Nr. 437
Pubblicato il 06/03/2026
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Serve un’Agenzia Internazionale per l’IA come per il nucleare?

PRO O CONTRO?

Negli ultimi anni il dibattito pubblico sull’Intelligenza Artificiale (IA) si è spostato da una domanda di principio – “se” regolare la tecnologia – a una domanda molto più concreta: “come” governarla. L’IA è infatti una tecnologia general purpose, cioè applicabile a molti ambiti diversi, capace di incidere su infrastrutture critiche, sistemi informativi, sicurezza e competitività economica. Inoltre, i suoi effetti non si fermano ai confini nazionali: modelli, dati e piattaforme circolano globalmente, rendendo difficile una regolazione puramente statale.


IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:

01 - Serve un’agenzia internazionale come infrastruttura di fiducia e verifica

Un’agenzia potrebbe fissare standard comuni di valutazione e ridurre rischi transfrontalieri.

02 - L’analogia con il nucleare è imperfetta: si rischia un’agenzia simbolica o politicizzata

Ispezioni e compliance globale sarebbero più difficili che per materiali e impianti fisici.

03 - È necessario un organismo globale per evitare un’IA “a due velocità”

Strumenti ONU possono ridurre asimmetrie tra Paesi nell’accesso a competenze e dati.

04 - Meglio una rete di regole e standard che un’unica autorità mondiale

Coordinare reti esistenti può essere più realistico che creare una nuova autorità mondiale.

 
01

Serve un’agenzia internazionale come infrastruttura di fiducia e verifica

PRO

Un argomento centrale a favore di un’agenzia internazionale per l’IA è l’idea di trasformare la “governance” da insieme di principi e impegni volontari a infrastruttura operativa di fiducia: standard comuni, metodi condivisi e capacità indipendente di valutazione. Nel febbraio 2026 l’ONU ha presentato e messo in marcia un tassello di questa logica con l’Independent International Scientific Panel on AI, descritto come strumento per fornire insight scientifici rigorosi e per colmare il divario di conoscenza tra Stati con diverse capacità tecnologiche. La narrazione pubblica intorno al panel sottolinea che, in un contesto in cui lo sviluppo dell’IA procede rapidamente mentre la comprensione dei suoi effetti resta molto disomogenea tra i Paesi, rendere disponibili a tutti gli Stati analisi scientifiche comparabili può contribuire a riequilibrare la capacità di prendere decisioni informate.
La proposta di una “AIEA dell’IA” – evocata nel dibattito anche da leader del settore come Sam Altman – mira a compiere un passo ulteriore rispetto alla sola condivisione della conoscenza scientifica. L’obiettivo sarebbe costruire meccanismi di coordinamento internazionale capaci di influenzare concretamente pratiche, incentivi e standard nel settore dell’intelligenza artificiale.
Nella versione più discussa, un simile organismo potrebbe svolgere diverse funzioni. Tra queste: valutazioni indipendenti dei modelli di IA più avanzati, soglie comuni di trasparenza e disclosure, e procedure di segnalazione degli incidenti comparabili tra Paesi. Lo scopo sarebbe ridurre rischi che attraversano i confini nazionali – come attacchi informatici, disinformazione, usi criminali o applicazioni dual use – evitando di affidarsi esclusivamente a standard volontari definiti dalle aziende.
La possibilità tecnica di standardizzare test e valutazioni non è solo teorica. L’International AI Safety Report 2026 sottolinea infatti il ruolo crescente delle evaluation e delle pratiche di gestione del rischio nello sviluppo e nella diffusione dei sistemi di IA. Allo stesso tempo, il rapporto evidenzia che molte iniziative attuali restano volontarie e frammentate, con livelli di applicazione molto diversi tra organizzazioni e Paesi.
In questa prospettiva, un’eventuale agenzia internazionale – o una struttura di coordinamento particolarmente forte – avrebbe soprattutto una funzione di armonizzazione. Potrebbe definire categorie condivise di rischio, rendere comparabili le metriche di valutazione, stabilire protocolli minimi comuni e creare canali istituzionali rapidi per la comunicazione tra governi in caso di incidenti o problemi rilevanti legati all’IA.
Un ulteriore rinforzo a questa visione riguarda la riduzione della frammentazione regolativa. La stessa discussione sulla “sovranità dell’IA” mostra che strategie non coordinate possono ridurre interoperabilità, accentuare tensioni tra blocchi e rendere più costoso per attori pubblici e privati operare in ambienti giuridici divergenti. L’idea di un’agenzia internazionale, in questa lettura, non sostituisce i regolatori nazionali o regionali, ma produce un livello “base” di standard e procedure tecniche condivise, a cui le giurisdizioni possono agganciarsi (o che possono usare come riferimento). Alcune proposte multilaterali recenti si muovono esplicitamente in questa direzione. Il policy brief pubblicato dal Center on International Cooperation della NYU il 28 gennaio 2026, ad esempio, immagina un processo promosso dalle Nazioni Unite che non si limiti a produrre nuove dichiarazioni di principio, ma sviluppi strumenti operativi. Tra questi vengono citati un framework globale per la valutazione dei modelli di IA più avanzati (frontier models) e meccanismi che rendano interoperabili i diversi sistemi regolativi nazionali o regionali.
Se un simile percorso fosse istituzionalizzato attraverso una vera e propria agenzia internazionale, i sostenitori ritengono che si potrebbero garantire maggiore continuità, risorse e responsabilità nel tempo, superando i limiti di una cooperazione basata soprattutto su incontri periodici tra governi, spesso descritta come una forma di “summit diplomacy” intermittente.

Nina Celli, 6 marzo 2026

 
02

L’analogia con il nucleare è imperfetta: si rischia un’agenzia simbolica o politicizzata

CONTRO

Una tesi contraria parte da una critica di fondo: l’analogia con il nucleare può essere evocativa sul piano comunicativo, ma non necessariamente funziona sul piano operativo. Il nucleare è legato a materiali, impianti e catene di fornitura fisiche, mentre l’IA è software, dati e infrastrutture digitali distribuite. Ciò rende più complesso definire cosa un’agenzia dovrebbe “ispezionare”, con quali poteri e con quale verificabilità. Questa difficoltà si traduce in un rischio politico: creare un organismo internazionale ambizioso ma privo di strumenti verificabili può produrre un’apparenza di controllo (“governance theatre”) senza ridurre i rischi. La domanda “serve un’agenzia?” diventa allora: serve davvero un’entità centralizzata, o sarebbe più realistico rafforzare strumenti meno pretenziosi ma più attuabili? Il commento di Chatham House sui summit dell’IA insiste proprio sul gap tra dichiarazioni e implementazione: molti processi globali producono impegni volontari e coordinamento informale, ma faticano a stabilizzare obblighi operativi e continuità.
Un altro punto critico è la politicizzazione. Il voto ONU sul panel scientifico ha mostrato che anche un organismo dichiaratamente tecnico può diventare terreno di scontro geopolitico. L’“Associated Press” riporta che la rappresentanza statunitense ha contestato la legittimità dell’ONU nel “dettare” governance dell’IA, denunciando un processo poco trasparente e affermando che gli USA non intendono cedere autorità a organismi internazionali potenzialmente influenzati da regimi autoritari. In questa lettura, un’agenzia globale potrebbe essere non solo inefficace, ma addirittura controproducente: se non riconosciuta dalle principali potenze tecnologiche, rischierebbe di frammentare ulteriormente le regole (alcuni Stati aderenti, altri no) e di trasformarsi in arena di soft power. La dinamica emersa nel febbraio 2026 suggerisce che il livello ONU può essere contestato proprio dai Paesi che detengono maggiore capacità industriale e infrastrutturale, generando un paradosso: l’agenzia nasce per governare i più forti, ma i più forti potrebbero non “riconoscerla”.
A questo si aggiunge anche un’argomentazione legata al design istituzionale. Il dibattito sulla cosiddetta “blueprint” ONU del 2024 ha già mostrato, secondo diversi analisti, che proposte molto ampie di governance globale possono incontrare difficoltà pratiche: rischiano di restare vaghe, di sovrapporsi a iniziative già esistenti o di essere difficili da tradurre in strumenti operativi.
Un’analisi del Brookings Institution del 29 agosto 2024 distingue infatti tra aspetti promettenti e criticità di un possibile approccio ONU alla governance dell’IA. In particolare, il rapporto richiama l’attenzione sulla necessità di evitare strutture troppo generiche o politicamente fragili, che potrebbero risultare difficili da implementare o esposte a tensioni geopolitiche.
Anche l’esperienza di iniziative multilaterali già esistenti offre indicazioni simili. Un articolo, sempre del Brookings Institution, del 20 settembre 2024, dedicato al partenariato internazionale GPAI (Global Partnership on AI), sottolinea che la creazione di nuove istituzioni globali richiede alcune condizioni precise: un mandato chiaro, risorse adeguate e un rapporto ben definito con le organizzazioni già attive nel settore. In assenza di questi elementi, il rischio è che nuove strutture istituzionali finiscano per aumentare la complessità della governance internazionale, senza migliorare realmente il coordinamento.
In sintesi, un’agenzia internazionale “stile AIEA” potrebbe nascere come compromesso simbolico, ma rimanere contestata e debole: troppo politicizzata per essere tecnica, troppo tecnica per essere politica, e priva di strumenti realmente verificabili per incidere sui rischi.

Nina Celli, 6 marzo 2026

 
03

È necessario un organismo globale per evitare un’IA “a due velocità”

PRO

Una seconda tesi favorevole sposta l’accento dalla sicurezza alla giustizia distributiva e alla legittimità del governo dell’IA. Se i sistemi di intelligenza artificiale diventano infrastrutture economiche e sociali, la governance incide su chi beneficia, chi paga i costi e chi partecipa alle scelte. Parte della spinta verso soluzioni multilaterali nasce dalla percezione che le capacità chiave (compute, dati, talenti e filiere industriali) siano concentrate e possano generare dipendenze, sia tecnologiche sia normative. Nel febbraio 2026 Amandeep Singh Gill (ONU) ha sottolineato pubblicamente che l’IA deve essere leva di inclusione e non amplificatore di disuguaglianze globali, richiamando l’esigenza di cooperazione e capacity building. Un’architettura globale può offrire una sede dove i Paesi con minore peso negoziale chiedono strumenti concreti (accesso a competenze, infrastrutture condivise, trasferimento di capacità regolatoria) invece di subire standard dettati altrove.
Questa dimensione è presente anche nelle motivazioni ufficiali alla base dell’iniziativa ONU che ha portato alla creazione del panel. L’idea di fondo è che tutti gli Stati membri debbano poter partecipare al dibattito e alle decisioni sull’IA su basi più equilibrate, indipendentemente dal loro livello di sviluppo tecnologico. Questo obiettivo è stato esplicitato nella comunicazione delle Nazioni Unite legata alla nomina del panel ed è stato ripreso anche nella copertura mediatica del voto. Se si traduce questo principio nel linguaggio di una possibile agenzia internazionale, il risultato potrebbe essere la creazione di veri e propri servizi globali di supporto alla governance dell’IA. Tra questi potrebbero rientrare linee guida tecniche condivise, programmi di formazione, strumenti di audit accessibili ai regolatori, supporto ai Paesi con capacità istituzionali ancora limitate e canali di cooperazione con università e organizzazioni della società civile.
Il policy brief del Center on International Cooperation (NYU) del gennaio 2026, ad esempio, propone un approccio che combina due elementi. Da un lato la gestione dei rischi, attraverso valutazioni condivise dei sistemi di IA più avanzati; dall’altro la distribuzione più ampia dei benefici dell’innovazione, tramite strumenti per rafforzare le capacità tecnologiche, migliorare l’accesso alle risorse e garantire una partecipazione significativa delle diverse regioni del mondo.
In questa prospettiva, la creazione di un’agenzia internazionale potrebbe rendere più stabile e continuativo questo tipo di attività, rispetto a iniziative temporanee o programmi frammentati promossi caso per caso.
L’“equità” si collega inoltre al problema della concentrazione industriale e infrastrutturale. Un policy brief europeo del 13 gennaio 2026 descrive l’IA come infrastruttura di base sempre più governata da poche imprese extra-europee, con rischi per autonomia strategica e decisioni democratiche. Se la governance resta prevalentemente nazionale o regionale, i Paesi tendono a rispondere con strategie di “sovranità” che possono aumentare la frammentazione. Un’agenzia globale, invece, potrebbe essere vista come strumento per gestire l’interdipendenza: definire standard comuni e ridurre l’incentivo a risposte puramente difensive o protezionistiche. Un’analisi della Brookings Institution del 17 febbraio 2026 osserva che la cosiddetta “sovranità dell’IA” comporta inevitabilmente dei compromessi. Senza forme di coordinamento internazionale, la proliferazione di strategie nazionali potrebbe portare a una maggiore frammentazione delle regole, riducendo l’interoperabilità tra sistemi e aumentando la competizione geopolitica.
In questo contesto, la tesi favorevole alla creazione di un’agenzia internazionale sostiene che il suo ruolo non sarebbe soltanto quello di contenere i rischi dell’IA, ma anche di rendere la transizione tecnologica più equilibrata. Ciò potrebbe avvenire offrendo strumenti di base anche ai Paesi con minori capacità tecnologiche, rendendo le regole più prevedibili e ampliando la pluralità di attori coinvolti nella definizione delle priorità e delle soglie di rischio.

Nina Celli, 6 marzo 2026

 
04

Meglio una rete di regole e standard che un’unica autorità mondiale

CONTRO

Un’altra posizione contraria non rifiuta la cooperazione internazionale in sé, ma contesta che la forma “agenzia unica” sia la più efficace. Sostiene che la governance dell’IA stia già evolvendo verso un regime policentrico: trattati regionali, standard tecnici, forum intergovernativi, codici di condotta, impegni aziendali e meccanismi di coordinamento tra regolatori. In questa prospettiva, l’obiettivo non è creare una nuova “Autorità mondiale dell’IA”, ma migliorare coerenza e interoperabilità tra pezzi già esistenti, riducendo duplicazioni. Un esempio citato spesso nel dibattito istituzionale è la scelta di consolidare capacità dentro organismi esistenti: nel luglio 2024 GPAI (General-Purpose AI Code of Practice) e OCSE hanno annunciato di “unire le forze” per avanzare sforzi coordinati su un’IA affidabile e centrata sull’uomo, evitando di fatto la creazione di una nuova agenzia autonoma. Questo modello “di integrazione” è visto come più realistico perché usa strutture, segretariati e processi già operativi.
Sul piano giuridico, un’alternativa concreta all’agenzia è l’approccio “trattato”: la Framework Convention on AI del Consiglio d’Europa, aperta alla firma il 5 settembre 2024, è presentata come primo trattato internazionale vincolante in materia di IA (coerenza con diritti umani, democrazia e stato di diritto), ed è anche aperta a Paesi non europei. Per i critici dell’idea di un’agenzia internazionale dedicata all’IA, esempi come questo mostrano che forme di governance globale possono essere costruite anche senza creare una nuova grande istituzione centrale. L’internazionalizzazione delle regole può avvenire attraverso principi giuridici e obblighi condivisi, accompagnati da meccanismi di recepimento e controllo a livello nazionale o regionale.
Parallelamente, il coordinamento tra Paesi potrebbe svilupparsi attraverso reti tematiche di cooperazione, invece che tramite una singola autorità globale. In questo modello rientrerebbero, ad esempio, la collaborazione sulle valutazioni dei modelli di IA, la definizione di standard di trasparenza, sistemi comuni di incident reporting e lo scambio di buone pratiche tra autorità di vigilanza. Un approccio di questo tipo è illustrato anche nel policy brief del Center on International Cooperation (NYU) del gennaio 2026. Il documento propone una road map promossa dalle Nazioni Unite che mira a passare “dalla frammentazione all’esecuzione”, coordinando iniziative oggi disperse in un unico quadro di riferimento. Questo framework potrebbe includere strumenti e accordi negoziabili tra Stati, ma senza necessariamente tradursi nella creazione di un’unica agenzia sovraordinata.
La tesi a sostegno di una “rete” risponde direttamente al dibattito geopolitico: la sovranità dell’IA e la competizione tra blocchi suggeriscono che una sola istituzione globale potrebbe non essere accettabile (o potrebbe diventare campo di battaglia). Il Brookings Institute insiste sul fatto che la sovranità dell’IA comporta compromessi complessi e che serve bilanciare autonomia e cooperazione. Da questa angolazione, la cooperazione più praticabile può essere “modulare”: coalizioni tra Paesi su temi specifici, standard tecnici condivisi dove c’è consenso, trattati o convenzioni dove esiste una comunità di valori e strumenti multilaterali ONU più focalizzati (ad esempio panel scientifici) dove l’obiettivo è informare e ridurre asimmetrie cognitive. Anche l’International AI Safety Report 2026 mostra un ecosistema in cui molte pratiche di sicurezza e gestione del rischio emergono (spesso volontariamente) e potrebbero essere armonizzate senza necessità di concentrare tutto in un’unica autorità. Dunque, da questo punto di vista la domanda non è “agenzia sì/no”, ma “quale combinazione di istituzioni e strumenti” massimizza implementabilità, legittimità e resilienza geopolitica. Per alcuni, una rete ben coordinata può essere più robusta di una singola agenzia globale. 

Nina Celli, 6 marzo 2026

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