Un ulteriore argomento fondamentale contro Maduro è la constatazione delle massicce violazioni dei diritti umani e delle libertà perpetrate dal suo governo. Dal 2014 in poi, sotto la sua presidenza, il Venezuela ha assistito a ondate di repressione violenta di manifestazioni, persecuzione sistematica di oppositori e attivisti, censura e uso della forza letale e della tortura contro i dissidenti. Organizzazioni internazionali, dall’ONU a ONG come Amnesty International e Human Rights Watch, convergono nel ritenere che sotto Maduro siano stati commessi crimini gravissimi, potenzialmente crimini contro l’umanità, per mantenere il potere a ogni costo. Questa realtà pone Maduro sullo stesso piano di altri leader autocratici responsabili di atrocità, rendendo moralmente e legalmente inaccettabile sostenerlo. Gli esempi di repressione sono numerosi e documentati. Già nelle proteste studentesche del 2014 (l’anno seguente alla sua elezione contestata per pochi voti) la risposta governativa fu dura: decine di uccisi e la detenzione del leader oppositore Leopoldo López. Ma è dal 2017 che la repressione è salita di livello: durante le manifestazioni anti-Maduro di quell’anno, oltre 120 manifestanti furono uccisi, molti da proiettili sparati dalle forze di sicurezza. Nel 2024, dopo la frode elettorale, la violenza si è ripetuta: secondo HRW e fonti locali almeno 24 persone sono state uccise in pochi giorni di proteste post-voto. I colectivos armati (milizie chaviste) hanno attaccato e disperso manifestanti spesso con armi da fuoco, seminando il terrore nelle strade di Caracas e altre città. La Missione ONU d’Inchiesta sul Venezuela (FFM), istituita nel 2019, ha riferito di esecuzioni extragiudiziali compiute da forze speciali (FAES) nei quartieri popolari, con la scusa di combattere il crimine ma in realtà per incutere paura. Famigerati i casi di uccisioni di giovani manifestanti o semplici sospetti: l’ONU parlò di “centinaia di possibili esecuzioni” in operazioni di sicurezza negli anni 2015-2019. Il numero di prigionieri politici è un altro indicatore: oltre 850 detenuti politici erano segnalati nel 2025. Tra loro esponenti di primo piano (López, Ledezma, Marrero ecc., poi alcuni liberati in esilio) e centinaia di militari accusati di cospirazione. HRW riporta che migliaia di persone sono state arrestate per protesta o anche solo per post critici sui social, con accuse generiche come “istigazione all’odio” o “terrorismo” usate per incarcerare oppositori per anni. Nel 2024 oltre 2.000 arresti legati alle proteste post-elettorali; successivamente, continui arresti “preventivi” di giornalisti, attivisti ONG, sindacalisti (ad esempio, l’arresto di membri di ONG ambientaliste accusati assurdamente di “tradimento”). La giustizia è stata piegata: il Tribunale Supremo e la procura hanno montato processi farsa in serie. Non è possibile in Venezuela un’attività politica di opposizione aperta senza rischiare carcere o esilio. I critici puntano l’attenzione sulle torture e trattamenti inumani inflitti ai detenuti politici. Testimonianze agghiaccianti raccolte da HRW e Amnesty descrivono pestaggi, asfissia con sacchetti (la “submarino seco”), scosse elettriche, violenze sessuali su prigionieri, privazione di sonno e cibo. Alcuni detenuti sono letteralmente scomparsi per giorni o settimane (desapariciones forzadas de corto plazo): le famiglie non sapevano dove fossero, finché riapparivano in un tribunale o, talvolta, in un obitorio. HRW nel suo rapporto “Punished for Seeking Change” del 2025 documenta casi concreti: oppositori spariti e poi trovati morti o detenuti segretamente. Un ex consigliere comunale, Jesús Armas, fu rapito da uomini incappucciati mentre usciva da un caffè e tenuto in un sito clandestino dove agenti dell’intelligence SEBIN lo torturarono. “Pensavo che sarei morto” ha riferito in seguito. Episodi simili sono decine, dipingendo un quadro da stato di polizia brutale. Questi abusi non sono stati episodi isolati, ma piuttosto pratica sistematica diretta (o quantomeno tollerata) ai livelli alti. La Missione ONU nel 2020 concluse che “il presidente Maduro e i ministri degli Interni e della Difesa sono coinvolti in crimini documentati dalla Missione”, implicando responsabilità dirette per catena di comando. Questo ha aperto la via a possibili azioni internazionali: dal 2021 la Corte Penale Internazionale (CPI) ha avviato una indagine formale sui crimini contro l’umanità in Venezuela, in particolare riguardo a tortura, violenze sessuali e persecuzione politica. È la prima volta in America Latina che un governo in carica viene indagato dalla CPI per tali reati. Maduro ha cercato di bloccare l’indagine offrendo riforme giudiziarie cosmetiche, ma la CPI finora procede, segno della gravità delle prove. Secondo i detrattori, dunque, Maduro e il suo apparato hanno usato la violenza estrema per conservare il potere, commettendo potenzialmente “atrocità”. Il Global Centre for R2P afferma infatti che sotto Maduro le autorità hanno “commesso diffusi abusi, tra cui i crimini contro l’umanità di detenzione arbitraria, tortura, violenza sessuale e sparizioni forzate”, e condotto “un assalto sistematico allo spazio civico”. Questa formulazione – crimini contro l’umanità – colloca il regime di Maduro nella categoria dei governi responsabili dei peggiori reati di Diritto internazionale, al pari di governi come quelli siriano o birmano. Chi si oppone a Maduro sostiene che la comunità internazionale ha il dovere di reagire in difesa dei diritti umani dei venezuelani. L’inerzia equivarrebbe a complicità con un governo che tortura e uccide i suoi cittadini. È proprio su questa base che alcuni paesi giustificano sanzioni e isolamenti diplomatici: non si poteva cooperare con un regime che “ha assassinato decine di giovani per le strade e incarcerato centinaia di innocenti”. Per i critici, ogni ragion di Stato (ad es. il timore di destabilizzare la regione) non può far chiudere gli occhi di fronte a tali atrocità. Ed è anche su questa base – la dottrina della Responsabilità di Proteggere (R2P) – che alcuni sostengono la legittimità morale di un intervento esterno. Se un governo commette crimini contro l’umanità sul suo popolo, alcuni invocano l’R2P: la comunità internazionale sarebbe autorizzata a intervenire (idealmente multilaterale, ma in assenza di consenso ONU c’è chi legittima interventi anche coalizionali o unilaterali). Molti oppositori interni e attivisti in esilio hanno chiesto a gran voce per anni “un passaggio alla CPI per Maduro”, giustizia per i morti e torturati e protezione per chi ancora resiste in patria. Ogni volta che un giovane manifestante moriva, le ONG pubblicavano nome e cognome, per mantenerne la memoria e chiedere: “fino a quando?”. Nel 2017, la moglie di un violinista simbolo delle proteste, ferito gravemente, appellò la comunità internazionale dicendo “Abbiamo bisogno di aiuto, ci stanno massacrando”. Nel 2019, quando Guaidó cercò di far entrare convogli di aiuti umanitari dal confine colombiano e Maduro li bloccò anche sparando, ciò fu vissuto come un ultimo segnale: Maduro preferiva affamare gente e sparare ai volontari piuttosto che cedere. Questo per i critici ha esaurito qualsiasi legittimazione residua. Un governo che spara sui camion di cibo diretti ai propri cittadini non merita di esistere. La censura e la distruzione della libertà di stampa completano il quadro: quasi tutti i media indipendenti sono stati chiusi o venduti a imprenditori filogovernativi. Giornalisti critici sono stati arrestati o costretti all’esilio. Internet è monitorata e spesso i siti sgraditi sono oscurati. Insomma, il Venezuela di Maduro è un regime dove i cittadini non hanno né voce né vie pacifiche per manifestare il dissenso senza rischiare repressione violenta. Pertanto, far cadere Maduro è anche un atto di giustizia per le vittime e di prevenzione per il futuro. Ogni giorno che restava in carica poteva aggiungere altri nomi alla tragica lista di morti e torturati. Il rapporto Amnesty 2026 lo scrive chiaramente: esorta da un lato a proteggere i civili durante l’instabilità attuale, ma dall’altro “ribadisce la chiamata di lunga data perché i membri del governo Maduro siano indagati e, dove ci sono prove, perseguiti in un tribunale indipendente e imparziale”. In altri termini: portare Maduro e i suoi davanti alla giustizia (idealmente la CPI) per i loro crimini.
Nina Celli, 20 gennaio 2026