Usa-Israele: attacco preventivo all'Iran
PRO O CONTRO?
Il 28 febbraio 2026 Israele e Stati Uniti hanno avviato un’azione militare congiunta contro obiettivi in Iran, presentata — con accenti diversi — come risposta a minacce imminenti e come operazione volta a neutralizzare programmi missilistici e nucleari, oltre a colpire centri di comando e infrastrutture militari. Nella comunicazione ufficiale ricorre l’espressione “attacco preventivo”: una formula che sottolinea l’urgenza e l’idea di trovarsi davanti all’ultima finestra utile per intervenire. Sul piano politico, la posta in gioco dichiarata non riguarda soltanto la tutela di alleati e forze schierate nella regione, ma anche obiettivi più ampi che, secondo varie analisi, possono toccare la stabilità del regime iraniano e gli scenari successivi al conflitto.
IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:
Se programmi nucleari e missilistici diventano inaccessibili, la deterrenza fallisce: l'attacco anticipa un rischio più grande.
Senza attacco armato in corso e prove pubbliche di imminenza, l’uso della forza resta contestato sul piano della Carta ONU.
La logica operativa punta a neutralizzare asset che minacciano direttamente forze e difese regionali.
Colpire chi non ha deterrenza nucleare può spingere altri a cercarla. Organismi umanitari ricordano il rischio di danni a civili e infrastrutture essenziali.
Serviva neutralizzare una minaccia prima del “punto di non ritorno”
L’argomento favorevole all’attacco preventivo parte da una premessa di rischio asimmetrico: nel calcolo di alcuni decisori, il costo di non agire poteva essere superiore al costo (pur elevato) di un’azione immediata. In questa prospettiva, la combinazione fra capacità missilistiche e droni e opacità del dossier nucleare viene letta come un’accelerazione verso una condizione in cui l’Iran sarebbe più difficile da dissuadere e più difficile da colpire. Il messaggio politico israeliano insiste sulla metafora dell’“ultima finestra”: se infrastrutture e scorte venissero spostate o protette ulteriormente, un intervento futuro poteva risultare inefficace o richiedere livelli di escalation maggiori. In parallelo, la comunicazione presidenziale statunitense e quella operativa evidenziano obiettivi di neutralizzazione di asset ritenuti direttamente collegati alla capacità di minacciare Stati Uniti, Israele e dispositivi regionali.
Il contesto tecnico contribuisce a rendere “credibile” l’argomento della finestra che si chiude: un rapporto AIEA/IAEA, riportato da “Associated Press”, descrive una situazione in cui l’agenzia non sarebbe in grado di verificare pienamente attività di arricchimento e di localizzare le scorte di uranio arricchito in siti sensibili, segnalando una perdita di “continuità di conoscenza” e la necessità di accesso ispettivo per ripristinare la verificabilità. Questo dato può essere interpretato come dimostrazione che strumenti non militari (monitoraggio, pressione diplomatica, negoziato) non stavano producendo il livello minimo di trasparenza richiesto per prevenire una soglia nucleare. Da qui l’idea che, se l’obiettivo politico è impedire che l’Iran si avvicini a capacità nucleari “di soglia” o consolidi un deterrente missilistico più robusto, la forza viene considerata da alcuni come l’unica leva per fermare rapidamente l’Iran.
Un ulteriore tassello della posizione favorevole riguarda la protezione di truppe e alleati: nella misura in cui i comandi militari descrivono target connessi a minacce “imminenti” (siti di lancio, difese, C2), l’operazione viene presentata come una forma di autodifesa “operativa” che mira a ridurre la capacità di colpire basi e città. La stessa logica può essere estesa alla dimensione di deterrenza regionale: un’azione che degrada rapidamente le capacità di attacco può ridurre l’intensità delle ritorsioni, creare spazio per cessate il fuoco, o imporre condizioni per un ritorno al negoziato su basi differenti. In questa lettura, anche le posizioni europee, pur orientate alla de-escalation, riconoscono la centralità di non proliferazione e sicurezza nucleare: ciò viene talvolta interpretato come conferma che il nodo nucleare è “sistemico” e produce interessi convergenti, anche se divergono i mezzi (diplomazia vs uso della forza).
Madeleine Maresca, 5 marzo 2026
Necessario rispettare il divieto dell’uso della forza e la Carta ONU
La tesi contraria più netta inquadra l’attacco preventivo come una violazione del principio cardine dell’ordine internazionale post-1945: il divieto dell’uso della forza nelle relazioni internazionali, con eccezioni limitate e tipizzate. La Carta ONU è il riferimento strutturale: l’articolo 2(4) vieta la forza contro integrità territoriale e indipendenza politica degli Stati; l’articolo 51 consente autodifesa in caso di attacco armato. L’interpretazione della “necessità” (e dell’eventuale “imminenza” in autodifesa anticipata) è da decenni oggetto di controversia. Secondo una parte importante della dottrina, la soglia non può essere abbassata al punto da legittimare l’uso della forza per neutralizzare minacce future non dimostrate come imminenti: altrimenti il diritto dell’autodifesa diventerebbe una licenza ampia e discrezionale.
In questa linea, il commento di Marko Milanovic su “EJIL:Talk!” sostiene che, in assenza di un attacco armato in corso e senza evidenze pubbliche adeguate su intenti, capacità di offesa, urgenza, la giustificazione in autodifesa non regga e che etichettare come “autodifesa” un uso della forza volto a prevenire attacchi futuri equivale a svuotare lo jus ad bellum. Una parte della discussione giuridica e di policy (anche su piattaforme come “Just Security”) tende a scomporre ulteriormente il quadro: legalità dell’attacco iniziale, responsabilità per eventuali violazioni e rapporto fra diritto internazionale e autorizzazione politica interna. Ma l’obiezione di fondo resta: se l’imminenza è definita in modo troppo elastico, il sistema collettivo di sicurezza e la funzione del Consiglio di Sicurezza vengono marginalizzati.
Dal punto di vista storico, nel dibattito sugli attacchi “preventivi” contro impianti nucleari viene spesso citata la Risoluzione 487 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (1981). Il documento fu adottato dopo il bombardamento israeliano del reattore nucleare iracheno di Osirak e condannò esplicitamente l’uso della forza contro installazioni nucleari, qualificandolo come violazione della Carta delle Nazioni Unite. La risoluzione collegava inoltre la questione al sistema internazionale di salvaguardie e al regime di non proliferazione nucleare, sottolineando il ruolo degli organismi di controllo internazionale.
Questo precedente non è automaticamente sovrapponibile al contesto del 2026, che presenta attori, tecnologie e dinamiche regionali diverse. Tuttavia, viene spesso richiamato perché mostra come, in quel caso, la comunità internazionale interpretò un attacco contro infrastrutture nucleari come illegittimo e potenzialmente destabilizzante per l’ordine internazionale.
Secondo i critici delle operazioni militari preventive, riproporre oggi una logica simile — anche se motivata da esigenze di sicurezza — potrebbe avere conseguenze più ampie. Il rischio, sostengono, è quello di indebolire il principio secondo cui l’uso della forza deve essere limitato e regolato dal diritto internazionale, favorendo invece una dinamica in cui la capacità militare diventa il principale criterio per intervenire. In questa prospettiva, la normalizzazione di attacchi preventivi potrebbe produrre effetti a catena in altre crisi internazionali, incentivando altri Stati a giustificare azioni simili con motivazioni di sicurezza.
Madeleine Maresca, 5 marzo 2026
Nell’era dei missili e dei droni è necessaria l’autodifesa anticipata
Una seconda tesi favorevole si concentra meno sul “nucleare in sé” e più sul concetto di autodifesa anticipata in un ambiente tecnologico che comprime tempi decisionali. L’idea è che l’“imminenza” non coincida più solo con truppe al confine o con un attacco già iniziato, ma possa includere finestre molto brevi in cui piattaforme di lancio, droni e sistemi di comando rendono plausibile un danno immediato e su larga scala. Questa argomentazione fa leva sulla descrizione ufficiale dei target come direttamente funzionali a neutralizzare capacità di attacco (missili/droni, difese aeree, C2) e sulla nozione che attendere il primo colpo potrebbe aumentare vittime e danni, specie per basi nella regione e per aree urbane esposte. In questo quadro, la categoria “preventiva” viene usata per enfatizzare la tutela di civili e militari come scopo principale, con un’operazione che mira prima di tutto a ridurre la capacità di colpire e a difendere installazioni.
La tesi favorevole, qui, tende a distinguere tra “regime change” come obiettivo politico massimo e autodifesa come obiettivo minimo: anche laddove nella comunicazione pubblica compaiano riferimenti a cambiamenti interni, il nucleo giustificativo viene ricondotto alla neutralizzazione di minacce e alla protezione degli alleati. Nelle analisi di think tank e centri di policy, questa distinzione risulta spesso decisiva per valutare costi, benefici e consenso interno: l’idea di un obiettivo limitato (ridurre capacità offensive e pressione su canali negoziali) viene presentata come più gestibile e, in teoria, più compatibile con una strategia di uscita. Al tempo stesso, una parte del discorso politico israeliano insiste sulla necessità di continuità operativa “finché necessario”, che viene interpretata dai sostenitori come indicatore di determinazione e deterrenza: dimostrare disponibilità a sostenere costi nel breve periodo per ridurre rischi esistenziali nel medio-lungo.
La dimensione diplomatica entra come “supporto” all’autodifesa anticipata: gli attacchi, secondo la posizione iraniana riportata da media internazionali, avrebbero interrotto una fase di negoziati e minato la Carta ONU; i favorevoli ribaltano spesso questa lettura sostenendo che il negoziato, in assenza di verificabilità e di vincoli effettivi, può essere usato come tecnica dilatoria. In questa logica, l’uso della forza non sostituisce necessariamente la diplomazia ma viene usato come strumento per ridefinire incentivi, imponendo urgenza e costi a condotte considerate minacciose. Il punto controverso e centrale nel dibattito è se questa “riformulazione degli incentivi” possa essere rivendicata come autodifesa o ricada nella categoria di guerra preventiva. I sostenitori tendono a considerare che l’insieme di minacce, capacità e tempistiche renda la risposta compatibile con una nozione “evolutiva” di imminenza.
Madeleine Maresca, 5 marzo 2026
Le conseguenze dell’attacco sono escalation, costi umani e incentivo alla proliferazione
Una seconda tesi contraria mette al centro i costi e i rischi sistemici: un attacco preventivo non è valutato solo per ciò che distrugge, ma per ciò che innesca. In molte crisi regionali, l’azione militare può generare ritorsioni a catena, allargare il conflitto ad aree di prossimità e Stati terzi e colpire infrastrutture energetiche e civili, con ricadute globali. I richiami del CICR e dell’OHCHR insistono sul fatto che in un conflitto ad alta intensità la protezione dei civili (e la conformità al Diritto Internazionale Umanitario) è fondamentale e che la dinamica offensiva/ritorsiva può produrre vittime e distruzione su scala crescente. Human Rights Watch, pur non entrando nel merito del “diritto di colpire” in senso stretto, richiama tutte le parti al rispetto delle leggi di guerra e segnala indagini su possibili violazioni. Nel dibattito pubblico, questo alimenta la domanda se un’azione “preventiva” possa restare compatibile con obiettivi dichiarati di protezione dei civili, quando l’escalation aumenta la probabilità di errori, danni collaterali e attacchi a infrastrutture sensibili.
Sul piano strategico, analisi di centri come Chatham House e Council on Foreign Relations sottolineano in modi diversi l’incertezza sulla fase conclusiva: un attacco che punta a cambiare un comportamento può trasformarsi in un conflitto sulla sopravvivenza del regime, rendendo più probabile una risposta prolungata e meno controllabile. Inoltre, la ricostruzione del contesto nucleare offerta da “Associated Press” (basata su rapporti AIEA/IAEA) evidenzia che l’opacità e la perdita di verificabilità possono diventare permanenti se l’accesso ispettivo non viene ripristinato: ciò crea un paradosso per la non proliferazione, perché la guerra può ridurre i canali di monitoraggio proprio quando servono di più. L’azione militare rischia dunque di peggiorare la capacità internazionale di “sapere” cosa accade sul terreno nucleare, amplificando rischio e incertezza, anche quando l’obiettivo dichiarato è ridurli.
La tesi contraria mette in evidenza un possibile effetto paradossale sul piano strategico: l’uso di attacchi preventivi potrebbe finire per rafforzare gli incentivi alla proliferazione nucleare. Se uno Stato percepisce di essere vulnerabile ad attacchi convenzionali proprio perché non possiede armi nucleari, potrebbe concludere che solo un deterrente nucleare garantisca davvero la sicurezza e scoraggi un’aggressione esterna. Questa dinamica è stata evidenziata anche da alcuni analisti italiani. In un intervento per l’Istituto Affari Internazionali, l’ex capo di Stato maggiore della Difesa Vincenzo Camporini sottolinea il rischio che la lezione percepita sia semplice e pericolosa: “finché non hai una deterrenza nucleare, sei attaccabile”. Un messaggio di questo tipo, secondo questa lettura, potrebbe avere effetti anche su altri contesti regionali o globali, spingendo nuovi attori a considerare il nucleare come unica garanzia di sicurezza.
A questa dimensione strategica si aggiunge poi quella politica interna. Se i sondaggi mostrano una prevalenza di opinioni contrarie all’intervento e una quota significativa di cittadini indecisi, la legittimazione politica dell’operazione può diventare più fragile. In tali condizioni, mantenere il consenso necessario per operazioni militari prolungate diventa più difficile e può aumentare il rischio di cambiamenti o incertezze negli obiettivi dichiarati.
Per questo motivo, la conclusione della posizione contraria non si basa soltanto su argomenti giuridici o umanitari, ma anche su una valutazione prudenziale dei costi strategici. Secondo questa prospettiva, gli effetti indiretti – come il rischio di escalation, la riduzione della trasparenza, l’incentivo alla proliferazione nucleare e le tensioni politiche interne – potrebbero superare i benefici militari immediati ottenuti con un attacco preventivo.
Madeleine Maresca, 5 marzo 2026