Uno degli argomenti centrali a favore di Nicolás Maduro è il principio di sovranità nazionale e autodeterminazione. Dal punto di vista dei suoi sostenitori, Maduro è il presidente legittimo del Venezuela, scelto dal popolo attraverso elezioni (pur controverse) e quindi l’unico titolato a governare. Ogni intervento esterno per rimuoverlo costituisce una violazione inaccettabile della sovranità venezuelana. La vicenda del 3 gennaio 2026 ha acuito questa narrativa: l’irruzione militare USA a Caracas e la cattura forzata di Maduro vengono dipinte come un atto di pirateria internazionale, un “sequestro” di un Capo di Stato che calpesta la Carta ONU e i diritti di tutti i venezuelani. Il governo bolivariano, nel suo comunicato ufficiale, ha denunciato l’operazione come “gravissima aggressione militare” e “violazione flagrante” dei principi di sovranità e uguaglianza fra Stati, richiamando esplicitamente la storia venezuelana di lotta contro l’imperialismo e il diritto all’autodifesa sancito dall’art. 51 ONU. Per i pro-Maduro, questo principio non è negoziabile: nessuna potenza straniera (che siano gli Stati Uniti o un gruppo di Paesi) può decidere chi debba governare il Venezuela. La legittimità di Maduro deriva dal voto e dalle istituzioni interne, non dal riconoscimento esterno. Su questa linea, molti governi amici hanno sostenuto Maduro rivendicando la non ingerenza. Messico, Brasile, Cuba, Bolivia, Cina, Russia e altri hanno condannato l’azione americana come un precedente pericoloso che minaccia tutti. Il presidente brasiliano Lula ha dichiarato che bombardare la capitale di un paese e catturarne il presidente “attraversa una linea inaccettabile” e rievoca “i peggiori momenti dell’ingerenza” in America Latina. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha invocato urgentemente il Consiglio di Sicurezza ONU e ribadito l’“impegno irrinunciabile” della Colombia per i principi di sovranità e integrità territoriale, rifiutando “qualsiasi azione militare unilaterale” che aggravasse la situazione. Queste posizioni coincidono con la difesa di Maduro: anche chi non approva il suo operato interno ha riaffermato che l’unico modo legittimo di sostituire un presidente è tramite i processi costituzionali e negoziali interni, non con la forza esterna. La diplomazia europea, pur critica verso Maduro in passato, ha preso le distanze dal blitz: l’UE ha richiamato tutti al rispetto del diritto internazionale e della Carta ONU, lasciando intendere la disapprovazione per l’iniziativa di Washington. I sostenitori di Maduro sottolineano inoltre che il presidente godeva comunque di consenso in settori significativi della società venezuelana. Pur con l’impopolarità dovuta alla crisi economica, Maduro ha mantenuto l’appoggio di circa il 20-25% dell’elettorato (secondo varie stime pre-2024) e soprattutto di basi popolari legate al chavismo. Durante le proteste post-elettorali del 2024, ad esempio, le zone più povere e tradizionalmente chaviste inizialmente non si sollevarono in massa contro Maduro; alcune manifestazioni si sono avute persino in quartieri popolari (segno di malcontento crescente), ma il regime ha cercato di mantenere il controllo attraverso i colectivos e programmi di assistenza mirata alle comunità leali. Questo zoccolo duro interpreta le contestazioni dell’opposizione – e ancor più le sanzioni e le pressioni estere – come parte di un “complotto imperialista” decennale per rovesciare la rivoluzione bolivariana. Dal 2015 in poi, ogni atto internazionale (dalle sanzioni finanziarie al riconoscimento di Guaidó) è stato descritto come un’aggressione alla volontà del popolo venezuelano e alla sua scelta sovrana. L’intervento armato statunitense del 2026 diventa perciò la prova ultima di questa tesi: la “mano dell’impero”, a lungo denunciata da Chávez e poi da Maduro, si è manifestata apertamente. In un editoriale cinese solidale con Caracas, si evidenzia come l’azione USA invii il messaggio che “i potenti fanno ciò che vogliono”, minando la sicurezza di tutti e mettendo a rischio l’ordine internazionale. Il “Global Times” ha definito l’attacco “così oltraggioso che neanche Hollywood l’avrebbe immaginato”, sottolineando il coro di condanne globali e il fatto che “anche gli alleati USA hanno espresso mancanza di sostegno, chiedendo rispetto del diritto”. Tale consenso internazionale contro l’uso della forza evidenzia, agli occhi dei pro-Maduro, la legittimità della causa venezuelana: difendere Maduro equivale a difendere i principi di Westfalia e l’idea che i popoli – e non le superpotenze – decidono il proprio governo. A tal ragione, alle Nazioni Unite il rappresentante venezuelano (fino al 2025) era sostenuto da un blocco di Paesi (Russia, Cina, Non Allineati) che puntualmente respingevano mozioni o risoluzioni ritenute ingerenze negli affari interni. Dunque, indipendentemente da giudizi sul suo governo, la rimozione forzata di Maduro dall’esterno è illegittima e pericolosa. Nessun Paese vorrebbe subire quello che il Venezuela ha subito: “oggi è toccato a loro, domani può essere chiunque di noi”, ha avvertito il presidente cileno Boric. Difendere Maduro in questo contesto significa difendere il diritto del Venezuela a determinare il proprio corso politico, anche di fronte alle peggiori pressioni. Se Maduro deve andare via – riconoscono alcuni tra i suoi sostenitori più pragmatici – ciò deve avvenire tramite elezioni o accordi interni, non perché imposto da Washington con i marines. La sovranità, per definizione, non si presta a eccezioni: tollerare l’intervento contro Maduro equivarrebbe ad avallare un mondo in cui le frontiere e l’indipendenza dei Paesi piccoli o non allineati non valgono più nulla. Questa prospettiva di principio spiega perché persino governi non chavisti, come quello messicano o quello progressista di Petro in Colombia, si siano schierati a difesa di Maduro su questo punto: oggi la bandiera della non ingerenza coincide con la difesa (oggettiva) di Maduro come presidente legittimo del Venezuela.
Nina Celli, 20 gennaio 2026