L’Europa si è progressivamente assoggettata alle pressioni economiche degli Stati Uniti, rinunciando a difendere pienamente la propria sovranità in ambito commerciale, energetico e tecnologico. I sostenitori di questa tesi elencano diversi episodi emblematici in cui l’UE avrebbe accettato diktat economici americani pur di evitare conflitti con Washington, anche a costo di sacrificare interessi europei. Un caso eclatante riguarda la vicenda dei dazi USA minacciati da Trump nel 2025 su varie esportazioni europee. Per scongiurare una guerra commerciale, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha negoziato in estate un accordo lampo con la Casa Bianca, definito da alcuni osservatori come una “capitolazione commerciale”. Il commentatore Gilles Gressani, sulle pagine del “Financial Times”, ha descritto quell’intesa come “una volontaria sottomissione della più grande potenza commerciale mondiale al leader USA”, evidenziando come Trump sia riuscito ad approfittare delle “vulnerabilità strutturali” dell’Unione. L’accordo, annunciato a fine luglio in Scozia, ha inferto “un duro colpo alla reputazione globale” dell’UE, dando l’immagine di un’Europa ridotta a “vassallo felice di Washington”, priva di autonomia di fronte ai ricatti economici. In pratica Bruxelles, pur di ottenere il mantenimento dell’appoggio americano su altri fronti (ad esempio il sostegno all’Ucraina), avrebbe concesso vantaggi unilaterali agli USA: dall’aumento delle importazioni di gas liquido e prodotti agricoli statunitensi, fino all’attenuazione di normative digitali europee invise alla Silicon Valley. Il risultato, notano fonti cinesi, è un accordo “né equo né bilanciato” che esponenti stessi dell’UE (come la vicepresidente dell’Europarlamento Kathleen Van Brempt) hanno criticato apertamente. Questo episodio si inserisce in un pattern più ampio. L’Europa ha spesso mostrato riluttanza a contrapporsi agli USA in materia economica, anche quando ne aveva gli strumenti. Ad esempio, di fronte alle sanzioni secondarie americane contro l’Iran (dopo il recesso unilaterale di Trump dal JCPOA nel 2018), l’UE non è riuscita a proteggere efficacemente le proprie imprese: il meccanismo finanziario alternativo INSTEX si è rivelato inefficace e col tempo Francia, Germania e Italia si sono allineate al regime sanzionatorio di Washington. In quell’occasione, il ministro francese Bruno Le Maire aveva tuonato che l’Europa non doveva accettare di essere un “vassallo economico” degli Stati Uniti, chiedendo misure per affermare la sovranità economica europea. Eppure, malgrado le dichiarazioni bellicose, nessuna sanzione europea di blocco è mai realmente stata applicata contro le penali USA: colossi come Total, Siemens, Airbus si sono ritirati dall’Iran per non incorrere nelle ire di Washington. Questo ha mandato un segnale chiaro: il dollaro e il mercato americano restano dominanti, e l’UE – pur contraria – finisce per adeguarsi alle regole dettate dagli Stati Uniti, anche quando violano gli interessi europei (in Iran, l’UE aveva interesse a mantenere aperti canali commerciali e di sicurezza, ma ha ceduto). Un altro ambito delicato è l’energia. Per decenni molti Paesi UE (Germania in primis) hanno importato gas russo a buon mercato, perseguendo una strategia energetica autonoma. Gli USA hanno a lungo osteggiato questa dipendenza dalla Russia, spingendo per la vendita del proprio gas naturale liquefatto (LNG) in Europa. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina e il sabotaggio del gasdotto Nord Stream, gli Stati Uniti sono diventati il principale fornitore di gas per l’Europa, spesso a prezzi elevati. Sergey Lavrov ha commentato in modo tagliente che “gli USA stanno imponendo all’UE il costoso gas liquefatto americano”, approfittando della crisi per guadagnare mentre “mandano in rovina i loro vassalli europei”. Al di là della propaganda russa, è un dato che l’Europa abbia accettato senza proteste significative l’aumento delle importazioni di LNG dagli USA, benché ciò abbia causato un rincaro dei costi energetici interni. In parallelo, l’UE si è vista costretta – per contesto bellico e pressioni alleate – a rinunciare “a tutto ciò che è russo” in campo energetico, subendo però impatti economici notevoli (industria energivora in difficoltà, inflazione). Questa dinamica, in cui l’Europa appare quasi eterodiretta nelle sue scelte energetiche strategiche, viene letta da alcuni come un’ulteriore prova di subalternità: in altri termini, l’UE avrebbe sacrificato il proprio vantaggio competitivo (energia a basso costo russa) adeguandosi alle priorità geopolitiche di Washington e pagando essa stessa il prezzo delle sanzioni. Infine, c’è il capitolo tecnologico e normativo. Quando l’UE ha cercato di regolamentare i colossi del web (perlopiù americani) tramite strumenti come il Digital Services Act (DSA) e il Digital Markets Act, la reazione statunitense è stata molto dura. La nuova amministrazione USA ha accusato l’Europa di voler “controllare internet” e, caso senza precedenti, nel dicembre 2025 ha negato il visto d’ingresso a Thierry Breton (artefice del DSA) e ad altri 4 funzionari europei, additandoli come “censori”. Questa mossa – definita da Bruxelles un atto intimidatorio “maccartista” – ha suscitato scalpore. L’episodio mostra fino a che punto Washington sia pronta a spingersi per piegare la linea europea ai propri interessi tecnologici. Anche qui, la reazione UE è stata inadeguata: al di là delle proteste verbali (“difenderemo la nostra democrazia”, ha comunicato la Commissione), non sono seguite contromisure forti. L’insieme di questi elementi porta a concludere che sul piano economico-commerciale l’Europa agisce spesso più come zona di influenza statunitense che come attore sovrano. La paura di rappresaglie USA (sanzioni, dazi, esclusione dall’intelligence dei Five Eyes ecc.) indurrebbe l’UE a evitare qualsiasi rottura, anche a andando a proprio discapito. Come sintetizzato dall’economista francese Gilles Gressani, l’Europa di fronte a Trump si è dimostrata “riluttante e incapace di impegnarsi in una lotta di potere per difendere i propri interessi”, accettando di fatto un ruolo subordinato.
Madeleine Maresca, 16 gennaio 2026