Nr. 425
Pubblicato il 29/01/2026

Discorso di Carney a Davos 2026

FAVOREVOLE O CONTRARIO?

Il 20 gennaio 2026, al World Economic Forum di Davos, il Primo Ministro canadese Mark Carney ha pronunciato un discorso che molti osservatori hanno definito storico. Con toni insolitamente franchi per un leader occidentale, Carney ha dichiarato che il mondo si trova “nel mezzo di una rottura, non di una transizione” dell’ordine internazionale. Ha descritto la “fine di una finzione” – l’illusione dell’ordine liberale basato sulle regole – e l’inizio di “una realtà brutale” in cui le grandi potenze agiscono senza vincoli. Senza mai citare esplicitamente gli Stati Uniti o altri paesi, il premier canadese ha denunciato come le potenze maggiori usino dazi, mercati e catene di fornitura come strumenti di coercizione. Di fronte a questo crollo dell’ordine post-1945, Carney ha lanciato un appello inedito ai “Paesi di media grandezza”: non subire passivamente la prepotenza dei giganti, ma “agire insieme” per costruire un nuovo ordine fondato su valori condivisi – diritti umani, sviluppo sostenibile, solidarietà, sovranità e integrità territoriale. Come ha riassunto efficacemente una testata: “Se non siedi al tavolo, sei nel menù”, ossia se le potenze medie non collaborano attivamente, rischiano di essere “il pranzo” di quelle grandi.


IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:

01 - Le medie potenze possono essere costruttrici di ordine

Carney infrange l’ordine liberale e invita le medie potenze a un’azione comune e realista per difendere regole e valori.

02 - La visione di Carney implica rischio di rappresaglie e isolamento economico

Carney sta azzardando: Trump potrebbe punire Ottawa stracciando accordi vitali. La rappresaglia economica potrebbe essere devastante.

03 - Il coraggio di Carney spezza l’ipocrisia e rafforza l’Occidente democratico

Il discorso è un manifesto di valori pragmatici: smettere di “vivere nella menzogna” e creare coalizioni ad hoc tra paesi affini per gestire commercio, clima e sicurezza.

04 - Ambiguità sui valori universali e doppie morali nel discorso di Carney

Il discorso è superbo: il Canada trae sicurezza e prosperità dal legame USA. Romperlo per guidare un fantomatico blocco alternativo è irrealistico e pericoloso.

05 - Autonomia strategica e resilienza: il Canada (e gli altri paesi) più sicuri senza dipendenze eccessive

Carney dà voce a un fronte globale stanco di subire Trump, richiamando i partner all'unità.

06 - Il discorso è strategia di branding politico più che visione globale

Carney ha fatto un bel discorso ma senza un piano concreto. Meglio rafforzare l’asse con gli USA anziché illudersi di un “terzo polo” canadese.

 
01

Le medie potenze possono essere costruttrici di ordine

FAVOREVOLE

Il discorso del Primo Ministro canadese ha rilanciato un tema antico ma attuale: il ruolo delle medie potenze nella costruzione di un ordine multilaterale. L'idea che il Canada – e Paesi simili – possano esercitare un'influenza sistemica grazie a coerenza normativa, credibilità diplomatica e cooperazione strategica è sostenuta da numerosi esperti.
La coalizione di potenze medie appare l’unica via per salvare ciò che resta di un ordine internazionale basato su regole. Quando Carney afferma che “non possiamo più fingere: quando l’integrazione diventa fonte di subordinazione, l’ordine delle regole è finito”, mette in guardia che se ognuno si chiude in una fortezza nazionale, il risultato sarà “un mondo più povero e fragile”. L’alternativa è creare “club” di Paesi volenterosi che cooperino su singoli temi – commercio libero, clima, lotta pandemie, diritti umani – facendo massa critica sufficiente a fare pressione anche su USA e Cina. In fondo, nota Stewart Patrick (Carnegie Endowment), “nessuna potenza media singolarmente può affrontare USA o Cina, ma se agiscono collettivamente, specialmente includendo attori del Sud globale, possono ampliare il proprio margine di manovra e isolarsi dalle coercizioni”. Ciò può avvenire sia riformando le istituzioni strutturate (ONU, WTO) dall’interno grazie a fronti compatti, sia creando consessi ristretti su temi specifici (ad esempio “carbon club” climatici, alleanze tecnologiche) dove i grandi non possano facilmente imporre veti.
Mark Carney ha ribadito che “il potere dei meno potenti comincia dall’onestà”, riferendosi alla capacità delle medie potenze di agire come stabilizzatori in un mondo disordinato. Secondo Roland Paris, il Canada ha una lunga storia di leadership diplomatica: dalla mediazione ONU alla promozione dei Caschi Blu. In questo contesto, la riaffermazione del Canada come attore costruttivo appare credibile, specialmente in settori come lo sviluppo sostenibile, la governance digitale e il commercio equo.
Anche Heather Scoffield sottolinea che l'assenza di grandi potenze cooperative crea spazi che le medie potenze possono colmare, assumendo “ruoli di connettori, facilitatori e garanti di regole”. Ciò è particolarmente visibile nella diplomazia climatica e nella promozione dei diritti umani, dove il Canada ha promosso iniziative multilaterali, come ricordato da UNDP Canada – Canada’s Global Cooperation Priorities.
Questa visione è sostenuta anche da fonti accademiche. Adam Chapnick, su “International Journal”, evidenzia che “le medie potenze sono spesso più coerenti degli attori maggiori” e che “il Canada ha storicamente costruito coalizioni strategiche capaci di esercitare influenza normativa globale”.
Infine, la reazione favorevole di alcune ONG e istituzioni multilaterali – come evidenziato dal rapporto di Carnegie Europe (Reimagining Middle Power Diplomacy) – mostra che la proposta di Carney è percepita come una possibile via per superare la paralisi dei blocchi geopolitici.
Il rafforzamento delle medie potenze come costruttori di ordine globale è dunque non solo auspicabile, ma realizzabile, soprattutto in un mondo frammentato dove i grandi attori sembrano orientati al confronto più che alla cooperazione.

Nina Celli, 29 gennaio 2026

 
02

La visione di Carney implica rischio di rappresaglie e isolamento economico

CONTRARIO

Una critica ricorrente al discorso di Mark Carney riguarda la distanza tra dichiarazioni di principio e capacità reali di influenza. L’appello al ruolo delle potenze medie come nuovo pilastro dell’ordine internazionale appare suggestivo, ma si scontra con una realtà geopolitica ancora dominata dall’hard power, dalle risorse militari e dagli interessi strategici che le medie potenze non controllano.
Molti analisti sottolineano che Carney tende a sottovalutare la reazione delle superpotenze, il cui ruolo resta determinante. Come avverte Stewart Patrick, “mentre un mondo multipolare è inevitabile, esso è ancora agli inizi”: la struttura internazionale resta di fatto bipolare, dominata da Stati Uniti e Cina, che cercheranno prevedibilmente di frustrare l’attivismo delle potenze medie e di vincolarne ogni iniziativa. In altre parole, Washington e Pechino dispongono di numerose leve economiche e strategiche per scoraggiare o punire i tentativi di autonomia dei propri alleati o vicini. Ed è esattamente ciò che, secondo i critici, si sta già verificando. Donald Trump ha reagito duramente al discorso di Davos, rimarcando che “il Canada vive grazie agli Stati Uniti” e facendo intendere che qualsiasi deviazione di Ottawa sarà sanzionata. Poco dopo, ha minacciato tariffe punitive fino al 100% sulle importazioni canadesi qualora il Canada avesse proseguito nel rafforzamento dell’accordo con la Cina. Anche se Carney ha cercato di rassicurare che non intende firmare un vero trattato di libero scambio con Pechino, il Canada rischia così di trovarsi esposto su più fronti – commerciale, strategico e diplomatico – proprio mentre tenta di emanciparsi.
La posizione di forza americana nei confronti del Canada è difficilmente contestabile. Gli scambi con gli Stati Uniti rappresentano circa il 75% dell’export canadese, e l’integrazione economica è tale che tariffe o chiusure di frontiera potrebbero provocare conseguenze immediate e gravi. Carney stesso ammette che “un paese che non può nutrirsi, rifornirsi o difendersi da solo ha poche opzioni”. I critici sostengono che questa sia precisamente la condizione canadese: Ottawa dipende dagli Stati Uniti per la difesa (NORAD, NATO), per gli investimenti e per infrastrutture energetiche interconnesse.
Da questa prospettiva, l’approccio di Carney appare idealista ma potenzialmente rischioso. Patrick Wintour, citando la stessa Ursula von der Leyen, osserva che “gli alleati possono illudersi di funzionare meglio senza gli USA, ma in realtà la loro sicurezza e prosperità ne risentono”, almeno finché il divario militare europeo non sarà colmato.
Alcuni commentatori temono dunque che la “terza via” proposta da Carney possa produrre un effetto paradossale: invece di rafforzare le potenze medie, rischierebbe di isolarle. Il think tank conservatore Macdonald-Laurier Institute avverte che un allontanamento troppo visibile dagli Stati Uniti potrebbe spingere Trump a marginalizzare ulteriormente partner considerati meno allineati, favorendo invece alleati percepiti come più fedeli. Secondo questa lettura, il Canada potrebbe essere escluso da consessi e cooperazioni strategiche in cui finora era integrato, dall’intelligence ai piani industriali su tecnologie critiche.
Il rischio, scrive Bryan Brulotte, è che Carney cerchi legittimazione come statista globale ma finisca per danneggiare interessi nazionali concreti: “l’America non è una potenza da cui emanciparsi senza conseguenze”. Un editoriale del Toronto Sun ha definito l’intervento “terribile”, sostenendo che Carney abbia gettato benzina sul fuoco del conflitto con Trump per nulla: gli Stati Uniti restano insostituibili, e conviene piuttosto attendere che Trump passi.
Anche analisti liberali hanno espresso scetticismo. Andrew Coyne, sul “National Post”, definisce il discorso “ispirato ma vacuo”, sottolineando che il Canada non dispone né di un apparato militare significativo né di una rete diplomatica tale da poter condizionare davvero l’ordine globale. Allo stesso modo, Charles Kupchan, su “Foreign Affairs”, avverte che “le medie potenze sono per definizione reattive, non propositive”: l’illusione di un nuovo ordine alternativo rischia quindi di generare frustrazione più che risultati.
A ciò si aggiunge la fragilità delle coalizioni invocate da Carney. Come nota ancora Stewart Patrick, molte potenze medie citate come partner – ad esempio Sudafrica, Indonesia o Turchia – perseguono agende divergenti o contraddittorie, minando la coerenza di qualunque alleanza fondata sui “valori comuni”.
Anche gruppi multilaterali come il G77 o i BRICS hanno reagito con freddezza, segnalando che le logiche regionali e gli interessi nazionali restano prevalenti. Secondo Elisabeth Economy, nel suo intervento per il Council on Foreign Relations, il discorso canadese manca inoltre di risposte operative sulle vere crisi globali: sicurezza alimentare, debito, frammentazione tecnologica.
In definitiva, la critica sostiene che la visione di Carney, pur costruita con forza morale e ricca di ambizione, non disponga ancora degli strumenti concreti per essere implementata. Rischia così di restare confinata alla sfera della diplomazia simbolica: un discorso ben articolato, ma privo di una reale capacità di trasformare l’ordine mondiale dominato dalle grandi potenze.

Nina Celli, 29 gennaio 2026

 
03

Il coraggio di Carney spezza l’ipocrisia e rafforza l’Occidente democratico

FAVOREVOLE

Mark Carney ha squarciato il velo di ipocrisia che avvolgeva l’ordine mondiale post-Guerra Fredda, lanciando un appello storico affinché le potenze medie assumano la guida nel difendere la legalità internazionale. I sostenitori vedono nel suo discorso la nascita di una “Dottrina Carney”, fondata sull’onestà e la cooperazione orizzontale tra Nazioni di medio livello, come antidoto tanto all’unilateralismo americano quanto all’assertività cinese. Per decenni – ammette Carney – paesi come il Canada hanno “vissuto nella menzogna” accettando un ordine di cui conoscevano i limiti, confidando nel ruolo positivo ma egemone degli USA. Ora quell’ordine è crollato: le regole non proteggono più i piccoli, e le grandi potenze – senza vincoli – “fanno ciò che possono, mentre i deboli subiscono”. Davanti a questa realtà brutale, Carney propone che i “deboli” diventino forti insieme, con “nuove coalizioni forti fra Paesi che condividono visioni, valori e interessi”. È un ritorno allo spirito autentico del multilateralismo: non più guidato da una sola superpotenza benevola ma costruito dal basso da un gruppo di Stati responsabili.
Coloro che condividono il discorso di Carney sottolineano la portata rivoluzionaria ma al contempo pragmatica di questa visione. Innanzitutto, Carney ha dato voce a ciò che molti leader già pensavano in privato: la supremazia USA non è più garanzia di stabilità, anzi, sotto Trump gli alleati occidentali si sentono “bullizzati” invece che protetti. La presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen, il presidente francese Macron e altri hanno espresso concetti paralleli subito dopo Davos: “viviamo in un mondo definito dal potere bruto”, dove l’Europa deve dotarsi di leve proprie; “gli USA cercano apertamente di indebolire e subordinare l’Europa” ha detto Macron. Queste reazioni mostrano che Carney ha intercettato un sentimento condiviso: ormai molte democrazie di medie dimensioni preferiscono “vivere nella verità” – riconoscendo il disordine attuale – piuttosto che restare nell’illusione di un ordine liberale garantito dagli Stati Uniti. I dati confermano che l’era delle potenze medie è arrivata: l’Istituto per l’Economia e la Pace rileva come “il peso materiale combinato delle potenze medie ora superi quello delle grandi” e come il mondo sia già multipolare in termini di influenza. Dal 1991 a oggi il numero di middle powers è raddoppiato. Stati come Canada, Australia, Corea del Sud, ma anche Indonesia, Turchia, Brasile hanno economie e capacità diplomatiche di rilievo globale. Nessun singolo di essi può dominare, ma insieme possono fare sistema bilanciando le superpotenze. Carney stesso ha annunciato di aver concluso 12 nuovi accordi di partenariato extra-USA in pochi mesi, dimostrando che la “geometria variabile” funziona: il Canada diversifica forniture e mercati stringendo intese con Europa, Asia e Medio Oriente. Questa strategia dà risultati tangibili (ad esempio, accordi energetici e minerari con Paesi emergenti, più sicurezza alimentare grazie a intese incrociate) e può essere replicata da altri.
Il discorso di Davos è stato interpretato da molti come un appello contro la normalizzazione del cinismo geopolitico. L’idea che “i forti facciano ciò che vogliono” e “i deboli subiscano” è stata rigettata da Carney come una narrazione tossica da contrastare con atti di responsabilità e verità, a partire da Paesi che non hanno interessi imperiali diretti.
Secondo Thomas Homer-Dixon, su “Toronto Star”, l’intervento del primo ministro ha avuto il merito di restituire un fondamento etico alla politica estera, in un tempo in cui la realpolitik sembra aver preso il sopravvento. Altri analisti, come Janice Gross Stein, hanno definito il discorso come “una chiara dichiarazione contro il nichilismo strategico”.
Le reazioni istituzionali rafforzano questa lettura: l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani ha definito il discorso “un contributo essenziale al rinnovamento della fiducia nei valori fondanti della Carta delle Nazioni Unite”. Il riferimento alla frattura dell’ordine mondiale non è solo retorico: riflette i cambiamenti reali in corso, come osserva Fareed Zakaria nella sua analisi per “CNN Global Briefing”. In un mondo sempre più competitivo, il rifiuto del cinismo può rappresentare un elemento differenziante in termini reputazionali e strategici. Infine, il coinvolgimento di giovani leader e attivisti in reazione al discorso (tra cui forum giovanili del Global Leadership Initiative) mostra che l’impostazione di Carney ha attivato una riflessione trasversale, non solo istituzionale.

Nina Celli, 29 gennaio 2026

 
04

Ambiguità sui valori universali e doppie morali nel discorso di Carney

CONTRARIO

Per i critici, il brillante discorso pronunciato da Mark Carney a Davos è soprattutto un esercizio retorico – “eloquenza, non strategia” – che rischia di produrre conseguenze concrete negative. Carney avrebbe incantato la platea con la visione idealistica di un’alleanza autonoma di potenze medie, ma la realtà geopolitica appare assai meno favorevole: i mid-powers mancano di coesione, non dispongono di risorse comparabili alle superpotenze e soprattutto dipendono proprio da quelle grandi potenze che vorrebbero bilanciare. Questa condizione mette seriamente in dubbio la fattibilità e la saggezza della cosiddetta “Dottrina Carney”.
In primo luogo, vi è un forte scetticismo sulla capacità delle potenze medie di agire come un blocco compatto. Il concetto stesso di middle power è vago e comprende Stati molto diversi: democrazie occidentali avanzate come Canada e Australia, ma anche potenze emergenti come Turchia, Brasile o India, spesso portatrici di interessi geopolitici divergenti. Come spiega Stewart Patrick in un approfondimento del Carnegie Endowment for International Peace, “un’alleanza coesa delle potenze medie è improbabile, perché esse sono un gruppo eterogeneo e spesso con valori e priorità in conflitto”. Gli esempi abbondano. India e Brasile ambiscono esse stesse allo status di grandi potenze e difficilmente accetterebbero di farsi guidare dal Canada o dall’Unione Europea. La Turchia e l’Arabia Saudita, pur classificabili come potenze regionali medie, perseguono politiche spesso spregiudicate e poco compatibili con i valori liberali che Carney invoca. Inoltre, non esiste neppure una lista condivisa di quali Stati rientrino in questa categoria: alcuni rifiuterebbero l’etichetta, come l’India, mentre potenze nucleari come Francia o Regno Unito non accetterebbero un ruolo subordinato.
Per i critici, costruire un fronte comune tra attori tanto disomogenei rischia di essere un esercizio vano. Iniziative storiche simili, come il Movimento dei Non Allineati durante la Guerra Fredda, hanno mostrato disomogeneità e scarsa incidenza pratica. Più che una “Lega dei mezzani”, si prospetta una costellazione di mini-blocchi regionali: gli Stati UE possono cooperare tra loro, ma hanno ben poco da spartire con un Brasile populista o una Turchia neo-ottomana. Il rischio, dunque, è l’irrilevanza: un appello senza un motore comune resta simbolico, senza produrre risultati superiori a quelli già ottenuti in sedi come il G20.
Un secondo fronte critico riguarda l’ambiguità del riferimento ai “valori comuni” come base del nuovo ordine. Diversi osservatori notano che termini come diritti umani, sovranità o legalità internazionale sono interpretati in modi divergenti, e che lo stesso Canada è stato accusato di incoerenza nell’applicazione di tali principi. Azeezah Kanji, esperta di diritto internazionale, ha denunciato su “Al Jazeera” che Ottawa continua a vendere armi a regimi repressivi pur presentandosi come difensore dei diritti umani. Inoltre, questioni interne come i diritti dei popoli indigeni restano irrisolte, minando la credibilità morale del Paese.
Anche David McNair, dell’ONG ONE Campaign, osserva che “la sovranità degli Stati del Sud globale viene spesso invocata solo quando coincide con gli interessi occidentali”, e sostiene che parlare di un nuovo ordine senza affrontare colonialismo economico e giustizia fiscale globale risulta ipocrita.
Il rapporto Human Rights Watch 2026 dedica un’intera sezione al ruolo ambivalente del Canada nell’esportazione di tecnologie di sorveglianza e alla mancanza di trasparenza nelle politiche migratorie. Nel dibattito accademico, autori come Jennifer Welsh (Oxford) e Thomas Pogge (Yale) mettono inoltre in guardia contro un uso opportunistico del linguaggio valoriale, spesso impiegato per mascherare inerzia strategica o interessi settoriali.
I critici accusano inoltre Carney di ingenuità storica. L’ordine internazionale basato sulle regole non era soltanto una “finzione utile”, ma una costruzione imperfetta sorretta da un equilibrio di potenza concreto, la Pax Americana. Carney sostiene che “il potere dei forti non è soggetto a vincoli” e propone nuovi vincoli tra Stati medi: ma chi li farebbe rispettare? Carney auspica che le potenze medie difendano insieme il diritto internazionale. Tuttavia, quando Russia e Cina violano la sovranità (Crimea, Mar Cinese Meridionale) o quando gli Stati Uniti stessi minacciano di farlo (Groenlandia), come potrebbero paesi di medio calibro impedirlo? Le Nazioni Unite restano paralizzate dal veto delle grandi potenze. Un gruppo parallelo avrebbe forse voce morale, ma non forza militare o economica sufficiente a imporre costi reali alle superpotenze. Anzi, questa iniziativa potrebbe provocare reazioni punitive. Scott Bessent, segretario al Tesoro USA, ha accusato Carney di virtue signalling e ha suggerito che la rinegoziazione del NAFTA (CUSMA) potrebbe essere usata da Washington per ricondurre Ottawa all’obbedienza. Sul fronte opposto, la Cina di Xi Jinping vede con sospetto una coalizione di medie potenze prevalentemente liberaldemocratiche, interpretandola come un tentativo di contenimento.
Il rischio, secondo i detrattori, è che la “terza via” si trasformi in una nuova logica di blocchi. Come osservano alcuni commentatori, “se parliamo di terza via, finiremo per ottenere la vecchia logica dei blocchi”. Non a caso, il quotidiano francese “La Presse” ha definito il discorso un “Requiem per la Pax Americana”, suggerendo che Carney ratifichi un contesto di anomia globale senza offrire strumenti reali per governarlo.
Per i critici, dunque, la “svolta Carney” potrebbe rivelarsi velleitaria e perfino dannosa. Velleitaria perché immagina una solidarietà tra potenze medie che esiste più sulla carta che nella realtà e sopravvaluta la loro capacità di incidere. Come nota l’ex ministro canadese Pierre Pettigrew, “il mondo è ancora deciso a Washington e Pechino, nel bene e nel male”. Dannosa perché rischia di frammentare ulteriormente l’Occidente: un fronte transatlantico spaccato (USA da una parte, UE-Canada dall’altra) risulterebbe complessivamente più debole di fronte alle sfide globali poste da Russia e Cina, oltre che dall’isolazionismo trumpiano. Anche l’Europa resta divisa: Macron e Scholz applaudono, ma Polonia e Paesi baltici guardano con preoccupazione a una retorica anti-USA, convinti che “se gli USA se ne vanno, restiamo soli contro Russia e Iran”. Il rischio finale è riassunto dall’economista Tyler Cowen: “Carney avrà difficoltà a far seguire i fatti alla retorica. Parlare è facile, governare un Canada senza il sostegno americano lo è molto meno”.

Nina Celli, 29 gennaio 2026

 
05

Autonomia strategica e resilienza: il Canada (e gli altri paesi) più sicuri senza dipendenze eccessive

FAVOREVOLE

L’intervento di Carney a Davos è stato apprezzato anche perché ha proposto un’alternativa allo scontro bipolare tra Stati Uniti e Cina: un ordine multilaterale costruito da Paesi medi che condividono principi comuni. L’idea di “coalizioni di volenterosi” che promuovano beni pubblici globali ha ricevuto eco in diversi circoli diplomatici e think tank.
Carney ha mostrato leadership morale: ha detto basta al “doppio standard” dei potenti, rivendicando per i Paesi medi un ruolo da protagonisti nel difendere principi universali. Ha ricordato che “il potere dei meno potenti comincia dall’onestà”, citando Václav Havel. Questo richiama il Canada al suo tradizionale ruolo di peacekeeper e difensore del multilateralismo – un ruolo che con Carney si rinnova in chiave moderna e non ingenua. Anche importanti commentatori hanno salutato la svolta: la politologa Chantal Hébert l’ha definito “il discorso più magistrale mai udito da un nostro premier”, paragonandolo ai discorsi visionari dei grandi statisti del passato. Persino esponenti conservatori come l’ex ministro James Moore hanno invitato, al di là delle divisioni di partito, a “posare le spade” e ad ascoltare il messaggio di Carney, di cui essere orgogliosi. Ciò suggerisce che Carney ha saputo unire il Paese attorno a un ritrovato senso di dignità sovrana – segnale essenziale per dare forza alle iniziative diplomatiche.
I sostenitori di questa visione rispondono all’accusa di utopia: l’alleanza tra potenze medie non è un blocco monolitico stile Guerra Fredda, ma una rete flessibile di cooperazione pragmatica. Non si richiede a Canada, UE, Giappone, India di essere d’accordo su tutto o di sfidare militarmente le superpotenze; piuttosto di “scegliere di volta in volta partner e temi su base di valori comuni”, costruendo un mosaico di resistenza alla legge del più forte. Questo “minilateralismo” modulare è già in atto: ad esempio l’Unione Europea e il Giappone hanno concluso accordi commerciali con sconti tariffari reciproci riducendo la dipendenza dagli USA; Paesi medi innovativi come la Finlandia o i Paesi Bassi guidano coalizioni su cyber-sicurezza o tribunali internazionali (iniziative che gli USA di Trump boicottano). Carney stesso ha menzionato la possibilità di “carbon clubs” climatici: club di Paesi disposti a tagliare emissioni insieme, penalizzando chi resta fuori – un’idea che aveva promosso prima da banchiere centrale e ora ritrova spazio in questa nuova dimensione. È un esempio di come questi cluster di medie potenze possano portare avanti cause globali anche senza la superpotenza recalcitrante.
Secondo i sostenitori, il discorso di Carney segna l’inizio di un riequilibrio storico: non più il “gendarme” unico che detta legge, ma un concerto di nazioni responsabili che scelgono di non essere più pedine. È il recupero del vero multilateralismo inclusivo – quello immaginato dopo il 1945 – aggiornato al XXI secolo multipolare. Così come Churchill nel 1940 disse “sangue, fatica e lacrime” risvegliando la volontà britannica di resistere, e St. Laurent nel 1947 tracciò la via del Canada nell’ONU e NATO, Carney nel 2026 ha suonato la sveglia per una generazione di Paesi medi: questi, uniti, onesti e determinati, possono ancora plasmare un ordine mondiale cooperativo, impedendo che il XXI secolo degeneri in legge della giungla.
Richard Haass, ex presidente del Council on Foreign Relations, ha osservato che “l’architettura globale deve adattarsi alla fine della supremazia americana”, e che “i Paesi medi possono co-disegnare le nuove regole”.
Secondo il rapporto di Brookings Institution, Middle Powers and Global Commons, il Canada potrebbe fungere da “paese cerniera” tra democrazie occidentali e attori emergenti non allineati. Questo approccio permetterebbe anche di ridurre la polarizzazione e promuovere riforme delle istituzioni multilaterali (OMC, FMI, OMS) oggi percepite come bloccate.
L’enfasi sulla “solidarietà sovrana” – un’espressione usata nel discorso – ha riscosso attenzione anche nei contesti del Sud globale, dove la proposta di ordine basato su ascolto e rispetto reciproco è stata meglio accolta rispetto alle dinamiche coercitive delle superpotenze.

Nina Celli, 29 gennaio 2026

 
06

Il discorso è strategia di branding politico più che visione globale

CONTRARIO

Un’ulteriore linea critica interpreta il discorso di Mark Carney non tanto come una proposta realmente trasformativa, quanto come un’operazione di branding politico, rivolta sia al pubblico interno sia alla platea internazionale. In questa lettura, Davos avrebbe offerto a Carney una piattaforma ideale per posizionarsi come leader globale in un momento segnato da fragilità domestica e frammentazione parlamentare.
Alcuni detrattori interni accusano Carney di mancanza di umiltà e di ipocrisia. L’ex leader conservatore Erin O’Toole, pur applaudendo l’intervento, sottolinea che “il Canada non era tra i primi a svegliarsi”, come Carney ha sostenuto, “bensì uno degli ultimi”. Secondo O’Toole, negli ultimi dieci anni i governi liberali – di Trudeau e ora Carney – hanno predicato bene ma razzolato male: investimenti in difesa insufficienti e un’eccessiva enfasi su politiche simboliche, come il commercio progressista o la diplomazia femminista, mentre trascuravano minacce reali già evidenti (Russia in Ucraina dal 2014, crescente assertività cinese in Artico e Africa, protezionismo americano). Carney, che di quei governi è stato un influente consigliere, oggi suonerebbe l’allarme su problemi che l’élite liberal ha ignorato per anni. O’Toole osserva infatti: “Troppi leader – incluso Carney – erano concentrati su cause progressive aspirazionali, ignorando i rischi geopolitici imminenti”. Ne deriverebbe una “rapidissima correzione di rotta”, che però rischia di rimanere soprattutto retorica.
Un punto centrale della critica riguarda il divario tra la portata epica del discorso e l’assenza di un’agenda concreta di costi e sacrifici. Il Canada continua a spendere circa l’1,3% del PIL in difesa, ben al di sotto del 2% richiesto dalla NATO, e resta militarmente impreparato. Come nota il “National Post”, “Carney non ha nemmeno accennato alla necessità per il Canada di aumentare la propria capacità militare: chi difenderà questa coalizione di medie potenze?”. Finora la sicurezza canadese è stata garantita soprattutto dall’ombrello statunitense. Se Carney vuole davvero “togliere il cartello e dire la verità”, dovrebbe anche dire ai canadesi che serviranno investimenti molto più pesanti, truppe all’estero, industria bellica potenziata e misure impopolari. Sorvolare su questi aspetti, secondo i critici, significa vendere un sogno a basso costo senza preparare il Paese alle conseguenze reali.
C’è poi chi sostiene che il discorso affronti solo i sintomi del disordine internazionale, senza toccarne le cause profonde. Andrea Barolini, su “Valori”, osserva che Carney non menziona la radice economica e culturale dell’aggressività degli Stati: “il nostro modello di sviluppo predatorio, basato sull’ottenere il massimo per sé a scapito degli altri”. Finché domina questa logica – intrinseca al capitalismo globale – grandi e medie potenze continueranno a perseguire vantaggi egoistici, regole o non regole.
In questa prospettiva, la responsabilità non è solo di Trump o Xi, ma di un sistema che premia la competizione spietata. Carney, da ex banchiere, evita questa critica strutturale e costruisce invece una narrazione nostalgica di valori e integrità, senza riconoscere che anche le potenze medie hanno sfruttato l’ordine internazionale per tornaconto. Il Canada stesso ha beneficiato per decenni del sistema dominato dagli USA, facendo raramente obiezioni quando Washington infrangeva le regole se tornava utile (Iraq 2003, colpi di Stato tollerati). Ora che quell’ordine vacilla, Carney salirebbe sul pulpito morale con toni che alcuni giudicano opportunistici.
Secondo Susan Delacourt, su “Toronto Star”, il tempismo del discorso coincide con un calo nei sondaggi e con crescenti tensioni economiche e sociali. Il registro epico e morale servirebbe dunque soprattutto a rafforzare l’immagine internazionale del Canada e del suo primo ministro, più che a offrire una reale proposta strategica. Anche Yves-François Blanchet, leader del Bloc Québécois, ha criticato l’intervento in Parlamento, definendolo “uno spettacolo diplomatico utile a ottenere legittimità all’estero, ma scollegato dai problemi dei canadesi”. Una valutazione simile emerge dal think tank Macdonald-Laurier Institute, secondo cui “la diplomazia valoriale è diventata una formula retorica di soft power, priva di capacità negoziale reale”.
I critici notano, dunque, che la ricezione internazionale del discorso non è stata uniforme: alcuni Paesi hanno ignorato del tutto l’intervento, mentre i principali partner del G7 non hanno emesso reazioni ufficiali. Questo alimenta il sospetto che l’eco mediatica sia stata maggiore della reale incidenza diplomatica. Secondo questa linea critica, la retorica di Carney servirebbe più a costruire una narrazione di leadership morale e prestigio personale che a incidere realmente sulle strutture di potere esistenti o a trasformare l’ordine globale.

Nina Celli, 29 gennaio 2026

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