Dalla prospettiva contraria a Maduro, il punto di partenza è che il suo governo è frutto di una rottura democratica: Maduro non è (più) considerato un presidente legittimo perché ha sistematicamente manipolato e falsificato il processo elettorale, oltre ad aver svuotato le istituzioni di controllo e represso ogni dissenso. I critici lo definiscono apertamente un dittatore o “autocrate”, sostenendo che abbia usurpato la volontà popolare e dunque la sua permanenza al potere sia di per sé una violazione dell’ordine costituzionale venezuelano. Le evidenze a supporto di questa tesi sono numerose: già la elezione del 2018 fu denunciata come illegittima dall’opposizione quasi interamente boicottante e da osservatori internazionali (esclusi dal paese). Maduro vinse formalmente con un 67%, ma quell’elezione anticipata fu priva di competitori seri (i principali candidati furono incarcerati o messi al bando) e non riconosciuta da decine di Paesi. In risposta, nel gennaio 2019 l’Assemblea Nazionale – allora controllata dall’opposizione – dichiarò il vuoto di potere e nominò Juan Guaidó presidente ad interim, proprio sulla base della tesi che Maduro non avesse un mandato legittimo dal popolo. Circa 50 governi al mondo (USA, la gran parte d’Europa e Americhe) diedero ragione a questa interpretazione, “disconoscendo la legittimità delle presidenziali 2018” e riconoscendo Guaidó come legittimo. Ciò, dal punto di vista anti-Maduro, ha formalizzato la condizione di usurpatore di Maduro: dal 10 gennaio 2019 egli sarebbe un privato cittadino che occupa Palazzo Miraflores con la forza, mentre il vero potere legittimo era altrove. Sebbene la strategia Guaidó non abbia portato a un cambio di regime effettivo, essa rimane un atto giuridico-politico importante: ha sancito nel discorso internazionale che Maduro è un presidente illegittimo. Questa delegittimazione si è aggravata con le elezioni legislative del 2020, quando il regime ha riconquistato l’Assemblea tramite un voto boicottato e manipolato e con l’istituzione di un’Assemblea Costituente parallela nel 2017 per esautorare il parlamento eletto. Tutto ciò configura, per i detrattori, un vero e proprio colpo di Stato istituzionale permanente portato avanti da Maduro per mantenersi al potere. L’evento più eclatante è stata poi la frode del 28 luglio 2024. Le fonti indipendenti come The Carter Center e panel ONU testimoniano che quel voto non ha rispettato standard minimi. Le autorità, come detto, hanno annunciato Maduro vincitore senza mostrare alcun risultato per seggio; la Corte Suprema, braccio del regime, ha certificato l’esito contro ogni evidenza. Subito dopo, sono state sequestrate le schede per impedire controlli. Tutto ciò mentre l’opposizione proclamava un risultato esattamente opposto, con 2/3 degli elettori che avrebbero scelto González. Human Rights Watch afferma che osservatori indipendenti (ONU e Carter) hanno “sollevato serie preoccupazioni sulla legittimità dei risultati”, e che “i verbali raccolti dall’opposizione mostravano che González aveva vinto con un margine significativo”. Anche analisi giornalistiche (“The Guardian”, “Lavoce.info”) parlano di “tragica farsa” orchestrata da Maduro, evidenziando l’ampio vantaggio stimato per l’opposizione, superiore a 20 punti nei sondaggi e confermato dalle actas clandestine. Dunque, dal 2024 si può dire che Maduro abbia perso un’elezione popolare e che abbia dovuto rubarla per restare. Questo lo pone, agli occhi dell’opposizione interna e di molti osservatori esterni, nella condizione tipica di un dittatore che non rispetta il voto. Un presidente democratico avrebbe ammesso la sconfitta o almeno concesso ballottaggi/verifiche; lui invece ha preferito la via della repressione. Il “mandato” 2025-2031 di cui si fregia appare quindi privo di qualunque legittimità popolare genuina. L’esito ufficiale (51% a 44%) viene considerato una menzogna certificata dal regime, tanto che solo alleati stretti come Russia, Cuba, Iran hanno fatto le congratulazioni; oltre 50 paesi hanno dichiarato di non riconoscere il risultato del 2024 – persino la UE, più prudente, ha parlato di “processo elettorale profondamente viziato”. Maduro ha smantellato i contrappesi democratici: dopo aver perso il Parlamento nel 2015, non ha accettato la coabitazione. Annullò di fatto l’Assemblea attraverso decisioni del suo Tribunale Supremo (esautorandola nel 2017) e creò organi paralleli (la Costituente e poi un Parlamento fantoccio nel 2021) per governare senza opposizione. Ha messo inoltre uomini leali in tutte le istituzioni – il Consiglio Elettorale, la magistratura, la procura – eliminando di fatto l’indipendenza dei poteri. In sostanza, dagli anni 2016-17 il Venezuela sotto Maduro non è più una democrazia secondo tutti gli indicatori (Freedom House lo classifica “not free”, vari democracy index lo collocano al fondo della classifica insieme a dittature conclamate). Molti oppositori e giuristi internazionali lo definiscono un “regime de facto”, sostenendo che il ripristino dell’ordine costituzionale interrotto è un imperativo per la comunità internazionale (da qui alcuni giustificavano il riconoscimento di Guaidó e persino misure drastiche come dottrine R2P). L’Organizzazione degli Stati Americani (OEA/OAS), tramite risoluzioni promosse dal Segretario Generale Luis Almagro, già nel 2016-2018 aveva dichiarato la violazione dell’ordine democratico in Venezuela e invocato sanzioni diplomatiche. Nel 2019 votò per non riconoscere il secondo mandato di Maduro. Anche il Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR) fu attivato da paesi americani per valutare azioni collettive. Tutto ciò indica quanto il regime di Maduro fosse considerato una dittatura isolata nel contesto regionale. L’isolamento è un altro punto: la legittimità di un governo deriva anche dal riconoscimento internazionale: concetto controverso in diritto, ma quando oltre 50 paesi su circa 190 ti considerano usurpatore, ciò ha un peso. Maduro per anni non è stato invitato ai summit regionali (fino al 2022 quando complice un cambio di venti politici alcuni hanno ricominciato a coinvolgerlo). Il Venezuela è uscito volontariamente dal sistema OAS (sapendo di non avere più appoggi). A livello ONU, pur mantenendo il seggio (grazie al sostegno russo-cinese), il Venezuela di Maduro è stato oggetto di condanne in sede di Consiglio Diritti Umani e una Missione di Inchiesta dell’ONU lo ha accusato di crimini contro l’umanità. Questo contesto delegittimante rafforza la tesi: Maduro non è un presidente come gli altri ma un autocrate che ha perso il diritto di essere trattato da legittimo. Il popolo venezuelano ha chiaramente voltato le spalle a Maduro e questi si è mantenuto solo tramite la forza. Ogni sondaggio indipendente in anni recenti segnalava oltre l’80% di scontento verso Maduro. Nel 2024 la partecipazione al voto fu alta (oltre 60%) nonostante la manipolazione e i rischi, segno della determinazione popolare a cacciarlo. La reazione immediata fu di gioia tramutata in rabbia quando fu chiaro che le autorità gli attribuivano la vittoria malgrado le evidenze contrarie. Questo ha convinto anche i più scettici che “con Maduro non potrà mai esserci un’elezione libera”. Maduro, dunque, non rappresenta il popolo venezuelano, ma solo una cricca di potere. Pertanto, la sua rimozione non è un sovvertimento della volontà popolare, bensì al contrario il ripristino di essa: significa togliere un usurpatore e permettere che la scelta espressa dai venezuelani possa finalmente tradursi in un nuovo governo. È emblematico che proprio l’operazione militare USA del 2026 sia stata accompagnata dalla retorica secondo cui Maduro “ha rubato il voto del 2024” e che “il vero vincitore era Edmundo González”, come riportato nei discorsi di Trump e alleati. Ciò riflette lo sforzo di incorniciare l’intervento non come imposizione di un governo fantoccio, ma come “reintegrazione del vincitore legittimo”. Anche se in pratica gli USA non hanno (finora) insediato González né altri, il punto sollevato rimane: le elezioni 2024 erano l’ultima speranza pacifica e Maduro le ha tarpate; a quel punto, per alcuni oppositori più radicali, “qualunque mezzo per rimuoverlo è giustificato dalla difesa della sovranità popolare interna”.
Nina Celli, 20 gennaio 2026