Nr. 482
Pubblicato il 08/07/2026
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Reddito universale necessario nell'era dell’intelligenza artificiale

PRO O CONTRO?

Fino a pochi anni fa il legame tra reddito di base universale (Universal Basic Income, UBI) e automazione era associato soprattutto a scenari di lungo periodo: la diffusione della robotica industriale, l'espansione delle piattaforme digitali e i possibili effetti sulla polarizzazione dei salari. L'affermazione dell'intelligenza artificiale generativa (generative AI) ha però modificato profondamente il quadro. Il dibattito si è esteso anche alle professioni impiegatizie, ai lavori cognitivi, alle occupazioni di ingresso nel mercato del lavoro e ai servizi ad alta intensità di informazione, mostrando che l'impatto dell'automazione non riguarda più soltanto le mansioni manuali o ripetitive.


IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:

01 - Un reddito di base può funzionare come stabilizzatore nell’era AI

Un reddito di base ridurrebbe l’insicurezza durante transizioni rapide e non lineari.

02 - L’ipotesi di disoccupazione di massa da IA resta ancora controversa

L’IA distrugge alcuni ruoli, ma in altri aumenta produttività, domanda e valore di skill umane.

03 - L’IA riapre il tema della distribuzione della ricchezza prodotta

Fondi sovrani e public wealth funds punterebbero a redistribuire rendite oggi concentrate.

04 - Universalità e adeguatezza rendono l’UBI fiscalmente difficile

Universalità, importo adeguato e sostenibilità fiscale raramente convivono senza forti imposte.

05 - Con l’UBI “nessuno lavorerà più” non è confermato dai dati

Finlandia, Germania e studi USA mostrano effetti più sfumati del “nessuno lavorerà più”.

06 - Il lavoro ha un valore sociale che va oltre il salario

Routine, relazioni, riconoscimento e partecipazione non si rimpiazzano automaticamente con cash.

 
01

Un reddito di base può funzionare come stabilizzatore nell’era AI

PRO

L'argomentazione favorevole al reddito di base universale (Universal Basic Income, UBI) parte dall'idea che l'intelligenza artificiale generativa (generative AI) stia accelerando i tempi del cambiamento economico e occupazionale. Se le precedenti ondate di automazione hanno interessato soprattutto singoli settori nell'arco di anni o decenni, la diffusione dell'IA coinvolge contemporaneamente numerose professioni, comprese quelle impiegatizie e cognitive. Le evidenze disponibili non indicano ancora una disoccupazione di massa, ma segnalano vulnerabilità concentrate in alcune categorie di lavoratori. La Banca Mondiale (World Bank) ha rilevato, negli Stati Uniti, una riduzione della domanda di lavoro nelle occupazioni maggiormente esposte alla sostituzione tecnologica, con effetti più marcati nei ruoli amministrativi e nelle posizioni di ingresso (entry-level). Il Fondo Monetario Internazionale (FMI), inoltre, stima che circa il 40% dei posti di lavoro nel mondo sia esposto a trasformazioni legate all'intelligenza artificiale, mentre l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO – International Labour Organization) sottolinea che l'IA può contemporaneamente aumentare la produttività, modificare l'organizzazione del lavoro e accentuare le pressioni redistributive, con effetti diversi a seconda delle mansioni e dei contesti produttivi.
In questo scenario, i sostenitori dell'UBI ritengono che gli attuali sistemi di protezione sociale, progettati per affrontare crisi settoriali o cicliche, possano rivelarsi inadeguati di fronte a una trasformazione tecnologica capace di incidere simultaneamente su numerosi segmenti del mercato del lavoro. Da questa considerazione nasce l'idea del reddito di base come "stabilizzatore automatico", ossia come uno strumento in grado di garantire una soglia minima di sicurezza economica durante le fasi di transizione, indipendentemente dalla posizione occupazionale delle persone.
Ciò trova riscontro anche in alcune riflessioni sviluppate dagli stessi protagonisti dell'ecosistema dell'intelligenza artificiale. Nel proprio quadro di analisi economica, Anthropic ipotizza scenari nei quali il problema principale non consiste tanto nel favorire la crescita economica, quanto nel distribuire in modo più equilibrato i benefici generati dall'IA, qualora si verificasse una separazione strutturale tra crescita della produttività e redditi da lavoro. Nello scenario definito "transformative disruption" ("trasformazione dirompente"), l'azienda osserva che le tradizionali reti di protezione sociale (safety nets) potrebbero non essere sufficienti e indica, tra le possibili opzioni da valutare, il reddito di base universale, fondi sovrani alimentati dai profitti dell'IA e forme di partecipazione collettiva al capitale delle imprese (equity-sharing). Anche OpenAI, pur senza sostenere un modello specifico, inserisce nella propria agenda di politica pubblica strumenti come i fondi pubblici di ricchezza (public wealth funds) e sistemi di protezione sociale adattabili (adaptive safety nets), capaci di accompagnare le trasformazioni del mercato del lavoro.
Il reddito di base qui non viene presentato semplicemente come un trasferimento monetario, ma come uno degli strumenti possibili per costruire un'infrastruttura redistributiva capace di adattarsi rapidamente a cambiamenti economici di grande portata. L'obiettivo sarebbe quello di evitare che i benefici derivanti dall'aumento della produttività si concentrino in una quota limitata di soggetti, mentre i costi della transizione ricadano prevalentemente sui lavoratori più esposti alla sostituzione tecnologica.
Esiste anche una motivazione di carattere politico e sociale. Nel Regno Unito, ad esempio, Jason Stockwood ha sostenuto che strumenti di sostegno al reddito potrebbero contribuire ad accompagnare con maggiore gradualità i settori più colpiti dall'intelligenza artificiale. Analogamente, il think tank Brookings Institution sostiene che la risposta pubblica non possa limitarsi a favorire l'innovazione, ma debba combinare regolazione, incentivi e adeguati meccanismi di protezione sociale (buffers). Il reddito di base, dunque, non è considerato una soluzione esaustiva né destinata a sostituire tutte le altre politiche del lavoro, bensì una componente di una strategia più ampia.
Una misura universale e poco condizionata potrebbe attenuare gli effetti sociali della transizione tecnologica, offrendo una maggiore sicurezza economica ai gruppi più vulnerabili, come giovani, lavoratori precari e persone con minore potere contrattuale. Il principale punto di forza dell'UBI risiederebbe proprio nella sua capacità di intervenire immediatamente, riducendo il rischio che l'incertezza prodotta dall'evoluzione dell'intelligenza artificiale si trasformi in una condizione permanente di insicurezza economica e sociale.

Nina Celli, 8 luglio 2026

 
02

L’ipotesi di disoccupazione di massa da IA resta ancora controversa

CONTRO

Sebbene esistano segnali di sostituzione di alcune mansioni, le evidenze disponibili non descrivono un'evoluzione inevitabile verso una generalizzata "fine del lavoro". Al contrario, molti studi delineano un impatto più articolato. PwC (PricewaterhouseCoopers) rileva che i settori maggiormente esposti all'intelligenza artificiale registrano livelli più elevati di produttività e che, in numerosi casi, le trasformazioni tecnologiche accrescono il valore di competenze umane come capacità di giudizio, creatività e leadership. Analogamente, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO – International Labour Organization) sottolinea che gli effetti dell'intelligenza artificiale dipendono dal modo in cui essa viene integrata nei processi produttivi: la stessa tecnologia può automatizzare alcune attività, ma al tempo stesso aumentare la domanda di competenze complementari e favorire nuove forme di organizzazione del lavoro.
Anche il Fondo Monetario Internazionale (FMI) evidenzia un quadro meno univoco di quanto suggeriscano gli scenari più pessimisti. Oltre a stimare che una quota significativa dell'occupazione mondiale sarà interessata dall'intelligenza artificiale, il Fondo rileva che stanno emergendo premi salariali per le competenze più richieste dalla nuova economia digitale e sostiene che la questione decisiva non sia l'inevitabilità di un crollo dell'occupazione, bensì la capacità di imprese, lavoratori e istituzioni di prepararsi alla transizione. Nella stessa direzione si collocano le analisi della Banca Mondiale (World Bank), che documentano una riduzione della domanda di lavoro in alcune professioni particolarmente esposte, ma descrivono tali risultati come ancora preliminari e fortemente differenziati tra settori economici, occupazioni e livelli di esperienza.
Da qui, introdurre un reddito di base universale (Universal Basic Income, UBI) come risposta principale ai cambiamenti prodotti dall'intelligenza artificiale rischierebbe di trasformare in politica permanente una diagnosi ancora incompleta. Il dibattito dovrebbe piuttosto concentrarsi su come orientare l'innovazione tecnologica, e non limitarsi a compensarne gli effetti attraverso trasferimenti monetari universali. Per questo motivo, numerosi studiosi e istituzioni propongono un diverso ordine di priorità. Il Brookings Institution, ad esempio, suggerisce politiche volte a favorire un'intelligenza artificiale orientata al lavoro (pro-worker AI), accompagnate da maggiore trasparenza nei processi di automazione, obblighi informativi in caso di licenziamenti collegati all'adozione dell'IA, diritto alla riqualificazione professionale (retraining) e investimenti nella formazione continua. Un'impostazione analoga emerge anche dall'approccio dell'Unione europea, che attraverso l'AI Act e il piano strategico per il cosiddetto "Continente dell'IA" mira a governare l'adozione dell'intelligenza artificiale mediante regole, tutela dei diritti fondamentali e gestione dei rischi, piuttosto che intervenire esclusivamente a valle con strumenti redistributivi.
Una visione centrata solo sull'UBI rischia inoltre di trasmettere implicitamente l'idea che una crescente quota della popolazione sia destinata a vivere stabilmente al di fuori del lavoro retribuito. L'obiettivo prioritario delle politiche pubbliche, invece, deve rimanere quello di preservare opportunità di occupazione di qualità, sostenere la mobilità professionale, rafforzare la contrattazione collettiva e favorire la partecipazione dei lavoratori ai benefici della trasformazione tecnologica. Ne deriva anche una diversa gerarchia degli strumenti di intervento. Anziché introdurre subito un reddito di base universale, si propone di rafforzare misure più mirate, come sistemi di assicurazione salariale per chi subisce perdite di reddito, ammortizzatori sociali temporanei più efficaci, servizi pubblici di orientamento e ricollocazione, incentivi all'adozione di tecnologie complementari al lavoro umano, investimenti nell'istruzione, nella sanità e nei servizi di cura, oltre a una regolazione più rigorosa della gestione algoritmica del lavoro (algorithmic management) e al rafforzamento dei diritti di informazione e consultazione dei lavoratori.
La posizione contraria, dunque, non nega che l'intelligenza artificiale possa generare profonde trasformazioni del mercato del lavoro. Contesta però il passaggio logico secondo cui il riconoscimento di tali rischi implicherebbe necessariamente l'adozione di un reddito di base universale. L'obiettivo, secondo questa impostazione, dovrebbe essere innanzitutto orientare la direzione dello sviluppo tecnologico e ridurre la vulnerabilità dei lavoratori attraverso politiche attive, regolazione e investimenti nel capitale umano, valutando solo in un secondo momento l'eventuale ricorso a misure redistributive universali e permanenti.

Nina Celli, 8 luglio 2026

 
03

L’IA riapre il tema della distribuzione della ricchezza prodotta

PRO

Il reddito di base universale non si motiva solo con la perdita di posti di lavoro, ma anche con il problema della distribuzione della ricchezza prodotta dall'intelligenza artificiale. Non si tratta solo di garantire un reddito a chi potrebbe essere penalizzato dalla trasformazione tecnologica, ma anche di stabilire chi debba beneficiare dei rendimenti economici generati dall'IA. Se dati, modelli, infrastrutture di calcolo, proprietà intellettuale e mercati tendono a concentrarsi nelle mani di un numero limitato di imprese, anche gli incrementi di produttività rischiano di tradursi in una crescente concentrazione della ricchezza.
Da ciò derivano alcune delle proposte più discusse nel 2026. Il senatore statunitense Bernie Sanders ha proposto la creazione di un fondo sovrano alimentato dal trasferimento di quote azionarie delle principali aziende che sviluppano intelligenza artificiale, con l'obiettivo di distribuire periodicamente dividendi ai cittadini. Anche OpenAI ha indicato tra le possibili opzioni di politica economica la costituzione di fondi pubblici di ricchezza (public wealth funds), mentre Anthropic richiama strumenti quali dividendi digitali (AI dividends), nuove forme di tassazione dei profitti derivanti dall'intelligenza artificiale e fondi sovrani finanziati dalle rendite generate dal settore.
Il principio che accomuna queste proposte è che la crescita prodotta dall'intelligenza artificiale non dipende esclusivamente dall'iniziativa privata. Lo sviluppo dei sistemi di IA è infatti reso possibile anche da investimenti pubblici nella ricerca, dall'istruzione, dalle infrastrutture digitali, dall'accumulazione di dati prodotti dalla collettività e dall'esistenza di mercati regolati e istituzioni stabili. Una parte del valore economico creato grazie a tali risorse comuni dovrebbe quindi ritornare alla collettività non soltanto attraverso il sistema fiscale, ma anche mediante forme di partecipazione patrimoniale ai rendimenti della nuova economia.
Il Panel delle Nazioni Unite sull'Intelligenza Artificiale e l'UNESCO sottolineano la necessità che i benefici dell'IA siano distribuiti in modo più equilibrato, evitando che si concentrino esclusivamente nei Paesi o negli attori economici già più forti. Le analisi della Banca Mondiale (World Bank) e dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO – International Labour Organization) evidenziano inoltre che la crescita della produttività non garantisce automaticamente una distribuzione diffusa dei benefici economici: in alcuni contesti, l'innovazione può tradursi in un aumento della ricchezza complessiva accompagnato da una maggiore concentrazione dei redditi.
Il reddito di base universale, o strumenti analoghi, viene interpretato come un meccanismo di cittadinanza economica. L'obiettivo non sarebbe soltanto compensare chi subisce gli effetti della trasformazione tecnologica, ma consentire a tutti i cittadini di partecipare ai benefici economici prodotti da un'infrastruttura costruita anche grazie a risorse pubbliche e collettive.
Per questo motivo è opportuno distinguere il reddito di base dalle tradizionali misure assistenziali selettive. Non si tratterebbe di un semplice sussidio destinato a chi perde il lavoro, bensì di una modalità attraverso cui la collettività partecipa ai frutti della crescita generata dall'intelligenza artificiale. Il dibattito più recente, infatti, tende sempre più a collegare il tema dell'UBI a strumenti quali dividendi dell'IA (AI dividends), fondi sovrani (sovereign wealth funds), conti individuali di capitale (capital accounts) e riforme della fiscalità (tax modernization), considerando il reddito di base una delle possibili architetture istituzionali per redistribuire le rendite derivanti dall'economia dell'intelligenza artificiale.

Nina Celli, 8 luglio 2026

 
04

Universalità e adeguatezza rendono l’UBI fiscalmente difficile

CONTRO

La principale obiezione al reddito di base universale riguarda la sua sostenibilità finanziaria. L'idea di garantire a ogni cittadino un trasferimento monetario individuale, periodico e sufficiente a coprire i bisogni essenziali comporta infatti costi molto elevati. L'Institute for Fiscal Studies (IFS) osserva che, nel Regno Unito, anche un UBI di importo relativamente contenuto richiederebbe una spesa pubblica annua molto alta. Una conclusione analoga emerge dall'analisi dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), che già nel 2017 evidenziava come il reddito di base rappresenti uno strumento utile per riflettere sui limiti dei sistemi di welfare esistenti, ma imponga al tempo stesso un confronto approfondito sulle modalità di finanziamento e sui suoi effetti redistributivi.
Le proposte avanzate negli ultimi anni non considerano più il reddito di base come una misura facilmente sostenibile attraverso le entrate ordinarie dello Stato. Anthropic, ad esempio, richiama la necessità di individuare nuove basi imponibili legate all'economia dell'intelligenza artificiale, ipotizzando dividendi digitali e forme di tassazione delle rendite generate dall'IA. Il senatore statunitense Bernie Sanders propone la creazione di un fondo sovrano alimentato anche dal conferimento di quote azionarie delle grandi imprese del settore, mentre OpenAI inserisce tra le possibili opzioni una modernizzazione del sistema fiscale e la costituzione di fondi pubblici di ricchezza (public wealth funds). Il confronto, quindi, non riguarda più tanto la possibilità teorica di finanziare un UBI, quanto la scelta se destinare risorse così ingenti a un trasferimento universale oppure ad altre forme di welfare e redistribuzione.
Da una prospettiva critica, l'universalità del beneficio genera almeno tre ordini di problemi. Il primo riguarda l'efficienza nell'allocazione delle risorse pubbliche. Poiché il reddito di base viene corrisposto indipendentemente dalla condizione economica dei beneficiari, una parte significativa della spesa finirebbe anche a favore di persone che non si trovano in situazioni di bisogno. Ciò potrebbe ridurre le risorse disponibili per interventi più mirati a sostegno dei lavoratori maggiormente colpiti dalla trasformazione tecnologica o delle fasce sociali più vulnerabili.
Il secondo problema è di natura politica e fiscale. Per mantenere nel tempo una misura di carattere universale sarebbero necessari aumenti significativi della pressione fiscale oppure un livello del beneficio relativamente contenuto. In quest'ultimo caso, il rischio sarebbe quello di introdurre un reddito di base insufficiente a garantire una reale sicurezza economica, pur continuando ad assorbire una quota rilevante della spesa pubblica.
La terza criticità riguarda la capacità amministrativa dello Stato. In numerosi Paesi, soprattutto a basso e medio reddito, l'introduzione di un sistema universale richiederebbe infrastrutture amministrative ancora incomplete: registri anagrafici affidabili, sistemi di identificazione digitale, meccanismi efficienti di pagamento, capacità di riscossione fiscale e strutture amministrative in grado di gestire programmi di tale portata. Sia l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO – International Labour Organization) sia Anthropic sottolineano, pur da prospettive differenti, che il rafforzamento di queste capacità istituzionali costituisce un presupposto essenziale per qualsiasi riforma redistributiva su larga scala.
Queste criticità non implicano che il reddito di base debba essere escluso in via definitiva dal dibattito pubblico. Ritengono però che, prima di discuterne l'opportunità politica, sia necessario chiarirne con precisione l'architettura finanziaria, il rapporto con le prestazioni sociali già esistenti, le modalità di finanziamento e le priorità di spesa.
Inoltre, quanto più il dibattito collega il reddito di base agli effetti economici dell'intelligenza artificiale, tanto più le questioni diventano di natura macroeconomica. Occorre infatti stabilire chi debba appropriarsi dei nuovi rendimenti generati dall'IA, attraverso quali strumenti fiscali possano essere redistribuiti, con quali tempi e con quali effetti sulla competitività delle imprese, sugli investimenti, sui prezzi, sul consenso politico e sul coordinamento internazionale dei sistemi tributari. In assenza di risposte sufficientemente solide a questi interrogativi, i critici ritengono preferibile concentrare le risorse sul rafforzamento degli ammortizzatori sociali selettivi, delle politiche attive del lavoro, dei servizi pubblici e delle tutele dei lavoratori, considerandoli strumenti più sostenibili e maggiormente adattabili all'evoluzione dell'economia dell'intelligenza artificiale.

Nina Celli, 8 luglio 2026

 
05

Con l’UBI “nessuno lavorerà più” non è confermato dai dati

PRO

Spesso di ritiene che un trasferimento monetario incondizionato potrebbe ridurre la disponibilità a lavorare. Le principali sperimentazioni condotte negli ultimi anni restituiscono però un quadro più articolato. L'esperimento finlandese sul reddito di base, concluso nel 2020, non ha evidenziato incrementi significativi dell'occupazione, ma ha registrato miglioramenti nella sicurezza economica percepita, nel benessere psicologico e nella fiducia nelle istituzioni. Analogamente, il progetto tedesco coordinato dal Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung (DIW Berlin) ha rilevato che i beneficiari non hanno abbandonato il mercato del lavoro, ma mostrando livelli più elevati di benessere, salute mentale e autonomia nelle scelte di vita. Negli Stati Uniti, gli studi del National Bureau of Economic Research (NBER) relativi all'esperimento OpenResearch hanno osservato una lieve riduzione delle ore lavorate e alcuni cambiamenti nelle scelte occupazionali, accompagnati però da un aumento della spesa per consumi, da maggiori investimenti in formazione e da decisioni familiari e finanziarie più orientate al medio periodo.
Nel loro insieme, questi risultati non dimostrano che un programma nazionale di reddito di base produrrebbe gli stessi effetti, né che sarebbe privo di criticità. Tuttavia, mettono in discussione la versione più rigida dell'obiezione comportamentale, secondo cui un trasferimento incondizionato determinerebbe automaticamente un diffuso disincentivo al lavoro.
Questa considerazione assume particolare rilievo nel contesto dell'intelligenza artificiale generativa, che sta modificando soprattutto le mansioni ripetitive, amministrative e di ingresso nel mercato del lavoro. La questione non riguarda soltanto il numero di ore che le persone sono disposte a lavorare, ma anche la loro capacità di affrontare transizioni professionali sempre più frequenti, investire nella formazione, dedicare tempo alla cura familiare, avviare iniziative imprenditoriali o cercare occupazioni maggiormente coerenti con le proprie competenze. Un sostegno economico incondizionato può offrire maggiore margine decisionale durante queste fasi di cambiamento, favorendo investimenti nel capitale umano e consentendo alle persone di pianificare le proprie scelte con minore timore. In modo analogo, il Brookings Institution invita a valutare gli effetti delle politiche di sostegno al reddito attraverso un insieme più ampio di indicatori, che includano non soltanto i livelli di occupazione, ma anche la sicurezza economica, la capacità di adattamento ai cambiamenti del mercato del lavoro e la qualità dell'occupazione.
Il reddito di base universale non è un incentivo all'inattività, bensì come uno strumento capace di rendere meno traumatiche le transizioni occupazionali che potrebbero accompagnare la diffusione dell'intelligenza artificiale. Potrebbe offrire alle persone il tempo e le risorse necessarie per adattarsi a un mercato caratterizzato da percorsi professionali più discontinui e meno prevedibili.
Nei casi analizzati non emerge un abbandono generalizzato del mercato del lavoro dopo l’introduzione dell’UBI, né un crollo della partecipazione economica. Si osservano invece effetti più sfumati: in alcuni casi una moderata riduzione delle ore lavorate, accompagnata da un miglioramento del benessere psicologico, da una maggiore libertà di scelta e da decisioni meno condizionate dall'urgenza di ottenere un reddito immediato. Il dibattito dovrebbe dunque basarsi sui risultati della ricerca empirica piuttosto che su presupposti teorici non ancora confermati.

Nina Celli, 8 luglio 2026

 
06

Il lavoro ha un valore sociale che va oltre il salario

CONTRO

Il lavoro svolge una funzione che va oltre la semplice produzione di reddito. Come ha osservato Stephen Bush sul “Financial Times”, il lavoro non rappresenta soltanto una fonte di guadagno, ma contribuisce a strutturare il tempo, creare relazioni sociali, favorire il riconoscimento personale e offrire occasioni di partecipazione alla vita collettiva. Da questa prospettiva, le trasformazioni indotte dall'intelligenza artificiale non possono essere affrontate esclusivamente attraverso trasferimenti monetari, perché riguardano anche il ruolo sociale del lavoro e la qualità della partecipazione economica.
Questa impostazione trova riscontro anche nelle istituzioni europee. Un briefing del Parlamento europeo dedicato all'impatto dell'intelligenza artificiale nei luoghi di lavoro evidenzia che tali tecnologie non modificano soltanto la produttività, ma incidono sull'organizzazione del lavoro, sull'esercizio del potere manageriale, sulla tutela dei diritti dei lavoratori e sulla possibilità di mantenere un controllo umano sulle decisioni automatizzate. Nella stessa direzione si collocano il piano europeo per il cosiddetto "Continente dell'IA" e l'AI Act, che adottano un approccio definito "umanocentrico", secondo il quale innovazione tecnologica, competitività economica e tutela dei diritti fondamentali devono procedere congiuntamente.
L'obiettivo delle politiche pubbliche non dovrebbe essere quello di sostituire il lavoro con un reddito garantito, bensì di accompagnarne la trasformazione, preservandone il valore economico e sociale. Ciò significa limitare le forme di automazione considerate dannose, rafforzare la dignità professionale, sostenere la contrattazione collettiva, garantire trasparenza nell'utilizzo degli algoritmi e mantenere adeguati margini di intervento umano nelle decisioni che incidono sull'attività lavorativa.
Il dibattito più recente, infatti, non riguarda soltanto il rischio di una riduzione dei redditi. Sempre più analisi evidenziano la possibilità che l'intelligenza artificiale riduca le opportunità di ingresso nel mercato del lavoro, impoverisca i percorsi di apprendimento professionale e renda meno frequenti quelle esperienze che consentono ai lavoratori di acquisire competenze, costruire reti relazionali e progredire nella carriera. Parallelamente, vi è il timore che possa accentuarsi una divisione tra chi controlla il capitale, i dati e i sistemi di intelligenza artificiale e chi, invece, riceve prevalentemente forme di sostegno economico senza partecipare direttamente alla creazione del nuovo valore.
Per questo motivo, numerosi studiosi e istituzioni propongono una strategia diversa rispetto all'introduzione di un reddito di base universale. Il Brookings Institution, ad esempio, suggerisce di combinare misure di regolazione (brakes) e politiche di indirizzo (steers) volte a orientare lo sviluppo tecnologico verso modelli complementari al lavoro umano. Qui assumono particolare rilievo gli investimenti nella formazione continua, nelle politiche industriali, nei servizi di cura, nella sanità e nell'istruzione, insieme a una disciplina più rigorosa della gestione algoritmica del lavoro (algorithmic management), all'obbligo di mantenere un controllo umano nelle decisioni automatizzate (human in the loop) e al rafforzamento dei diritti di informazione e consultazione dei lavoratori.
La transizione verso un'economia fondata sull'intelligenza artificiale non deve limitarsi a garantire il potere d'acquisto dei cittadini, ma deve preservare anche la loro autonomia, la possibilità di partecipare attivamente al mercato del lavoro e la capacità di incidere sulle trasformazioni organizzative.
Da questa prospettiva, il reddito di base universale rischia di rappresentare una risposta parziale a un problema più ampio. Se la sfida principale consiste nella crescente concentrazione del potere economico e tecnologico, un trasferimento monetario può attenuare le conseguenze economiche della trasformazione, ma non modifica status professionale, controllo dei processi produttivi e partecipazione dei cittadini alla vita economica. Il reddito può quindi ridurre gli effetti immediati dell'innovazione, ma non sostituisce il ruolo che il lavoro continua a svolgere nella costruzione dell'identità individuale, dell'integrazione sociale e dell'esercizio della cittadinanza.

Nina Celli, 8 luglio 2026

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