Chi si oppone alla visione di un’Europa vassalla degli USA sostiene innanzitutto che il legame transatlantico vada interpretato come un’alleanza volontaria tra nazioni sovrane, fondata su interessi e valori condivisi, e non come un rapporto di subordinazione forzata. Questa tesi insiste sul concetto di partenariato: Europa e Stati Uniti cooperano strettamente per mutua convenienza e difesa comune, ma l’Europa non è “sottomessa” in senso proprio, avendo margini di scelta e dignità paritaria nei consessi internazionali. In sostanza, UE e USA sono alleati, non signore e vassallo. Un argomento chiave è che il termine stesso “vassallo” è inappropriato: evoca epoche medievali di soggezione coercitiva che nulla hanno a che vedere con le attuali relazioni diplomatiche. L’Unione Europea e gli Stati Uniti sono entrambi attori democratici, legati da trattati liberamente sottoscritti – come il Trattato NATO – e da un patrimonio valoriale comune (democrazia, diritti umani, economia di mercato). Definire l’Europa un vassallo suggerirebbe che gli europei subiscono contro la propria volontà un dominio straniero, ma la realtà è che gli europei hanno scelto di allearsi con Washington fin dal 1949, perché ciò corrispondeva e corrisponde ai loro interessi di sicurezza e prosperità. Il politologo Mario Giro osserva che fa “sorridere” la recente retorica sul vassallaggio: durante le presidenze di Barack Obama o Joe Biden, nessuno in Europa parlava di essere colonia o servo degli USA. Questo perché quando l’amministrazione americana è percepita come amica e rispettosa, l’alleanza atlantica funziona su basi paritarie e nessuno la vive come oppressiva. Semmai è riemersa con Donald Trump, che con il suo stile ruvido ha messo in discussione questa percezione. Ma anche allora, sottolinea Giro, la soluzione non è piangersi addosso: l’Europa deve far valere le proprie ragioni in modo maturo, “è l’ora della responsabilità, non della lagna”. Questo implica concepire l’UE non come vittima inerme, ma come partner attivo che può contrattare all’interno dell’alleanza. Dal punto di vista formale, gli Stati europei mantengono piena sovranità. Possono decidere di aderire o meno a iniziative guidate dagli USA. Ad esempio, nel 2003 Francia e Germania si opposero alla guerra in Iraq – e nessuno poté obbligarle a parteciparvi. Allo stesso modo, diversi Paesi UE non hanno riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, nonostante la pressione americana dopo il 2017. Questi casi dimostrano che gli alleati europei hanno voce in capitolo e capacità di dissenso, anche su dossier strategici. Un vassallo, per definizione, non ha questa facoltà: deve obbedire e basta. Invece la NATO, ad esempio, funziona per consenso: il Segretario generale Jens Stoltenberg ha spesso ribadito che le decisioni dell’Alleanza vengono prese all’unanimità dagli Stati membri, non imposte dagli USA. Se un Paese europeo fosse contrario a un’azione NATO, potrebbe porre il veto. Questo equilibrio orizzontale è uno degli argomenti centrali per confutare la metafora feudale: l’Unione Europea siede al tavolo con gli USA nelle sedi multilaterali (NATO, G7, G20) con pari dignità e diritto di parola. Inoltre, chi respinge l’idea di vassallaggio ricorda che gli USA traggono beneficio dall’alleanza quanto gli europei. Non siamo di fronte a un rapporto di sfruttamento unilaterale: l’Europa fornisce basi, legittimità e mercati agli Stati Uniti, che in cambio garantiscono sicurezza e cooperazione economica. È uno scambio reciproco, non un prelievo predatorio. Ad esempio, durante la Guerra fredda, gli USA hanno sì protetto l’Europa, ma l’Europa ha offerto la prima linea di contenimento contro l’URSS e un massiccio appoggio (anche finanziario) nelle guerre di Corea e del Vietnam, indirettamente. Oggi, l’Europa contribuisce con circa la metà delle spese NATO non-USA e con truppe in missioni comuni. Parlare di vassallaggio ignorerebbe queste responsabilità condivise. Non c’è dubbio che Washington abbia un peso maggiore, ma questo riflette la diversa potenza oggettiva, non un rapporto gerarchico imposto. Emmanuel Macron, pur critico verso alcune politiche USA, ha sottolineato proprio questo concetto: “Gli Stati Uniti resteranno un alleato storico, con cui condividiamo rischi e operazioni complicate. Essere alleati però non significa essere uno stato vassallo”. Macron indica la distinzione: l’Europa partecipa attivamente (rischi e operazioni condivisi) e ciò la qualifica come alleato, non subordinato. Per non essere vassalli – aggiungeva – “dobbiamo essere indipendenti anche dagli alleati”, cioè, dotarci di capacità proprie. Ma questo è un invito a rafforzare l’alleanza in termini più equilibrati, non certo a dipingerla come dominazione. Va poi considerato l’aspetto valoriale e identitario. Europa e Stati Uniti fanno parte di quella che è stata chiamata “comunità occidentale”: condividono l’adesione ai valori democratici e liberali. Questo crea un senso di affinità naturale che trascende il mero calcolo di potere. Gli europei non percepiscono gli americani come “padroni stranieri”, bensì come amici e spesso come modelli (basti pensare alla diffusione di cultura, cinema, tecnologia USA in Europa). Laurent Marchand su “Ouest-France” sottolinea che bisogna evitare reazioni emotive e ricordare che la “nostra risposta” alle strategie USA conta quanto quelle strategie: l’Europa può decidere di non diventare vassalla e ha gli strumenti diplomatici per farlo. D’altronde, se la retorica di Trump appare quella di chi considera l’UE un vassallo, quella di Joe Biden è stata opposta: Biden ha più volte definito l’Europa “il nostro partner indispensabile” e ha consultato gli alleati europei nelle principali decisioni (dalla revoca delle sanzioni su Nord Stream 2 al ritiro dall’Afghanistan, sebbene con esiti controversi). Questo dimostra che il rapporto cambia a seconda delle amministrazioni: un vassallaggio vero non cambierebbe, mentre un’alleanza può avere fasi più simmetriche di altre. Con Biden la relazione transatlantica 2021-2024 è stata di grande sintonia, con l’Europa che ha anche influito su alcune politiche USA (si pensi al coordinamento sulle sanzioni alla Russia, dove le preoccupazioni europee sono state ascoltate). Insomma, ridurre tutto all’immagine di un servo e un padrone è fuorviante: gli equilibri interni all’alleanza sono dinamici e l’Europa ha margini di influenza. Inoltre, gli Stati Uniti hanno bisogno di un’Europa forte e stabile, e lo riconoscono. Non mirano – strutturalmente – a indebolire o sfruttare l’Europa. Uno dei pilastri della strategia USA, da Roosevelt in poi, è stata un’Europa unita e prospera, capace di contribuire alla sicurezza globale. Questo perché un’Europa forte è un moltiplicatore della potenza e influenza occidentale. Nel 2022, in risposta all’aggressione russa, gli USA hanno lavorato a stretto contatto con l’UE, definendo l’unità transatlantica “più solida che mai”. Se l’Europa fosse percepita come un mero vassallo, Washington non la includerebbe come partner nelle sanzioni finanziarie, né la coinvolgerebbe nelle decisioni NATO: semplicemente detterebbe ordini. Invece, anche sotto Trump, gli USA hanno comunque dovuto negoziare con i partner (si pensi al tira e molla sulle spese NATO: Trump ha dovuto accettare compromessi). Questo testimonia che c’è un processo dialettico: un vassallo non negozia col re, l’Europa sì.
Madeleine Maresca, 16 gennaio 2026