Un argomento pro-Maduro, meno idealista e più pragmatico, sostiene che la sua permanenza al potere – pur con tutti i problemi – abbia assicurato una certa stabilità istituzionale ed evitato scenari di caos e che un cambiamento avrebbe dovuto avvenire per via negoziale e pacifica anziché traumatica. Secondo questa tesi, l’“uscita di forza” di Maduro rischia di peggiorare la situazione del Venezuela invece di migliorarla, mentre la strategia perseguita da Maduro di un dialogo controllato con l’opposizione stava aprendo spiragli per un’evoluzione interna più ordinata. In primo luogo, i sostenitori di Maduro osservano che egli ha mantenuto intatta la struttura dello Stato venezuelano – esercito, amministrazione, sistema di welfare basico – nonostante la crisi gravissima. Paesi con crisi simili (si citano spesso la Libia o l’Iraq come monito) sono collassati nel disordine una volta rimosso bruscamente il leader. In Venezuela, malgrado il collasso economico, non vi è stata guerra civile né frammentazione istituzionale: l’esercito è rimasto unito e disciplinato, la polizia ha continuato a funzionare, i servizi essenziali come scuole e ospedali – sebbene disastrati – hanno aperto le porte ogni giorno. Questa stabilità relativa viene attribuita alla leadership di Maduro e alla coesione del chavismo. In assenza sua, molti temono il “vuoto di potere” (power vacuum) citato anche dagli analisti occidentali. Diverse fazioni potrebbero scontrarsi (opposizione contro chavisti residui, o lotte intestine tra militari e politici). L’ISPI nota esplicitamente che la rimozione improvvisa di Maduro “rischierebbe di aprire un vuoto di potere, con esiti dipendenti dalla reazione delle forze armate e apparati di sicurezza, pilastri della tenuta del regime”. Questo scenario è visto con estrema preoccupazione dai sostenitori del governo: temono che senza Maduro, e con l’interferenza diretta USA, il paese sprofondi in un conflitto interno tra le forze lealiste (ancora armate) e quelle sostenute dall’esterno, con possibili derive come insorgenze guerrigliere, micro-sovranità regionali, bande criminali fuori controllo. In particolare, la Fuerza Armada Nacional Bolivariana (FANB) è un’istituzione chiave: finora ha giurato fedeltà a Maduro e ha represso col lui, ma non è stato affatto smantellata con la sua cattura. Al contrario, il ministro della Difesa Padrino López, rimasto in patria, ha chiamato “tutte le unità” a mobilitarsi e “non piegarsi” all’aggressione. Ciò indica che l’esercito potrebbe resistere e trascinare il paese in una guerra asimmetrica contro eventuali forze di occupazione, con costi umani altissimi (specie se gli USA decidessero di mettere “boots on the ground”, come Trump ha minacciato). Molti chavisti affermano: “Senza Maduro, avremmo la Siria o la Libia in Sudamerica”. L’intervento militare esterno raramente porta “pace, tranquillità, stabilità e democrazia” dopo, come ha ricordato un accademico citato da “The Guardian”. Più spesso genera anarchia e conflitto prolungato. Maduro, con i suoi metodi autoritari, paradossalmente garantiva un ordine (repressivo ma ordine) che impediva al paese di frantumarsi. Su questa base, lui stesso ha sempre rifiutato ipotesi di “transizione rapida” come quelle proposte da alcuni settori dell’opposizione e da Washington, sostenendo invece la via del dialogo graduale. Effettivamente, nel 2019, 2021 e di nuovo nel 2023, il governo Maduro e parte dell’opposizione hanno condotto negoziati mediati (prima in Norvegia, poi in Messico). Nel,’Accordo di Barbados, firmato nell’ottobre 2023, il governo ha accettato di definire garanzie per elezioni libere nel 2024 (osservatori internazionali, aggiornamento del registro elettorale ecc.) in cambio di un parziale sblocco dei fondi congelati e alleggerimento di sanzioni. Per i suoi difensori, questo mostra la volontà di compromesso di Maduro: stava cercando un’uscita negoziata dall’impasse, senza cedere la sovranità. Anche la decisione di invitare il Carter Center e un piccolo panel ONU come osservatori per il voto 2024, poi revocata per la UE, viene presentata come segno che Maduro avrebbe tollerato un certo monitoraggio (il Carter Center infatti ha partecipato, benché con risorse limitate). È vero che il regime ha manipolato comunque quelle elezioni, ma i pro-Maduro ribattono che anche l’opposizione non era coesa e che figure come Machado avrebbero portato il paese al conflitto civile. Essi puntano il dito contro i settori più radicali dell’opposizione, accusati di aver cercato più volte il colpo di Stato (si citano i disordini del 2014 e del 2017, il tentato golpe militare dell’aprile 2019, l’operazione paramilitare fallita del maggio 2020 chiamata Gedeón). Agli occhi dei chavisti, Maduro era la diga che arginava l’ala estremista dell’opposizione, interessata solo a vendicarsi e a smantellare il progetto chavista con l’aiuto straniero, senza badare alle conseguenze per la popolazione. In quest’ottica, la figura di Maduro appare come un fattore di coerenza e continuità: ha mantenuto unito il Partito Socialista Unito (PSUV), ha soddisfatto le forze armate integrandole nell’economia (attraverso controlli su aziende e contrabbando, per esempio) e ha attutito l’impatto delle sanzioni cercando aiuti da alleati (petrolio scambiato con alimenti e combustibile inviato dall’Iran nel 2020). Alcuni fanno notare che nel biennio 2022-23 il Venezuela aveva visto un timido miglioramento economico: la fine dell’iperinflazione, qualche scaffale di nuovo pieno a Caracas grazie alla dollarizzazione spontanea e ai soldi di rimesse e attività illecite tollerate. Questo “respiro” è stato ottenuto con compromessi pragmatici di Maduro (allentare controlli valutari, lasciare entrare ONG con aiuti). I pro evidenziano come la vita quotidiana fosse leggermente migliorata e attribuiscono il merito alla resilienza del governo, mentre accusano l’opposizione di dipingere tutto a tinte fosche per giustificare ingerenze. La via del dialogo – secondo questa tesi – stava ancora percorrendosi: nonostante la crisi post-voto 2024, a novembre 2025 Maduro aveva annunciato l’intenzione di convocare legislative e presidenziali anticipate (poi non concretizzate a causa dell’intervento). In un discorso solenne dell’11 novembre 2025 (noto come “A difesa della Patria”), Maduro arringò il popolo invitando alla compattezza ma anche lanciando messaggi a Washington, offrendosi di “parlare con chiunque nel rispetto reciproco”. La retorica ufficiale fino al dicembre 2025 è stata quella della “via pacifica”: il governo definiva le sanzioni “terrorismo economico” e ne chiedeva la fine per potersi concentrare su elezioni e ripresa. Alcuni governi regionali (Argentina pre-Milei, Messico, Colombia) e la stessa UE erano orientati a dare una chance a queste trattative, allentando temporaneamente alcune sanzioni petrolifere verso fine 2023. Dal loro punto di vista, Maduro, pur essendo autore di repressioni, era parte necessaria del processo di transizione: meglio un’uscita soft negoziata con lui che un collasso improvviso. L’intervento armato del 2026 ha interrotto brutalmente questo percorso, scavalcando qualsiasi meccanismo costituzionale o diplomatico. I pro-Maduro sostengono che ciò non porterà a una vera democrazia, ma, al contrario, delegittima l’intero processo di transizione. Le decisioni vengono prese a Washington, non dai venezuelani: ne è prova l’annuncio di Trump che “gestirà il Venezuela finché la transizione non sarà sicura”, come se la sovranità venezuelana fosse sospesa e affidata a commissari americani (Trump ha detto: “le persone proprio dietro di me come Rubio e Hegseth supervisioneranno il paese”). Questo per i pro è uno scenario da incubo, ben lontano dalla democrazia: un governo coloniale diretto. Anche osservatori terzi condividono il timore: il Centro R2P evidenzia che l’intervento USA, essendo avvenuto al di fuori di un quadro legale e ignorando il voto popolare, “ha accantonato la democrazia, i diritti umani e la giustizia”, marginalizzando i venezuelani stessi. In altre parole, così facendo si rischia di cristallizzare le stesse strutture repressive (magari sotto nuovi nomi) e di non dare voce reale né riparazione alle vittime degli abusi. Pertanto, i sostenitori di un approccio graduale affermano che l’intervento USA ha vanificato i passi avanti ottenuti nei negoziati e la fragile speranza di cambiamento interno. Avrebbe avuto più senso, a loro giudizio, insistere su pressioni diplomatiche per un’elezione monitorata nel 2024 e (se Maduro avesse perso, come pare) negoziare la sua uscita onorevole con garanzie. Una specie di “soluzione alla gambiana” (dove nel 2017 l’ex presidente Jammeh accettò l’esilio dopo pressioni regionali) o alla boliviana (dove nel 2019 Morales lasciò il potere su invito di mediatori e trovò asilo altrove). Maduro, dunque, pur impopolare e autoritario, era un fattore di stabilità, rimuoverlo con la forza produce un trauma peggiore. Si preferiva vederlo gradualmente accettare riforme o cedere parte del potere attraverso elezioni. Tanti venezuelani comuni – persino oppositori – avevano paura di uno scenario di conflitto armato. Alcuni abitanti nelle zone di frontiera o nelle città, intervistati rapidamente dopo il raid, hanno espresso grande inquietudine: “non so se essere felice o spaventato, sembra un film”, ha detto una commerciante a Maracay, “spero non degeneri”. Questa voce riflette la consapevolezza che la pace sociale fragile mantenuta da Maduro rischia ora di spezzarsi in modo imprevedibile. L’alternativa a Maduro, ossia il regime change violento, non garantirà la democrazia né la ricostruzione, ma anzi potrebbe mettere il paese sotto tutela straniera prolungata, con un conflitto strisciante e la permanenza dell’élite chavista (senza Maduro) magari in forme ancor meno controllabili. In fondo, “Maduro era il garante ultimo che i suoi non precipitassero il paese”: tolto lui, i militari o i suoi baroni economici potrebbero comportarsi in modo ancor più sconsiderato se messi all’angolo. Perfino alcune voci neutrali come Amnesty e il GCR2P – pur nemiche di Maduro – hanno lanciato un monito: l’intervento USA “non smantella un sistema repressivo” e “rischia di consolidare quelle stesse strutture”, perché sposta il focus dalla giustizia al puro potere.
Nina Celli, 20 gennaio 2026