stabilità nucleare (come il rinnovo degli accordi di controllo degli armamenti) anziché su scenari da thriller digitale.
Madeleine Maresca, 21 gennaio 2026