Per l’UE l’unica alternativa alla subalternità è il protezionismo
PRO O CONTRO?
Negli ultimi anni, nel dibattito europeo è entrato frequenza il concetto di "subalternità". Il termine non ha un significato giuridico, ma descrive la percezione che l'Unione europea rischi di dipendere in modo strutturale da potenze esterne, in particolare dagli Stati Uniti e dalla Cina, per settori strategici come l'energia, le tecnologie digitali, le materie prime critiche, la difesa industriale, i componenti essenziali delle catene del valore e la capacità di imporre standard tecnologici e normativi. Questa preoccupazione si è rafforzata dopo la pandemia di COVID-19, lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, la crisi energetica, l'uso geopolitico delle catene globali di approvvigionamento e il ritorno di politiche industriali fortemente interventiste nelle principali economie mondiali.
IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:
Se USA e Cina usano sussidi, contenuto locale e leva pubblica, l’UE rischia di competere con regole più rigide e meno strumenti.
Se l’UE restringe l’accesso, partner come la Cina possono rispondere con contromisure che colpiscono export e filiere europee.
Anti-coercizione, sussidi esteri, dazi climatici e regole sull’acciaio servono a ridurre vulnerabilità e ricatti.
Tra apertura ingenua e protezionismo esiste una terza via: de-risking, partenariati, regole comuni e capacità industriale europea.
Preferenza europea selettiva per evitare la marginalizzazione industriale
Il contesto internazionale nel quale l'Unione europea aveva costruito la propria politica commerciale è cambiato. Oggi le principali economie mondiali non competono più soltanto attraverso i prezzi o l'innovazione, ma ricorrono sempre più spesso a strumenti di politica economica quali sussidi pubblici, procurement (acquisti e appalti pubblici), definizione di standard tecnici, controllo delle materie prime strategiche e motivazioni di sicurezza nazionale. In questo scenario, secondo i sostenitori di una svolta più protezionista, continuare a considerare il mercato europeo come uno spazio completamente aperto, mentre altri Paesi lo utilizzano come leva strategica, significherebbe trasformare l'apertura economica in una forma di dipendenza.
Ciò trova riscontro anche nell'evoluzione della posizione delle istituzioni europee. Nelle conclusioni del Consiglio europeo del 19 giugno 2026, competitività, autonomia strategica, resilienza e sicurezza economica vengono presentate come elementi di un'unica strategia politica. Nella stessa direzione si colloca l'Industrial Accelerator Act, presentato dalla Commissione europea con l'obiettivo di aumentare la domanda di tecnologie e beni a basse emissioni di carbonio prodotti in Europa. Il 4 marzo 2026, infatti, la Commissione europea ha dichiarato esplicitamente di voler orientare la domanda pubblica verso prodotti e tecnologie europee. Nello stesso periodo, “The Guardian” ha riferito che il progetto comprende requisiti di contenuto locale, condizioni applicabili agli investimenti esteri e criteri di reciprocità nell'accesso ai mercati. Tali misure rispondono a una situazione nella quale l'industria manifatturiera europea, in settori strategici come le batterie, il fotovoltaico, l'automobile elettrica, l'acciaio e le tecnologie pulite si trova stretta tra la capacità produttiva della Cina e il forte intervento pubblico degli Stati Uniti.
Nella stessa direzione si inserisce anche il nuovo regolamento europeo sull'acciaio, pubblicato il 24 giugno 2026, che riconosce questo settore come essenziale per la competitività e la sicurezza dell'Unione europea e introduce un nuovo quadro di strumenti difensivi contro l'eccesso di capacità produttiva globale (global overcapacity). Per i sostenitori di questa posizione, il protezionismo non rappresenta quindi un retaggio ideologico del Novecento, ma il nome politico di una strategia di riequilibrio delle condizioni di concorrenza.
Il terreno decisivo non è sono soltanto i dazi doganali, ma soprattutto gli appalti pubblici e la regolazione del mercato interno. Il “Financial Times” ha riferito, il 10 luglio 2026, che la Commissione europea sta lavorando a una revisione delle norme sugli appalti pubblici per consentire di privilegiare fornitori stabiliti nell'Unione europea oppure provenienti da Paesi che garantiscano un accesso reciproco ai rispettivi mercati. Allo stesso tempo, la proposta non si tradurrebbe automaticamente in un divieto generalizzato per gli operatori economici extraeuropei.
L'obiettivo di questa riforma sarebbe quello di fare in modo che le risorse pubbliche europee destinate a infrastrutture, trasporti e transizione ecologica contribuiscano anche a rafforzare la capacità produttiva europea, creando occupazione qualificata, consolidando il know-how industriale e favorendo la localizzazione delle attività produttive all'interno dell'Unione.
Quale esempio, viene spesso richiamato anche il precedente della linea viola della metropolitana di Lisbona. In quel caso, la Commissione europea è intervenuta applicando il Regolamento sui sussidi esteri per ripristinare condizioni di concorrenza eque (level playing field) nel mercato interno. Questo episodio dimostrerebbe che l'Unione sta già utilizzando il proprio mercato come strumento di selezione strategica.
Un ulteriore elemento riguarda il rapporto tra politica industriale e legittimazione sociale del progetto europeo. In un editoriale pubblicato il 13 luglio 2026, “The Guardian” interpreta la crisi di Volkswagen e le difficoltà dell'industria automobilistica, chimica e manifatturiera pesante non soltanto come un problema di competitività internazionale, ma anche come una minaccia per l'occupazione e per la tenuta del modello sociale europeo. Da questo punto di vista, la preferenza europea avrebbe anche una funzione politica e sociale: dimostrare che l'Unione europea è in grado di tutelare quei settori produttivi dai quali dipendono salari, coesione territoriale e consenso democratico.
Un protezionismo selettivo regolato da criteri di reciprocità e compatibile con il diritto europeo e internazionale non rappresenterebbe l'opposto dell'autonomia strategica dell'Unione. Al contrario, costituirebbe la condizione minima per evitare una progressiva marginalizzazione produttiva dell'Europa all'interno di catene globali del valore sempre più governate da altre grandi potenze economiche.
Nina Celli, 15 luglio 2026
Il protezionismo può ridurre la dipendenza ma aumentare i costi
Il protezionismo, specie se presentato come risposta generale, può attenuare alcune vulnerabilità e contemporaneamente crearne di nuove. Mario Mariniello, su “Bruegel”, sostiene che imitare Stati Uniti e Cina nella “tech sovereignty” rischia di far salire i costi, incentivare ritorsioni e far perdere di vista i veri deficit europei: bassa integrazione dei mercati dei capitali, ritardi energetici, insufficiente capacità di ricerca, frammentazione regolativa e lentezza amministrativa. Anche Tillman Schenk, sul dossier semiconduttori, propone come criterio l’“indispensability” e non la “self-sufficiency”: cioè diventare un nodo irrinunciabile delle filiere, non tentare di replicarle integralmente entro i confini dell’Unione. La critica di fondo è che l’autonomia non coincide con la duplicazione domestica di tutto ciò che conta.
A questa critica si aggiunge un argomento di natura macroeconomica. In un working paper dedicato all'Unione europea, il Fondo Monetario Internazionale conclude che un'economia fortemente aperta come quella europea è particolarmente esposta ai rischi della frammentazione geoeconomica. Secondo l'analisi, scenari caratterizzati da maggiori restrizioni commerciali possono comportare costi significativi in termini di benessere economico, commercio internazionale, diffusione tecnologica e investimenti. Per questo motivo, il Fondo Monetario Internazionale raccomanda un approccio prudente, fondato sul rafforzamento del mercato unico europeo e sulla difesa del sistema commerciale multilaterale. Una posizione analoga è espressa dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), che riconosce il ritorno delle politiche industriali come strumento di intervento pubblico, ma sottolinea che esse dovrebbero essere progettate in modo da preservare mercati aperti e condizioni di concorrenza. In questa prospettiva, il rischio non riguarda soltanto il commercio internazionale: un ricorso eccessivo a meccanismi di preferenza per i produttori interni potrebbe ridurre l'efficienza nell'allocazione delle risorse, attenuare gli incentivi all'innovazione e determinare costi più elevati sia per le imprese sia per i consumatori.
Si richiama inoltre l'attenzione sul rischio di ritorsioni commerciali e di incertezza internazionale. L'Organizzazione mondiale del commercio (WTO) ha recentemente segnalato il livello più elevato degli ultimi quindici anni nel valore delle importazioni mondiali interessate da nuove misure restrittive. Parallelamente, “Euronews” ha riportato l'avvertimento rivolto dalla Cina agli Stati membri dell'Unione europea circa la possibilità di adottare contromisure nei confronti delle iniziative legate al "Made in Europe". Anche Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea (BCE), ha collegato l'aumento di dazi e restrizioni commerciali a un contesto di "nuova incertezza", capace di rendere ancora più fragile il sistema economico globale.
L'Unione europea dovrebbe quindi evitare di alimentare ulteriormente l'instabilità di un contesto internazionale già caratterizzato da una forte frammentazione. Il rischio politico è che un protezionismo europeo, concepito inizialmente come strumento di difesa dell'industria continentale, finisca invece per generare un aumento dei contenziosi commerciali, delle tensioni diplomatiche, dei costi intermedi di produzione e degli shock nelle catene di approvvigionamento, soprattutto nei settori maggiormente dipendenti da merci provenienti dall'estero. Inoltre, non tutte le produzioni possono essere rilocalizzate all'interno del mercato europeo; l'Unione continuerà inevitabilmente a dipendere da forniture esterne e da partner commerciali affidabili.
Se questa premessa è corretta, il nodo centrale non diventa l'adozione di un protezionismo generalizzato, bensì la qualità degli strumenti utilizzati. Criteri orientati alla resilienza delle catene di approvvigionamento, alla reciprocità nell'accesso ai mercati e alla tutela della sicurezza economica possono essere giustificati; al contrario, trasformare il mercato interno europeo in uno spazio di chiusura sistematica verso l'esterno rischierebbe di produrre effetti controproducenti.
Il protezionismo, dunque, può rappresentare uno degli strumenti a disposizione della politica economica europea, ma non costituisce l'unica alternativa alla dipendenza strategica. Quando viene elevato a principio generale dell'azione dell'Unione, rischia infatti di configurarsi come una soluzione più semplice da sostenere sul piano politico e comunicativo che da giustificare sotto il profilo economico e giuridico nel medio-lungo periodo.
Nina Celli, 15 luglio 2026
Senza strumenti difensivi l’autonomia resta solo un principio
La presunta "subalternità" dell'Unione europea non consiste semplicemente nell'elevata dipendenza dalle importazioni, ma soprattutto nella limitata capacità di decidere autonomamente quando commercio, tecnologia e catene del valore vengono utilizzati da altri attori come strumenti di pressione geopolitica. Il Regolamento anti-coercizione adottato dall'Unione europea nel 2023 nasce proprio da questa consapevolezza: l'UE ha ritenuto necessario dotarsi di un quadro giuridico volto a prevenire e, come extrema ratio, contrastare forme di coercizione economica esercitate da Paesi terzi. Parallelamente, il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) ha dimostrato la disponibilità dell'Unione a subordinare l'accesso al proprio mercato al rispetto di specifiche condizioni regolatorie, in questo caso di natura climatica. Questi due strumenti rappresentano un vero cambio di paradigma: l'apertura dei mercati non costituisce più un principio automatico, ma una scelta subordinata alla possibilità di tutelare gli interessi strategici e l'autonomia decisionale europea.
Questa impostazione trova ulteriore sostegno nello studio di Sinan Ülgen per Carnegie Europe, che evidenzia come le vulnerabilità dell'Unione europea siano concrete e non meramente teoriche. Alcuni prodotti caratterizzati da un'elevata dipendenza dalle importazioni e da una limitata sostituibilità (batterie, materie prime critiche, componenti elettronici e risorse energetiche) espongono infatti l'UE a shock economici suscettibili di ridurne il margine di autonomia politica. Lo studio sottolinea inoltre che tali dipendenze non riguardano esclusivamente la Cina: in diversi comparti strategici assumono un ruolo rilevante anche gli Stati Uniti e il Regno Unito. Per i sostenitori della linea protezionista, proprio questa pluralità delle dipendenze dimostra che il problema non consiste soltanto nella cosiddetta de-risking o nella riduzione della dipendenza dalla Cina, bensì nella necessità che l'Europa ricostruisca capacità industriali, produttive e negoziali facendo leva sugli strumenti di cui dispone direttamente: il mercato interno, il potere regolatorio e la domanda pubblica.
La crescente frammentazione geoeconomica non viene interpretata come una ragione per ridurre il grado di intervento pubblico, bensì come un motivo per rafforzare gli strumenti di politica economica e commerciale dell'Unione. Il rapporto congiunto della Banca centrale europea (BCE) e dello European Systemic Risk Board (ESRB) del gennaio 2026 qualifica, infatti, la frammentazione geoeconomica come un rischio sistemico per l'economia e la stabilità finanziaria europea. Allo stesso tempo, l'Organizzazione mondiale del commercio ha documentato il rapido aumento delle restrizioni commerciali introdotte a livello globale, mentre la presidente della BCE, Christine Lagarde, ha osservato come il commercio internazionale sia ormai divenuto un terreno di competizione geopolitica. Tali sviluppi non suggeriscono una posizione di neutralità, bensì rendono necessaria una credibile capacità europea di deterrenza economica. Se altre potenze utilizzano controlli sulle esportazioni, preferenze per la produzione nazionale, sussidi pubblici e controllo delle catene di approvvigionamento come strumenti di influenza strategica, un'Unione europea priva di contromisure rischia inevitabilmente di trovarsi in una posizione di subordinazione. Il protezionismo europeo, dunque, non rappresenterebbe un fine in sé, ma una forma di assicurazione strategica volta a preservare l'autonomia dell'Unione.
Il protezionismo europeo non coincide con una chiusura generalizzata dei mercati, bensì con l'adozione di strumenti mirati quali la priorità alle imprese europee nei settori strategici, l'accesso condizionato al mercato interno, il contrasto ai sussidi esteri distorsivi della concorrenza, la tutela contro la coercizione economica e l'applicazione di meccanismi correttivi come il Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere. In questa direzione si collocano diversi interventi della Commissione europea: l'applicazione del Regolamento sui sussidi esteri nel caso del progetto ferroviario di Lisbona, finalizzata a evitare che sovvenzioni provenienti da Paesi terzi alterassero gli esiti delle procedure di appalto; il nuovo quadro di salvaguardia per il settore siderurgico; e l'Industrial Decarbonisation Accelerator Act, volto a orientare investimenti pubblici e domanda verso le tecnologie strategiche europee. Secondo questa impostazione, senza strumenti di questo tipo l'autonomia strategica dell'Unione europea rischierebbe di rimanere un obiettivo dichiarato nei documenti programmatici e nei discorsi politici, ma privo di strumenti capaci di influenzare il comportamento degli altri attori dell'economia globale.
Nina Celli, 15 luglio 2026
L’alternativa credibile è più integrazione europea, non più chiusura
La risposta più efficace alla vulnerabilità dell'Unione non risiede nell'adozione di un paradigma protezionista, bensì nel completamento del mercato unico. In questa prospettiva si colloca l'intervento di Enrico Letta e Pascal Lamy del marzo 2026, secondo cui l'Europa dovrebbe concentrare i propri sforzi sull'integrazione dei mercati dei capitali, dell'energia e del digitale, sulla libera circolazione delle competenze e sul rafforzamento delle economie di scala. L'argomento centrale è che un continente economicamente frammentato non può aspirare a esercitare un'autonomia strategica. Le Conclusioni del Consiglio europeo del 19 giugno 2026 si inseriscono nella medesima prospettiva, sottolineando l'urgenza di dare piena attuazione all'iniziativa One Europe, One Market. La vera alternativa alla subalternità non sarebbe l'inasprimento delle barriere commerciali, bensì il superamento delle debolezze strutturali che ancora impediscono all'Unione europea di operare come un mercato realmente integrato e, di conseguenza, come un attore politico ed economico unitario.
Questa interpretazione trova ulteriore conferma nel Rapporto Draghi del 2024. Pur riconoscendo la legittimità di una politica industriale europea più incisiva, il documento individua nelle carenze interne dell'Unione il principale fattore della perdita di competitività rispetto alle altre grandi economie. Per questo motivo pone al centro della propria analisi il rafforzamento degli investimenti comuni, il conseguimento di adeguate economie di scala, la disponibilità di energia a costi competitivi, il sostegno all'innovazione, il completamento dell'Unione dei mercati dei capitali e un maggiore coordinamento delle politiche economiche. L'obiettivo non è rinunciare alla tutela degli interessi europei, bensì trasformare il peso economico dell'Unione in una capacità industriale e tecnologica coerente. Analogamente, uno studio pubblicato da Carnegie Europe nel 2026 evidenzia come molte delle dipendenze strategiche europee abbiano carattere dinamico e possano essere progressivamente ridotte attraverso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento, il rafforzamento delle capacità produttive interne e la riorganizzazione delle catene del valore, senza ricorrere necessariamente a una restrizione generalizzata degli scambi commerciali. La questione centrale diventa pertanto individuare un equilibrio tra apertura selettiva e consolidamento delle capacità interne, piuttosto che contrapporre rigidamente apertura e protezione.
L'Unione europea dispone già di un insieme articolato di strumenti giuridici e regolatori che consentono di tutelare gli interessi strategici europei senza ricorrere a un protezionismo generalizzato. Il Regolamento anti-coercizione permette di reagire a forme di pressione economica esercitate da Paesi terzi; il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) mira a correggere le asimmetrie derivanti da differenti standard climatici e competitivi; il Net-Zero Industry Act introduce criteri qualitativi, legati alla resilienza delle filiere e alla sostenibilità, nelle procedure di appalto e nei meccanismi di sostegno pubblico; infine, il Foreign Subsidies Regulation consente alla Commissione europea di intervenire quando sussidi concessi da governi extraeuropei alterano le condizioni di concorrenza nel mercato interno. Considerati nel loro insieme, questi strumenti delineano un modello di apertura regolata e condizionata, che si distingue sia dal tradizionale paradigma del libero scambio privo di correttivi sia da un'impostazione fondata sulla chiusura indiscriminata dei mercati. È proprio questa "terza via", fondata su integrazione economica, difesa selettiva, partenariati strategici e capacità di applicazione delle regole, a costituire la risposta più credibile al rischio di subordinazione geopolitica dell'Europa.
Non si invoca, dunque, un ritorno a una concezione liberista dell'integrazione economica internazionale, piuttosto, si afferma che il protezionismo non rappresenta né l'unica opzione disponibile né il paradigma più efficace per rafforzare l'autonomia strategica europea. Il Fondo monetario internazionale invita a privilegiare il rafforzamento del mercato unico e a evitare derive frammentarie. L'OCSE sostiene la compatibilità tra politiche industriali attive e mercati aperti. Lo stesso Consiglio europeo continua a presentare l'autonomia strategica e il completamento del mercato unico come obiettivi complementari e non alternativi.
La questione non consiste, quindi, nello stabilire se l'Unione europea debba proteggersi, bensì nell'individuare gli strumenti più efficaci per farlo: non attraverso un generale irrigidimento delle barriere commerciali, ma mediante una maggiore integrazione economica, investimenti comuni, coordinamento delle politiche europee e un utilizzo mirato degli strumenti giuridici già disponibili. La subalternità europea può essere superata non attraverso la chiusura dei mercati, ma rafforzando la capacità dell'Unione di agire come una vera potenza economica integrata.
Nina Celli, 15 luglio 2026