Un secondo asse critico verso Maduro si concentra sui risultati catastrofici del suo governo in termini socioeconomici e umanitari. L’argomento è che sotto la guida di Maduro il Venezuela è precipitato in una delle peggiori crisi della storia latino-americana: collasso economico, impoverimento di massa, collasso dei servizi essenziali e un esodo di milioni di cittadini. Questo disastro, secondo i detrattori, è imputabile principalmente all’incompetenza, corruzione e autoritarismo del regime Maduro e costituisce di per sé una condanna alla sua leadership. In altri termini: Maduro avrebbe distrutto il paese, dunque sarebbe insostenibile difendere la sua permanenza. I numeri della crisi economica sono impietosi. Dal 2013 (anno in cui Maduro ha preso il potere dopo Chávez) al 2021 l’economia venezuelana si è contratta di oltre il 75%, un collasso paragonabile a quello di un paese in guerra. L’iperinflazione, esplosa dal 2017, ha raggiunto livelli record (10 milioni % cumulati nel 2018-2019), azzerando salari e risparmi in bolivar. Il risultato è che circa 8 Venezuelani su 10 vivono in povertà (stime Encovi 2021) e la dieta media si è drasticamente impoverita (malnutrizione infantile diffusa). Infrastrutture vitali come la rete elettrica, gli acquedotti, gli ospedali hanno subito guasti continui per mancanza di manutenzione e fuga di personale. Nel marzo 2019 l’intero paese rimase al buio per giorni a causa di un blackout. Medicinali e cure sono un altro tema: ONG come Amnesty e HRW documentano che molti venezuelani sono morti per malattie curabili (diabete, ipertensione) per mancanza di farmaci; malattie un tempo debellate (morbillo, malaria) sono riapparse con epidemie. Le scuole hanno perso insegnanti (emigrati) e spesso i bambini smettono di frequentare per scarsità di cibo o trasporti. In generale, “i venezuelani sono sopravvissuti a stento” grazie a rimesse dall’estero, ai programmi minimi di sussistenza (borse alimentari CLAP) e a una parziale dollarizzazione informale dell’economia nelle città, che però ha escluso i più poveri. Il Fondo Monetario Internazionale ha paragonato la crisi venezuelana a quella di paesi in conflitto armato. L’ONU stima che circa 19 milioni di venezuelani (su 28) necessitino di assistenza umanitaria. Ad aggravare il quadro c’è l’esodo di massa: l’UNHCR e l’OIM riportano che oltre 7,7 milioni di venezuelani hanno lasciato il paese dal 2015, rifugiandosi in Colombia, Perù, Ecuador e altrove: la più grande crisi di rifugiati nella storia del continente. Questa diaspora ha creato forti pressioni sui paesi vicini e drammi personali enormi (famiglie separate, morti durante le traversate). I critici di Maduro affermano che questa “agonia senza fine” del Venezuela non è frutto di sfortuna ma di scelte sbagliate e autoritarie. Innanzitutto, attribuiscono la responsabilità primaria a Maduro e al suo gruppo per aver proseguito e aggravato politiche economiche insostenibili: il controllo dei prezzi e della valuta che ha creato mercati neri e carenze, l’assistenzialismo clientelare che ha distrutto la produzione interna, l’assenza di investimenti nella PDVSA con dirottamento di fondi pubblici verso progetti ideologici o conti esteri, la tolleranza verso enormi fenomeni di corruzione (si stima che tra 2014 e 2018 siano spariti 300 miliardi di dollari, drenati da funzionari corrotti). Analisti economici come quelli di “Lavoce.info” ricordano che “il declino predates the sanctions”: la produzione petrolifera era già scesa da 2,5 milioni di b/g del 2013 a circa 1 milione nel 2018, per via di “cattiva gestione cronica, politicizzazione e sotto-investimento”, quindi prima ancora delle sanzioni severe. Ciò indica che gran parte del disastro è auto-inflitto. Maduro è visto come incapace di gestire l’economia: quando i prezzi del petrolio calarono nel 2015, invece di riformare e diversificare, negò la crisi e stampò moneta, scatenando l’inflazione. Ha rifiutato aiuti umanitari per anni, sostenendo che “in Venezuela non c’è crisi umanitaria, questo cibo è avvelenato”, finché nel 2019 dovette cedere parzialmente. Politiche arbitrarie – come la demonetizzazione di banconote, i cambi fissi irreali, l’aumento forzoso del salario minimo senza base produttiva – hanno solo aggravato la situazione. Molti economisti definiscono la crisi venezuelana come “il più grande collasso economico in tempo di pace” e addossano la colpa a un modello chavista insostenibile e alla malagestione di Maduro. Sotto Chávez (nonostante autoritarismo e corruzione) almeno vi fu riduzione della povertà grazie all’alta rendita petrolifera, mentre sotto Maduro la povertà è esplosa a livelli pre-Chávez, annullando i supposti successi della “rivoluzione bolivariana”. Questo per molti ex-chavisti è imperdonabile: Maduro ha tradito l’eredità di Chávez portando il paese al fallimento. È anche per questo che il suo supporto popolare è crollato a minimi termini, spingendo anche basi chaviste a disertare (come visto nelle proteste 2024, dove pure zone povere si ribellavano). I detrattori riconoscono che le sanzioni USA hanno aggravato la crisi ma sottolineano due punti: (1) Le sanzioni furono reazione agli abusi di Maduro, non causa iniziale; se Maduro avesse rispettato la democrazia, non ci sarebbero state. (2) Anche senza sanzioni, la gestione interna era devastante: crolli analoghi (pur non così severi) erano già in atto. Inoltre, la provenienza degli aiuti è rivelatrice: paesi e banche occidentali hanno fornito più assistenza umanitaria (anche via UN, UE ecc.) di quanta ne abbia data la Cina o la Russia, nonostante il regime fosse loro alleato – segno che a Maduro importava più mantenere facciata ideologica che sfamare il popolo. In termini umanitari, vari rapporti internazionali hanno evidenziato violazioni del diritto alla salute e all’alimentazione da parte del governo. Per esempio, un report dell’Alto Commissario ONU (2019, Michelle Bachelet) parlò di “politiche economiche disastrose combinate con discriminazione politica nell’accesso al cibo e ai servizi”. Il governo ha infatti strumentalizzato la crisi: i pacchi alimentari CLAP venivano dati preferenzialmente a chi aveva la “carnet de la patria” (tessera fedeltà al PSUV). Questo scenario dove la popolazione è ridotta alla fame e alla dipendenza è visto come una forma di controllo sociale crudele. La conseguenza più drammatica, l’esodo di oltre 7 milioni, è presentata come l’atto d’accusa definitivo: raramente così tanti cittadini fuggono se un governo sta lavorando per loro. La maggior parte dei migranti testimonia di essere partita per disperazione economica e insicurezza. Non per colpa di una guerra o disastro naturale, ma per scappare dal governo Maduro. La generazione di professionisti è emigrata in massa (medici, ingegneri, insegnanti), impoverendo ulteriormente il tessuto sociale. Famiglie spezzate, bambini lasciati indietro: tutto ciò viene imputato direttamente a Maduro, al punto che alcuni lo definiscono “l’architetto di un esodo biblico”. Il Global Centre R2P osserva che “popolazioni hanno sopportato un’emergenza umanitaria prolungata” e un “completo collasso dei sistemi socio-economici e dei diritti” durante il decennio di Maduro, con “la stragrande maggioranza di venezuelani bisognosi di assistenza” e circa otto milioni fuggiti. Ciò configura non solo un fallimento di governance ma anche possibili “crimini sociali” (alcuni parlano di “crimine di fame di massa”). Questa situazione disastrosa fornisce, per i critici, anche una giustificazione morale all’azione decisa contro Maduro: difendere la sua permanenza significa prolungare l’agonia di un popolo allo stremo. Molti oppositori vedevano nelle sanzioni e pressioni un male minore rispetto al continuare sotto un regime che letteralmente faceva morire di fame e malattia la gente. Alcuni arrivano a dire che “peggio di così il Venezuela non potrebbe stare”, quindi ogni cambiamento non può che migliorare le cose (è un argomento rischioso, ma diffuso). Ad esempio, di fronte all’intervento USA, in diversi – anche cittadini comuni – hanno reagito con sollievo e speranza, convinti che “peggio del regime non può essere”. “Reuters” ha riportato la frase di una negoziante: “Sono felice, per un attimo ho dubitato che fosse successo perché sembra un film”, esprimendo sorpresa positiva. Altri hanno definito il 3 gennaio 2026 “il giorno della liberazione”. Mentre gruppi di opposizione esiliati (es. quello di Guaidó, anche se lui personalmente ha avuto un atteggiamento cauto) hanno salutato l’evento come opportunità di ricostruzione. Questa ricostruzione appare titanica: come nota “Al Jazeera”, ci vorranno “dieci anni e centinaia di miliardi” per far tornare normale l’industria petrolifera e altrettanto per risollevare i servizi pubblici. I detrattori di Maduro rispondono che ciò non sarebbe neanche iniziato se lui fosse rimasto, poiché il suo regime non ha mostrato capacità né volontà di riforma. Maduro al contrario sembrava accontentarsi di una “stabilità nella miseria”, con l’élite che viveva bene tramite corruzione e contrabbando, mentre il popolo languiva ma era troppo debole per ribellarsi. Un famoso economista venezuelano ha definito la situazione “un’economia di guerra senza la guerra”, imputandone la colpa alla leadership. A ulteriore rinforzo della critica, c’è il confronto implicito con altri Paesi sudamericani, poveri ma ancora in piedi; il Venezuela, invece, era uno dei paesi più ricchi dell’America Latina, ora è uno dei più poveri. Questa caduta dall’abbondanza alla povertà è percepita come responsabilità storica di Maduro. Per questo, anche tanti venezuelani non politicamente schierati, ma semplicemente devastati dalla crisi, desideravano la sua uscita come “ultimo tentativo di fermare la caduta”.
Nina Celli, 20 gennaio 2026