La permanenza di Maduro al potere aveva di fatto isolato il Venezuela dal consesso delle democrazie, provocando sanzioni e rotture diplomatiche che hanno ulteriormente danneggiato il paese. Con lui al comando ogni tentativo di ripristinare normalità istituzionale sarebbe fallito. Al contrario, la sua rimozione è vista come condizione necessaria per riavvicinare il Venezuela al mondo, far cadere le sanzioni e avviare la ricostruzione istituzionale. Negli anni di Maduro, il Venezuela è passato da attore regionale di rilievo a “Stato paria”. La sua insistenza nel mantenere il potere a ogni costo, manipolando elezioni e violando trattati, ha rovinato le relazioni con molti Paesi. Nel 2017 il Venezuela è stato sospeso dal Mercosur (l’unione doganale sudamericana) per rottura della clausola democratica. Nel 2018 e 2019, come menzionato, numerosi Stati americani ed europei hanno ritirato il riconoscimento al suo governo, trattando invece con l’opposizione. Questo ha portato alla chiusura di ambasciate, all’espulsione di diplomatici venezuelani (in Paesi come Canada, Perù, Colombia, oltre che da parte di Caracas verso ambasciatori UE e altri in ritorsione). Il risultato è che il Venezuela di Maduro era isolato diplomaticamente: partecipava solo a consessi amici (ALBA, NAM) ma era escluso da OSA, Mercosur e tenuto ai margini dai paesi democratici. Ciò ha implicazioni dirette per i venezuelani: per esempio, con la rottura dei rapporti con i paesi limitrofi, la cooperazione per gestire la crisi migratoria è risultata difficoltosa; i venezuelani all’estero hanno avuto problemi di documenti perché i consolati erano chiusi; l’immagine del venezuelano è associata a un regime screditato – non a caso molti rifugiati mentivano sulla propria nazionalità per evitare lo stigma. Sul fronte economico, l’isolamento ha comportato sanzioni che bloccavano l’accesso a finanziamenti internazionali (FMI, Banca Mondiale), investimenti esteri azzerati, congelamento di asset statali all’estero. Il governo Maduro ha accumulato default sul debito estero a partire dal 2017, diventando insolvente e tagliato fuori dai mercati. Mantenendo Maduro, il Venezuela restava in una condizione di “Stato canaglia” non affidabile: nessun investitore serio tornerebbe con un regime sanzionato per narcotraffico e violazione di diritti. Anche nazioni tradizionalmente neutrali e pragmatiche come la Svizzera hanno aderito a sanzioni (specie finanziarie). Con Maduro al potere, si prospettava la permanenza a lungo termine di queste misure, e senza alleviarle era difficile pensare di ricostruire l’economia. Un cambio di leadership appare invece subito premiante in questo senso: diversi stati e organizzazioni hanno suggerito che sarebbero pronti a revocare gradualmente le sanzioni e offrire aiuti ingenti una volta avviata una transizione credibile. Ad esempio, già l’accordo di Barbados prevedeva allentamenti (poi revocati quando il processo è deragliato). Già nell’ottobre 2023, dopo quell’accordo, gli USA concessero a Chevron una licenza ampliata per estrarre petrolio venezuelano, mostrando la leva delle sanzioni come incentivo per misure democratiche. Questo supporta la tesi che “il problema era Maduro”: senza di lui, il mondo – incluse le potenze occidentali – sarebbero più che felici di reintegrare il Venezuela e aiutarlo, anche per gestire la crisi migratoria che colpisce tutto il continente. L’Argentina di Milei (presidente ultraliberista) ha chiarito di voler riammettere Venezuela in Mercosur ma solo se libero da Maduro. Così molti altri. Dunque, i detrattori affermano che rimuovere Maduro è la chiave per sbloccare la normalizzazione internazionale, condizione indispensabile per attirare investimenti, far rientrare medici e ingegneri emigrati, recuperare risorse per rimettere in piedi il paese. Con lui, il Venezuela sarebbe rimasto un paria povero. Inoltre, sul piano istituzionale interno, i critici notano che con Maduro in carica non vi era speranza di ripristinare una democrazia funzionante: i poteri continuavano ad essere asserviti, il parlamento vero (quello eletto nel 2015) è stato sostituito da uno illegittimo e in generale non vi è separazione di poteri. Un prerequisito per organizzare elezioni libere sarebbe la nomina di un nuovo Consiglio Elettorale credibile e di una Corte Suprema imparziale. Maduro ha dimostrato di non volerlo fare veramente. Finché era al comando, controllava questi organi e avrebbe continuato a manipolarli. Senza Maduro, invece, c’è almeno la possibilità di un governo di transizione che riformi le istituzioni prima di nuove elezioni: è l’idea su cui lavoravano gruppi di opposizione moderata e Stati come la Spagna. Con Maduro tale scenario era impossibile, perché lui non avrebbe mai accettato di indire elezioni se non sicuro di vincerle. Anche la percezione di un intervento esterno nella regione è cambiata. Nel 2019 l’ipotesi di un intervento era molto impopolare in America Latina (tutti i governi, anche di destra, erano cauti). Nel 2025-26 però, con l’arrivo di figure come Milei in Argentina, le aperture di Petro e AMLO verso mediazioni ecc., il quadro si è spaccato. Nelle reazioni al raid 2026, infatti, l’America Latina appare divisa: alcuni condannano (Messico, Brasile, Colombia, Cile), ma altri approvano (Argentina, Ecuador). Questo riflette come anche a livello geopolitico la pazienza verso Maduro fosse esaurita in parte del continente.
Nina Celli, 20 gennaio 2026