Un secondo pilastro delle tesi favorevoli a Maduro risiede nella denuncia del ruolo degli Stati Uniti e, più in generale, delle potenze occidentali nella crisi venezuelana. Dal punto di vista pro-governativo, molte delle sofferenze del Venezuela non sono imputabili unicamente a Maduro, ma a una deliberata “guerra economica” condotta dall’esterno per far crollare il chavismo. In quest’ottica, Maduro viene presentato come un leader resistente, che ha cercato di proteggere il paese dalle mire imperialiste sulle sue immense risorse. Un fatto spesso citato a sostegno di questa tesi sono le sanzioni economiche imposte dagli USA (e parzialmente da UE e Canada) dal 2017 in poi. Tali misure – in particolare l’embargo petrolifero totale introdotto da Trump nel gennaio 2019 – hanno avuto un impatto devastante su un’economia già fragile. L’export di greggio, principale fonte di valuta, è crollato dopo che Washington ha tagliato l’accesso di Caracas ai mercati e minacciato sanzioni secondarie a chi comprava petrolio venezuelano. Inoltre, come spiega “Al Jazeera”, gli USA hanno bloccato la fornitura di diluenti chimici necessari per trattare il pesante petrolio venezuelano, paralizzando ulteriormente la produzione. Di conseguenza, il governo Maduro si è trovato a corto di dollari e ha stampato moneta per coprire le spese, scatenando l’iperinflazione che tra 2017 e 2020 ha superato il milione per cento, dissolvendo stipendi e risparmi. Secondo i sostenitori di Maduro, questo shock indotto ha generato la maggior parte della crisi umanitaria: mancanza di cibo, farmaci, blackout e migrazione di massa sarebbero in gran parte dovuti alle sanzioni e al blocco finanziario, non solo agli errori interni. Sebbene economisti indipendenti notino che la catastrofe economica era innescata già da politiche sbagliate precedenti (il petrolio venezuelano calava dal 2014 per mala gestione), resta innegabile che le sanzioni abbiano “accelerato e approfondito il declino”, come riconosce l’esperta Carole Nakhle. Dunque, il Venezuela è stato “assediato” economicamente in modo intenzionale per creare malcontento e favorire un cambio di regime. Il perché di questo sta nel petrolio e nel controllo geopolitico. Il Venezuela possiede le riserve di greggio più grandi al mondo, e sebbene la sua produzione attuale sia modesta (<1% dell’offerta globale), il potenziale è enorme. Maduro e i suoi alleati sostengono che gli Stati Uniti non abbiano mai tollerato un governo socialista e indipendente seduto su tale ricchezza energetica. Sin dai tempi di Chávez, la retorica era che Washington volesse “mettere le mani sul nostro petrolio”. Ora, gli eventi del 2026 sembrano offrire una conferma plastica: nelle sue prime dichiarazioni dopo la cattura di Maduro, Trump ha esplicitamente collegato l’operazione agli interessi petroliferi, lamentando che “ci hanno tolto i nostri diritti sul petrolio... le nostre compagnie sono state espulse e lo rivogliamo indietro”. Questa frase alimenta la narrazione chavista: l’intervento armato non sarebbe motivato dai diritti umani o dalla democrazia, ma dalla volontà di recuperare il controllo sulle risorse venezuelane nazionalizzate e punire un governo che le aveva tolte alle multinazionali USA. Un pezzo dell’“Izquierda Diario” titola infatti Gli USA bombardano il Venezuela e rivogliono il petrolio, notando che Trump ha detto “la parte silenziosa ad alta voce”. Perfino giornalisti mainstream come quelli di “Reuters” hanno evidenziato con tono critico che Trump ha parlato più di petrolio che di democrazia nella conferenza stampa post-raid, sollevando dubbi sulle reali motivazioni. Dunque, per i pro-Maduro, il presidente venezuelano stava difendendo l’interesse nazionale nel mantenere PDVSA (la compagnia petrolifera statale) sotto controllo pubblico e nel diversificare le alleanze energetiche verso Russia, Cina, Iran, Turchia. Questa politica sovranista avrebbe scatenato la reazione degli USA, decisi a non perdere la presa sul “cortile di casa”. L’editoriale di “Granma” riportante il comunicato di Caracas è netto: “L’obiettivo di questo attacco non è altro che impadronirsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del suo petrolio e minerali”, tentativo che però “non riuscirà”. Maduro stesso, nelle sue frequenti apparizioni televisive, ha sempre imputato alla “guerra economica imperialista” la responsabilità dei problemi: secondo la sua narrazione, cibo e medicine scarseggiano perché i conti statali sono congelati e non si possono pagare le importazioni; la rete elettrica cade perché hackerata o sabotata da agenti esterni (come affermò in occasione del blackout nazionale del 2019); la valuta è crollata per manovre speculative orchestrate da “Miami”. Molti venezuelani sostengono questa spiegazione, alimentata quotidianamente dai media statali e da analisti pro-regime. In aggiunta, c’è la dimensione ideologica: Maduro viene presentato come un successore di Chávez che porta avanti un progetto socialista bolivariano, inviso agli USA per ragioni geopolitiche. La sua alleanza con Cuba e gli altri paesi ALBA, il suo sostegno a cause antimperialiste (Palestina, ad esempio) e il posizionamento con Cina e Russia lo rendono un bersaglio in un contesto di nuova guerra fredda. Alcuni ricordano come John Bolton (ex consigliere USA) definì Venezuela, Cuba e Nicaragua la “troika della tirannia” in emisfero occidentale, prefigurando interventi. Pro-Maduro di diverse tendenze – dalla sinistra radicale mondiale a segmenti di movimenti non allineati – vedono in Maduro un simbolo (difettoso quanto si voglia) della resistenza all’egemonia USA in America Latina. La sua caduta per mano americana viene vissuta come un colpo non solo al Venezuela ma a tutti i tentativi di autonomia regionale. Questo spiega perché anche figure come il presidente messicano AMLO o l’ex boliviano Evo Morales abbiano espresso solidarietà: Morales ha twittato che “gli yankee vogliono il petrolio venezuelano come fecero in Iraq” e ha chiesto mobilitazioni popolari. Il messaggio è chiaro: “Hands off Venezuela”. I sostenitori di Maduro evidenziano anche l’ipocrisia occidentale. Da un lato gli USA sanzionavano Caracas in nome della democrazia; dall’altro, ora intervengono militarmente, dimostrando che non era la democrazia a stare a cuore, ma gli interessi. Le sanzioni petrolifere USA iniziarono proprio il giorno dell’insediamento di Maduro nel 2019 e colpirono in particolar modo accordi di fornitura verso Paesi come Cuba (il che indica un movente politico). Rapporti ONU hanno rilevato possibili effetti delle sanzioni sulle condizioni di vita, offrendo così argomenti a Caracas per chiedere la loro rimozione. Persino dove vi erano stati timidi segnali di ripresa economica nel 2022-23 (grazie a una parziale dollarizzazione interna e qualche allentamento), nuovi inasprimenti sanzionatori a fine 2025 hanno frustrato il tutto. Insomma, per i difensori di Maduro, Washington ha sistematicamente sabotato ogni prospettiva di stabilità economica per fomentare il malcontento contro il governo. L’intervento armato è visto come la fase finale di questa strategia: prima strangolano, poi invadono, dicono in sostanza. Ecco perché ambienti come “Left Voice”, “La Izquierda Diario” richiamano esplicitamente la necessità di “lottare contro l’intervento imperialista e contro il blocco e le sanzioni che colpiscono le classi popolari”. Non difendono specificamente le politiche economiche di Maduro, ma affermano un principio: la responsabilità principale del disastro è di chi l’ha provocato dall’esterno e l’uscita non può essere un regime-change pilotato da Washington. Anzi, questi ambienti argomentano che l’“assedio” ha rafforzato Maduro: ogni attacco esterno gli ha permesso di serrare i ranghi interni e giustificare misure eccezionali di controllo sociale. Paradossalmente, dunque, rimuovere sanzioni e pressione potrebbe ridare spazio a un cambiamento dal basso, ma intanto, finché la minaccia USA incombe, la priorità dei patrioti è fare quadrato attorno al governo legittimo.
Nina Celli, 20 gennaio 2026