L'UE sta difendendo la Groenlandia dalle mire di Trump?
FAVOREVOLE O CONTRARIO?
Nel 2019 l’allora presidente USA Donald Trump scatenò sorpresa e tensioni internazionali annunciando l’interesse ad acquistare la Groenlandia, un territorio autonomo danese nell’Artico. L’idea fu respinta sdegnosamente da Copenaghen e dallo stesso governo groenlandese, affermando che “la Groenlandia appartiene al suo popolo” e non è in vendita. La questione sembrò rientrare, ma rivelò la crescente importanza strategica della Groenlandia: un’isola grande quanto l’Europa occidentale, ricchissima di risorse minerarie (tra cui terre rare fondamentali per le tecnologie verdi e digitali) e posizionata in modo chiave sulle nuove rotte artiche rese accessibili dal cambiamento climatico. Per gli Stati Uniti la Groenlandia è cruciale anche dal punto di vista militare, ospitando dal 1951 la base aerea di Thule, parte del sistema di difesa missilistico USA. Non a caso Washington vi mantenne presenza militare per tutta la Guerra Fredda e già in passato tentò di ottenerne la sovranità (celebre l’offerta da 100 milioni di dollari avanzata dal presidente Truman nel 1946).
IL DIBATTITO IN 2 MINUTI:
UE: dichiarazioni congiunte ribadiscono che la Groenlandia “non è in vendita” e appartiene ai groenlandesi, con pieno sostegno di molti alleati.
L’UE non passa ai fatti: nessuna sanzione né deterrente concreto. Dopo anni di proclami sui confini inviolabili, di fronte a Trump Bruxelles appare silente e remissiva.
L’Unione invoca sovranità e integrità territoriale come linee rosse: l’UE difende i trattati e chiede rispetto delle regole ONU.
L’Europa ha bisogno di Washington e non può permettersi scontri frontali. Impossibile sfidare davvero Trump senza compromettere interessi vitali europei.
Danimarca e partner UE rafforzano la sicurezza artica: più investimenti militari, esercitazioni NATO, un ufficio UE a Nuuk. L’Europa protegge i propri interessi.
L’UE non ha un esercito unificato per opporsi agli USA: qualsiasi intervento di forza verrebbe subìto.
I governi europei coordinano piani d’emergenza e coinvolgono attori esterni per fare muro. Si privilegia il dialogo per disinnescare la crisi.
L’UE non ha strumenti per impedire a Groenlandia di scegliere gli USA se lo volesse, venendo così scavalcata diplomaticamente.
L’UE evita rotture con Washington: offre cooperazione nella difesa artica all’interno della NATO, ricordando che Stati Uniti ed Europa sono alleati.
Il timore di spaccare la NATO fa prevalere la prudenza su azioni risolute. Questa mancanza di piena coesione indebolisce la capacità di deterrenza europea.
L’Europa difende la sovranità groenlandese nel rispetto del diritto internazionale
L’Unione Europea ha reagito in maniera coesa e vigorosa alle rinnovate pretese di Trump, riaffermando con forza la sovranità della Groenlandia. Mai come ora i principali Paesi europei (affiancati da partner NATO come Canada e Norvegia) si sono esposti così chiaramente: “La Groenlandia appartiene al suo popolo”, recita la dichiarazione congiunta firmata da Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna, Danimarca e Regno Unito. Questo principio – poi sostenuto anche da Olanda e Canada – sancisce che nessuna decisione sul futuro dell’isola può avvenire senza il consenso dei groenlandesi e dei danesi, negando in radice la pretesa americana di decidere unilateralmente L’UE ha posto la vicenda su un piano del diritto internazionale: come ricordato dal presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa, Bruxelles “non accetterà violazioni del diritto internazionale – in Groenlandia come altrove”. Questo richiama gli USA al rispetto delle regole condivise (Carta ONU e trattati NATO) e isola moralmente qualsiasi azione di forza. Inoltre, l’UE ha espresso solidarietà totale a Danimarca e Groenlandia: “hanno il pieno supporto dell’Unione”, ha garantito Costa. Anche la Commissione UE si è allineata, ribadendo che continuerà a difendere i principi di sovranità e integrità territoriale sanciti dall’ONU, ed esprimendo “piena solidarietà” a Copenhagen e Nuuk. Questa unità di intenti europea rappresenta un segnale politico fortissimo. Paesi spesso divisi su altri temi hanno parlato con una voce sola per tutelare un proprio territorio: l’isola artica, pur fuori dall’UE, è parte del Regno di Danimarca e rientra dunque nella famiglia europea. La Danimarca ha percepito concretamente questo sostegno: “L’Europa è tutta con noi sulla Groenlandia”, ha dichiarato il premier polacco Tusk, sottolineando che nessun membro NATO accetterebbe mai l’aggressione di un altro membro. Persino il Regno Unito post-Brexit si è unito al fronte comune: il premier Keir Starmer ha telefonato direttamente a Trump per chiarire che Londra “sta con la Danimarca” nella difesa della Groenlandia. L’importanza di questa posizione europea è stata riconosciuta dalle stesse autorità locali groenlandesi: Nielsen ha ringraziato gli alleati per un supporto “inequivocabile” in un momento in cui “vengono sfidati principi fondamentali”. In sostanza, l’UE ha tracciato una linea invalicabile: come per l’Ucraina di fronte alla Russia, anche nel caso groenlandese vige la regola che i confini e le alleanze non si cambiano con la forza. Questa determinazione compatta delegittima sul nascere l’idea di un’annessione: qualsiasi mossa unilaterale statunitense verrebbe immediatamente bollata come atto illegale dall’intera comunità europea e oltre. Dal punto di vista diplomatico, l’Europa sta quindi “mettendo in sicurezza” la Groenlandia sul piano giuridico e politico, creando attorno ad essa un cordone di riconoscimento internazionale. La strategia UE sfrutta il suo “potere normativo”: costringere Trump a confrontarsi con il fatto che violare la sovranità di un territorio europeo significherebbe violare apertamente il Diritto internazionale, con conseguenze imprevedibili sui rapporti USA-Occidente. Già ora la ferma postura europea ha avuto effetto: Trump e i suoi collaboratori si sono affrettati a dichiarare (almeno a parole) di “preferire metodi diplomatici” per raggiungere i propri scopi, segno che la pressione morale e politica esercitata dall’UE funziona da freno.
L’azione dell’Europa, quindi, unita su princìpi chiave e solidale con Copenaghen, fornisce alla Groenlandia un “ombrello” diplomatico-legale, ribadendo a livello globale l’illegittimità di qualsiasi pretesa di annessione. Questa compattezza euro-atlantica sui valori potrebbe dissuadere Washington dal compiere passi azzardati, perché significherebbe isolarsi dallo stesso blocco occidentale di cui è guida. L’UE sta quindi difendendo attivamente la Groenlandia, non con i muscoli (che nessuno auspica utilizzare tra alleati), ma con la forza del Diritto e dell’unità politica.
Madeleine Maresca, 9 gennaio 2026
La reazione europea è solo simbolica e a doppio standard
Nonostante le dichiarazioni di principio, l’Unione Europea è accusata di rispondere a Trump in modo debole e incoerente, soprattutto se paragonato alla fermezza mostrata verso altre violazioni territoriali (come l’annessione russa della Crimea o l’invasione dell’Ucraina). La critica principale è che l’UE si sta limitando a parole solenni, senza azioni concrete, rivelando un doppio standard dettato dall’inerzia e dalla soggezione verso Washington. In questi anni l’Europa ha spesso ribadito che “nel XXI secolo i confini non si cambiano con la forza” e ha reagito vigorosamente quando la Russia lo ha fatto in Ucraina: ha imposto dure sanzioni economiche, armato la resistenza ucraina e isolato diplomaticamente Mosca. Ma di fronte alla minaccia analoga proveniente dagli Stati Uniti – un alleato che parla apertamente di “prendersi” un territorio europeo – Bruxelles non ha adottato misure paragonabili, risultando oggettivamente remissiva. Ciò evidenzia una contraddizione: i valori di sovranità e inviolabilità dei confini proclamati come “sacri” sembrano valere “solo quando ci fa comodo”. Al 7 gennaio 2026, l’UE non ha preso alcuna iniziativa tangibile contro le minacce di Trump: nessuna sanzione, nemmeno simbolica, è stata ventilata contro funzionari USA (benché l’UE avesse sanzionato funzionari russi per molto meno). Non si è nemmeno ipotizzato di ricorrere a sedi legali (ad esempio denunciare gli USA all’ONU per ingerenza): “non c’è stato nemmeno un Borrell che alza la voce”, nota polemicamente “Il Fatto Quotidiano”, riferendosi all’Alto Rappresentante UE che in altri casi aveva tuonato sull’“anima dell’Europa”. L’UE non ha fornito alcun aiuto militare o di sicurezza concreto alla Groenlandia: a parte la Danimarca (che agisce per conto proprio), nessun altro Paese UE ha inviato assetti aggiuntivi permanenti in zona. Mentre per Kiev l’Europa ha mobilitato ingenti forniture di armi e mezzi, per Nuuk non si è visto nulla di paragonabile. Certo, la situazione è diversa (la Groenlandia non è in guerra al momento), ma chi critica sottolinea che, se davvero l’UE prendesse sul serio le minacce di Trump, avrebbe potuto almeno iniziare a predisporre misure di deterrenza: ad esempio, inviare in via preventiva qualche nave di pattugliamento europea nelle acque groenlandesi (magari una fregata francese o britannica in esercitazione prolungata). Un diplomatico europeo, citato da “Le Monde”, suggerisce proprio questo: “Trump continua a dire che l’isola è circondata da navi russe e cinesi (falso); rispondiamo noi inviando pattuglie europee di sorveglianza. Lui fa propaganda muscolare, facciamola anche noi”. Ma finora nulla del genere è avvenuto: nessuna presenza navale UE si è palesata attorno alla Groenlandia, lasciando i danesi da soli a pattugliare con risorse limitate. Dal punto di vista comunicativo, poi, l’UE non ha saputo generare un impatto paragonabile a quello ottenuto in difesa dell’Ucraina. “L’Europa tace” titolano alcuni media indipendenti italiani: in effetti la condanna europea verso le parole di Trump è stata percepita come tiepida. Nessun leader UE (eccetto forse Frederiksen, direttamente coinvolta) ha attaccato frontalmente Trump per nome; Ursula von der Leyen e Charles Michel non hanno twittato indignazione come fatto contro la Russia. Le dichiarazioni sono rimaste generiche, come evidenziato persino dalla stampa atlantista: “Le capitali hanno reagito in modo cauto… ci si guarda bene dall’ipotizzare analogie con il Venezuela”, con tweet ufficiali concentrati su altro. Questo silenzio assordante e diplomatico stride con la gravità della minaccia: appare come acquiescenza, quasi che l’UE avesse paura di chiamare Trump per quello che sta facendo (ovvero minacciare di invadere un territorio non suo). Commentatori come Valendino parlano apertamente di “politica di genuflessione”: l’Europa in pratica “si inginocchia” di fronte all’alleato forte, tollerando da lui cose che non tollera da altri. Questa percezione di sudditanza indebolisce di fatto la posizione europea: se Trump nota che l’UE reagisce solo a parole e non è disposta ad alzare la voce davvero, potrebbe essere incoraggiato a spingere oltre. Del resto, quando ha inviato truppe in Venezuela – un atto ben più grave per la legalità internazionale – l’UE ha emesso sì condanne verbali, ma piuttosto confuse e tardive: “ci sono voluti quasi due giorni per un testo, e come al solito l’Ungheria non l’ha firmato”. Anche sulla Groenlandia, l’UE ha fatto fatica a partorire un documento: da fonti stampa si è saputo che il comunicato congiunto è stato il frutto di molti compromessi e revisioni (Meloni, considerata vicina a Trump, ha preteso di “limare ogni passaggio” per evitare strappi con gli USA). Dunque, il risultato è un testo volutamente annacquato, che di fatto non cita mai il responsabile (Trump) né minaccia alcuna conseguenza concreta. L’assenza di spine nel messaggio UE – per quanto politicamente comprensibile – lo rende in definitiva poco incisivo: Trump “se ne fa beffe”, come confida una fonte al “Le Monde”, “non è una reazione sufficiente”. Prova ne è che, pochi giorni dopo la condanna europea, Trump ha continuato imperterrito a ribadire le sue mire (durante un comizio sull’Air Force One) dicendo che “ci penserà tra qualche settimana”. Ciò suggerisce che le sole parole UE non lo hanno affatto dissuaso. L’assenza di misure punitive alimenta poi l’accusa di ipocrisia: viene percepito che “con Putin siamo coraggiosi, con Trump siamo servili”. Questa percezione può danneggiare la credibilità europea nel lungo termine, perché evidenzia un approccio opportunista ai valori: puniamo il “cattivo” isolato (Russia) ma chiudiamo un occhio se il bullo è il nostro protettore USA. I critici evidenziano proprio questo “doppio binario” che porta l’UE a un doppio standard: “se la supremazia americana nell’emisfero è legittima, allora a rigor di logica lo sarebbe anche quella russa nello spazio ex-sovietico”, scrive provocatoriamente Valendino. Se l’UE di fronte a Trump fa poco o nulla, con quale faccia potrà mantenere in futuro la linea dura contro altre potenze revisioniste? Rischia di perdere l’autorità morale acquisita. Dunque, l’UE non sta realmente difendendo la Groenlandia, ma sta cercando di salvare la faccia con dichiarazioni generiche, sperando che la tempesta passi. Questa risposta essenzialmente simbolica viene giudicata inefficace. Senza un costo tangibile imposto all’America per queste minacce (ad esempio blocco di qualche cooperazione, rinvio di vertici, pressione economica), Trump non ha incentivi a fermarsi. Dunque, la Groenlandia resta esposta: le belle parole UE potrebbero rivelarsi “carta straccia” se domani Trump decidesse di agire davvero.
Madeleine Maresca, 9 gennaio 2026
C’è un maggiore impegno militare europeo a protezione dell’Artico
L’Unione Europea e i suoi Stati membri non si sono limitati alle parole: hanno anche aumentato la presenza e le capacità militari nel teatro artico, inviando a Washington il segnale che la Groenlandia non è affatto “indifesa” o priva di attenzione alleata. Negli ultimi mesi si è assistito a un rafforzamento concreto della difesa della Groenlandia. La Danimarca – responsabile della sicurezza dell’isola – ha annunciato un massiccio piano di investimenti per 42 miliardi di corone (circa 6,5 miliardi di dollari) dedicati alla sorveglianza e infrastrutture militari nell’Artico. Questo stanziamento straordinario, varato nel 2025, risponde proprio alle critiche di Trump sulla presunta inerzia danese: “Non condividiamo l’idea che la Groenlandia sia sguarnita”, ha affermato il ministro degli esteri Lars Løkke Rasmussen, ricordando agli USA che sono “benvenuti a investire di più” in modo cooperativo, ma che i danesi stanno già facendo la loro parte. Parallelamente, il governo di Copenhagen ha deciso di rafforzare la presenza militare nazionale sull’isola: “Aumenteremo la presenza in Groenlandia”, ha dichiarato il ministro della Difesa Troels Lund Poulsen, annunciando anche più esercitazioni NATO nell’area. Significativamente, il 17 settembre 2025 centinaia di soldati di vari Paesi europei membri della NATO (tra cui Francia, Germania, Norvegia, Svezia) si sono addestrati insieme alle forze danesi proprio in Groenlandia, simulando operazioni di difesa artica. È stata la prima esercitazione multinazionale di tale portata sul suolo groenlandese: una dimostrazione di unità e prontezza che smentisce la narrativa di un’Europa militare assente. Anche Paesi non direttamente coinvolti hanno partecipato: era presente un contingente del Regno Unito, a conferma che la sicurezza dell’Artico interessa tutta la NATO e non solo la Danimarca. In aggiunta, sul versante tecnologico l’Europa sta investendo per garantire infrastrutture critiche in Groenlandia: ad esempio, progetti satellitari e di comunicazione per ridurre la dipendenza da asset americani o norvegesi e rendere l’isola più resiliente. L’apertura nel marzo 2024 di un Ufficio dell’Unione Europea a Nuuk, la capitale groenlandese, è un segnale politico di presenza: per la prima volta l’Europa ha stabilito una rappresentanza diplomatica permanente sul territorio groenlandese, con l’obiettivo di coordinare investimenti e cooperazione sul campo. Questo ufficio – inaugurato dalla presidente Ursula von der Leyen – simboleggia che la Groenlandia è al centro della strategia artica UE e non sarà lasciata in balia di offerte altrui. Tutte queste misure contribuiscono a creare un ambiente in cui un eventuale tentativo americano di “colmare i vuoti” risulterebbe ingiustificato. La narrativa di Trump dipingeva la Groenlandia come trascurata dall’Europa e facile preda per Russia o Cina (Trump ha affermato esageratamente che “l’isola è piena di navi russe e cinesi ovunque”). Al contrario, grazie agli sforzi recenti, l’isola è tutt’altro che scoperta: aerei e navi alleate pattugliano i cieli e i mari artici, sensori e radar (in parte forniti dagli USA ma gestiti con la Danimarca) monitorano lo spazio aereo e l’arrivo periodico di truppe europee per esercitazioni segnala chiaramente che il territorio è presidiato. Inoltre, la Groenlandia stessa sta aumentando le proprie capacità di difesa civile e militare in sinergia con Copenhagen, beneficiando di fondi e formazione: tutto ciò rende meno credibile l’argomento di Washington secondo cui “la Danimarca non riesce a occuparsene”. Anzi, gli europei hanno mostrato di saper reagire rapidamente: a pochi giorni dalle minacce USA, caccia norvegesi e danesi hanno intensificato i voli di sorveglianza attorno all’isola e la NATO ha inserito formalmente la sicurezza artica nell’agenda prioritaria. Il documento dei leader UE sottolinea proprio che “gli alleati europei stanno intensificando gli sforzi” e “abbiamo aumentato la nostra presenza, attività e investimenti per garantire la sicurezza dell’Artico e scoraggiare gli avversari”. Ciò significa che l’Europa non è più spettatrice passiva in Artico: dispone di assetti (aerei da ricognizione, unità navali rompighiaccio, forze speciali da clima estremo) che può schierare per prevenire interferenze non richieste. Questa credibilità militare, pur limitata rispetto alla potenza USA, gioca un ruolo di dissuasione implicita: rende chiaro che qualsiasi intervento unilaterale incontrerebbe comunque una reazione sul terreno, complicando i piani di un’azione lampo. In definitiva, l’UE sta difendendo la Groenlandia anche sul piano operativo e strategico, costruendo passo dopo passo una presenza che tutela gli interessi europei (dalle rotte artiche alla prevenzione di incursioni russe o cinesi) e al tempo stesso rafforza la posizione negoziale verso Washington. Se l’isola è ben presidiata dagli alleati europei, infatti, diventa meno urgente e “giustificabile” per gli americani rivendicarne il controllo esclusivo. L’evoluzione in corso, con un’Europa più presente militarmente in Groenlandia, rappresenta quindi un baluardo concreto a difesa dello status quo e un messaggio: la Groenlandia non è terra di nessuno, ma è protetta da una comunità di nazioni amiche pronte a intervenire per la sua sicurezza.
Madeleine Maresca, 9 gennaio 2026
La dipendenza dell’UE dagli Stati Uniti genera timore di ritorsioni
La fragilità strutturale dell’Europa di fronte a Trump deriva dalla sua profonda dipendenza strategica dagli Stati Uniti, sia in ambito militare sia economico. Questa dipendenza – messa in luce dalla guerra in Ucraina – rende l’UE riluttante a contrastare davvero Washington, minando la capacità di difendere la Groenlandia in modo credibile. In poche parole, l’Europa non può permettersi di litigare sul serio con l’alleato americano, perché ha bisogno degli USA su troppi fronti. Primo fra tutti, il fronte orientale: dal febbraio 2022 l’UE fa affidamento essenziale sul sostegno USA per fronteggiare l’aggressione russa in Ucraina. Gli Stati Uniti forniscono la maggior parte delle armi avanzate a Kiev e garantiscono deterrenza nucleare e truppe sul fianco est della NATO. Se l’Europa alzasse lo scontro con Trump sulla Groenlandia, rischierebbe di compromettere l’aiuto americano in Ucraina, con conseguenze potenzialmente disastrose. Lo riconoscono gli stessi funzionari UE: “L’Unione ha bisogno dell’aiuto degli Stati Uniti per porre fine alla guerra in Ucraina e garantire la sicurezza di Kiev”, scrive Francesca Basso da Bruxelles. Questa realtà “giustifica in parte le reazioni caute” della Commissione e di molti Stati membri verso le sparate di Trump sulla Groenlandia. In sostanza, l’UE sta tenendo un profilo basso volutamente, per non provocare Trump al punto da spingerlo a ritirare l’appoggio sull’Ucraina o, peggio, a “ricattare” l’Europa. Uno scenario non peregrino: Trump in passato ha mostrato di saper usare leve economiche (dazi) ed energetiche (minaccia di chiudere rubinetti di gas) come armi di pressione sull’UE. Per ora ha continuato la linea di sostegno a Kiev, ma se percepisse l’Europa come “ostile” su un tema per lui prioritario (Groenlandia), potrebbe cambiare atteggiamento. L’UE ne è consapevole: non può irritare Trump oltre un certo limite, perché la sua vendetta colpirebbe duramente gli interessi europei. Lo ha spiegato icasticamente il politologo francese Zaki Laïdi: “Se reagiamo in modo virulento (su Groenlandia), rischiamo la rottura con gli USA… e gli europei oggi non sono pronti a questo. Contano su Trump per l’Ucraina”. Questa frase riassume il dilemma: l’UE non è indipendente militarmente; dunque, la sua “linea rossa” non può essere credibile, perché alla fine – se costretta a scegliere – darà priorità al mantenimento dell’ombrello USA su questioni vitali (difesa continentale, Medio Oriente, intelligence ecc.) rispetto alla Groenlandia. Anche sul piano economico ed energetico, l’Europa è più vulnerabile di quanto vorrebbe: nel 2022-2023 ha dovuto aumentare massicciamente le importazioni di gas naturale liquefatto e petrolio dagli USA per rimpiazzare i fornitori russi. Trump non ha mancato di sottolinearlo, sostenendo che “l’Europa ormai dipende dal nostro gas” e lasciando intendere di poter usare questa leva a suo vantaggio. In uno scenario di crisi diplomatica, un presidente come Trump potrebbe imporre prezzi esorbitanti o vincoli sulle forniture all’Europa, mettendo in difficoltà economia e popolazione (si pensi a un inverno senza gas liquido americano). Sapendo ciò, l’UE evita accuratamente mosse che possano far irritare Trump al punto di “chiudere i rubinetti”. Questa dipendenza incrociata priva l’Europa di un potere contrattuale reale. In altre parole, se la Groenlandia fosse minacciata dalla Russia, l’UE potrebbe reagire con sanzioni e contromisure perché non teme ritorsioni devastanti; ma essendo minacciata dagli USA, l’UE è con le mani legate, perché sono gli USA a proteggere e fornire all’Europa elementi vitali. Ciò indebolisce strutturalmente la difesa europea della Groenlandia: Trump sa che le minacce UE sono in fondo vuote, perché Bruxelles non arriverà mai fino in fondo (a rompere la NATO, per esempio) per la Groenlandia. Carl Bildt, grande conoscitore dei rapporti transatlantici, lo dice brutalmente: “Agli europei piace illudersi che il rapporto con gli USA non sia poi così male, ma la realtà è che Trump dell’Europa non importa nulla”. Se davvero Trump andasse allo strappo, l’UE si troverebbe costretta a subirlo, perché non avrebbe la forza (né la volontà) di sganciarsi dall’alleato. Di fatto, come sostiene l’editorialista di “Valigia Blu”, l’Europa sta “facendo finta di niente” con Trump perché non vuole guardare in faccia il rischio di conflitto con il suo protettore: preferisce “non nominare l’elefante nella stanza” (il tradimento USA) e sperare che non accada. Questa postura pavida in realtà indebolisce la deterrenza: appare chiaro a Washington che l’Europa “blufferà” ma alla fine non reagirà duramente. Di conseguenza, la Groenlandia è meno sicura, perché Trump potrebbe essere tentato di forzare sapendo che l’UE cederà. Un ultimo aspetto di dipendenza è quello politico interno: leader come Giorgia Meloni (Italia) o Viktor Orbán (Ungheria) hanno simpatie o affinità con Trump e il suo campo politico. Ciò incide sulle decisioni UE: Meloni ha preteso di attenuare il tono anti-Trump del documento comune e Orbán spesso blocca dichiarazioni UE troppo critiche verso Washington. Questa “quinta colonna trumpiana” in seno all’UE frena un’azione coesa. Ad esempio, Ursula von der Leyen – che a fine 2024 potrebbe aver aspirato a un ruolo nella NATO sostenuta dai conservatori americani – è stata piuttosto silente sulla vicenda, forse per non inimicarsi Trump e i suoi sostenitori in Europa. Tutto ciò conferma che l’UE non è autonoma e libera di agire: le sue scelte sono condizionate dall’alleato principale. E quando dipendi dal “protettore”, difficilmente puoi impedirgli di fare qualcosa se davvero lo vuole.
La dipendenza strategica europea dagli USA, dunque, rappresenta un punto debole fatale nella difesa della Groenlandia. Per quanti proclami l’UE faccia, alla resa dei conti è percepita (e si percepisce) come incapace di opporsi seriamente a Washington, perché il costo sarebbe troppo alto. Questo sbilanciamento di potere rende la posizione UE scarsamente credibile agli occhi di Trump: come osserva un ex fervente filoamericano come Bildt, “gli europei continuano a illudersi sul rapporto transatlantico… ma il vero Trump visto in questi giorni mostra che per lui democrazia e diritto internazionale non contano nulla”. L’UE spera ancora che Trump “in fondo non farà sul serio con noi”, ma non ha un piano B se invece la sua priorità bassissima per Trump si traducesse in azioni ostili.
Madeleine Maresca, 9 gennaio 2026
L’Ue tutela gli interessi strategici ed economici nell’Artico
Il rinnovato impegno dell’UE sul dossier Groenlandia si spiega anche con la volontà di proteggere rilevanti interessi strategici europei legati all’isola. La Groenlandia, infatti, non è solo un simbolo territoriale: rappresenta un asset fondamentale sotto il profilo geopolitico, minerario ed ecologico. Difendendo la sovranità groenlandese, l’Europa difende implicitamente anche i propri interessi in quelle dimensioni. In primo luogo, la Groenlandia possiede enormi riserve di terre rare e minerali critici, essenziali per le industrie hi-tech, la transizione verde (batterie, turbine eoliche) e la difesa. L’UE, che attualmente importa la maggior parte di queste materie prime dalla Cina, vede nell’isola una potenziale fonte sicura di approvvigionamento. Trump mira proprio a quelle risorse – come evidenziato dal suo ex consigliere per la sicurezza O’Brien, che definì la Groenlandia “un Eldorado di minerali” – e lasciargliene il controllo significherebbe per l’Europa perdere un’occasione di autonomia strategica e subire un potenziale monopolio USA su elementi chiave per l’economia del futuro. La politica europea degli ultimi anni punta invece a garantire accesso a queste risorse in modo etico e sostenibile: Bruxelles ha finanziato progetti minerari in Groenlandia e cooperazioni scientifiche per l’estrazione ecocompatibile, assicurandosi rapporti privilegiati con le autorità locali. Difendere la Groenlandia dalle mire esterne vuol dire per l’UE assicurarsi che quelle risorse restino disponibili ai partner europei e non vengano gestite unilateralmente dagli Stati Uniti o (indirettamente) dalla Cina. Proprio la paura di un eccesso di influenza cinese fu uno dei fattori che spinse Trump, nel 2019, a interessarsi all’isola: c’era il timore che compagnie cinesi ottenessero concessioni minerarie strategiche. Oggi l’UE, rimanendo saldamente al fianco di Nuuk e Copenhagen, aiuta a tenere alla larga attori ostili o non trasparenti (la Cina in primis) e al tempo stesso tutela i propri investimenti pregressi. In secondo luogo, la Groenlandia ha una posizione geografica nevralgica: controlla il passaggio tra Oceano Artico e Atlantico, il cosiddetto GIUK Gap (tra Groenlandia, Islanda e UK). Questo corridoio è cruciale per la sicurezza euro-atlantica perché attraverso di esso transitano – o potrebbero transitare in scenari di crisi – i sottomarini russi diretti nell’Atlantico. Storicamente, durante la Guerra Fredda, il GIUK Gap era pattugliato da NATO e USA per bloccare la flotta sovietica. Oggi la Russia sta potenziando la flotta artica e la cooperazione militare Russia-Cina nell’Artico desta nuove preoccupazioni. Mantenere la Groenlandia saldamente nel campo occidentale è vitale per monitorare queste attività e proteggere l’Europa. Gli Stati Uniti hanno una stazione radar a Thule per l’allerta missilistica e il tracciamento satelliti, integrata nella difesa NATO. Ma quell’infrastruttura serve la sicurezza di tutti: se la Groenlandia divenisse un territorio “continentale” USA o se la gestione passasse completamente a Washington, gli europei rischierebbero di perdere voce in capitolo su un tassello chiave del sistema di sicurezza comune. L’UE difende la Groenlandia anche per difendere se stessa: come sottolineato dal documento dei leader, “la sicurezza dell’Artico è una priorità fondamentale per l’Europa” perché da essa dipende la protezione del versante nord dell’Europa e delle rotte transatlantiche. Inoltre, con il riscaldamento globale, si stanno aprendo nuove rotte marittime polari (il Passaggio a nord-ovest e la Rotta marittima artica) che potrebbero rivoluzionare i commerci tra Europa, Asia e America. La Groenlandia sarà un hub strategico per controllare questi corridoi: l’Europa vuole evitare che una potenza (sia essa USA, Russia o Cina) monopolizzi il controllo delle vie artiche. “C’è una corsa delle grandi potenze per accaparrarsi risorse e rotte artiche”, ricordava un’analisi italiana: ecco perché l’UE ha interesse a mantenere un equilibrio di potere nella regione, frenando qualsiasi mossa egemonica. Sostenendo la Danimarca nella sovranità su Groenlandia, l’Europa preserva un accesso condiviso e un controllo multilaterale su queste rotte emergenti, garantendo la libertà di navigazione e la partecipazione europea al loro sfruttamento commerciale. Un altro elemento da considerare è l’ambiente e il clima: la Groenlandia, con la sua calotta glaciale, è cruciale per gli equilibri climatici e ricca di ecosistemi fragili. L’UE, che ha fatto dell’European Green Deal il suo pilastro, ha tutto l’interesse a evitare uno sfruttamento sconsiderato dell’isola. Tenere la Groenlandia nell’orbita europea significa poter applicare standard ambientali elevati allo sviluppo delle risorse (mentre un eventuale “land grab” sotto Trump potrebbe privilegiare l’estrazione rapida a scapito della sostenibilità).
Difendere la Groenlandia equivale per l’Europa a difendere i propri interessi strategici: risorse critiche, sicurezza marittima, equilibrio militare e lotta al cambiamento climatico. La fermezza dell’UE nel dire no all’annessione e nel restare impegnata sul territorio garantisce che il continente non venga escluso dal futuro artico. Se invece l’Europa lasciasse fare a Trump, si troverebbe con un vicino artico (gli USA) dominus assoluto, uno scenario che ridurrebbe l’influenza europea. Grazie all’azione unitaria attuale, quel rischio viene scongiurato: la Groenlandia resta parte della “famiglia occidentale” in termini condivisi e gli interessi euro-atlantici continuano ad allinearsi invece di divergere. L’UE sta dunque proteggendo non solo un territorio, ma anche il proprio ruolo di stakeholder primario nell’Artico, assicurandosi che nessun alleato agisca da primus inter pares a detrimento degli altri.
Madeleine Maresca, 9 gennaio 2026
Per l’Europa è impossibile attuare una difesa militare reale contro gli Stati Uniti
Anche volendo ipotizzare la massima determinazione europea, la realtà degli equilibri di forza rende inattuabile una difesa effettiva della Groenlandia se Trump decidesse di procedere con un’azione militare o di forza. La disparità di potenziale bellico tra gli Stati Uniti e i Paesi europei (singolarmente o anche insieme) è talmente grande che, in caso di confronto armato, l’UE non avrebbe alcun mezzo per impedire agli USA di prendere il controllo dell’isola. Questo dato di fatto – evidente ma spesso taciuto – indebolisce drasticamente la credibilità della deterrenza europea. La NATO, che normalmente garantisce la protezione incrociata degli alleati, in questa circostanza sarebbe paralizzata o addirittura distrutta. Il Trattato Atlantico (art. 5) prevede che un attacco armato contro uno Stato membro sia considerato un attacco contro tutti, ma non contempla il caso in cui l’aggressore sia esso stesso un membro dell’Alleanza. Se gli Stati Uniti lanciassero un’operazione per occupare la Groenlandia, si verificherebbe un cortocircuito senza precedenti: a chi dovrebbe rivolgersi la Danimarca? Formalmente potrebbe invocare l’art.5, ma i Paesi NATO dovrebbero mettersi d’accordo su come rispondere e gli USA ovviamente porrebbero il veto su qualsiasi azione contro di sé. Analisti citati su “Le Monde” ricordano un precedente significativo: “La NATO non è mai riuscita a risolvere il conflitto tra Turchia e Grecia per Cipro, figuriamoci tra USA e Danimarca”. La conclusione è che la NATO non potrebbe fare nulla: non esiste meccanismo per espellere un membro in tempo reale, né per costringerlo ad arretrare. Di fatto, come ha detto Frederiksen, “se gli Stati Uniti attaccano un altro Paese NATO, allora tutto finisce”, incluse NATO e sicurezza collettiva. Ciò significa che la Groenlandia sarebbe lasciata sola con la Danimarca ad affrontare la superpotenza USA. La forza militare danese nella regione è però minima: appena ~700 soldati (forze di sorveglianza artica Sirius e guardia costiera locale) e 2-3 pattugliatori leggeri. Nessun aereo da combattimento è di base in Groenlandia e la difesa aerea è inesistente (affidata in pratica ai radar USA di Thule). Di fronte a un’operazione americana, la Danimarca non avrebbe alcuna possibilità di resistere. Peter Jakobsen del Royal Danish Defence College lo spiega brutalmente: “Basta che un funzionario USA del consolato a Nuuk pianti la bandiera americana sul portico e proclami la Groenlandia americana. Sarebbe vano immaginare che la Danimarca possa opporre qualsiasi resistenza militare”. In altri termini, gli americani potrebbero prendere possesso dell’isola senza neppure l’impiego massiccio di forze, ma semplicemente aumentando le truppe di stanza (oggi solo 150-200 a Thule) e spostandole in punti chiave. Il trattato del 1951 tra USA e Danimarca non pone tetti rigidi alle truppe USA in Groenlandia; dunque, Trump, operando de jure dentro l’accordo esistente, potrebbe far affluire centinaia di uomini e attrezzature in più, prendere il controllo de facto e poi dichiarare il fatto compiuto. Cosa potrebbero fare militarmente gli europei? Praticamente nulla. Le capacità militari europee autonome in proiezione artica sono molto limitate: solo Francia e Regno Unito avrebbero forze significative da impiegare, ma certamente non le userebbero contro gli americani. L’unica potenza nucleare in Europa (Francia) non prenderebbe in considerazione un’escalation contro gli USA e convenzionalmente il gap è enorme. Anche mettendo insieme tutte le flotte e aerei degli alleati europei, questi non reggerebbero che poche ore contro l’US Air Force e la US Navy, specialmente in uno scenario lontano dalle basi europee e vicino a quelle americane (la costa Est USA e le basi canadesi sarebbero immediati hub logistici per loro). Nessun alleato europeo invierebbe truppe a combattere gli americani: su questo regna un tacito consenso. Un parlamentare finlandese (paese NATO) ha suggerito di discutere in Consiglio NATO se “far capire agli Stati Uniti che non possono disattendere i piani concordati per perseguire ambizioni di potere proprie”, ma è più un auspicio etico: nella pratica, se domattina i Marines sbarcassero a Nuuk, difficilmente vedremmo soldati europei opporre armi. Anzi, con ogni probabilità molti alleati si tirerebbero indietro per non entrare in conflitto aperto con Washington. Gli stessi europei lo ammettono in privato: “Gli alleati guarderebbero ai propri interessi nazionali e si chiederebbero se vogliono combattere contro gli americani; la risposta sarebbe probabilmente no”, dice una fonte citata su “Le Monde”. Questa realtà è notata anche da opinionisti americani: “The Atlantic” scrive che, se gli USA inviassero forze in Groenlandia, “la NATO cesserebbe di esistere nel momento in cui il primo soldato americano mette piede” sull’isola. Dunque, la Groenlandia di fatto non può essere difesa militarmente dall’Europa contro gli Stati Uniti: manca sia la volontà politica (nessuno scatenerebbe una guerra mondiale per essa) sia i mezzi operativi (gli USA sono il garante militare dell’Europa, non viceversa). Questo ragionamento, sebbene brutale, indebolisce la posizione negoziale europea: Trump e i suoi consiglieri lo sanno bene. Stephen Miller, con tipico cinismo, l’ha detto esplicitamente: “Viviamo nel mondo reale, governato dalla forza e dal potere”. “Nessuno combatterà militarmente contro gli Stati Uniti per il futuro della Groenlandia”, ha proclamato sulla “CNN”. Questa frase – per quanto arrogante – riflette un fatto difficilmente confutabile: né Europa né Canada (né tanto meno i vicini nordici) imbraccerebbero le armi contro gli USA. Se a Mosca avranno sorriso, a Bruxelles queste parole hanno gelato molti: costringono a riconoscere che tutto il sistema di sicurezza collettiva europeo si basa sul presupposto che gli USA siano protettori, non aggressori. Se il protettore impazzisce, l’Europa non ha protezione. Le rassicurazioni di circostanza su NATO e articolo 5 suonano perciò vacue: “Greenland falls under NATO Article 5”, ha detto il ministro tedesco Wadephul, ma la domanda resta: e quindi? In uno scenario limite, quell’ombrello di carta si squarcerebbe subito. Per queste ragioni, i critici sostengono che l’Europa in realtà non può fare nulla di concreto per difendere la Groenlandia se non sperare nella diplomazia. Le sue minacce di reazione sono poco credibili, perché tutti sanno che non esiste un esercito europeo in grado di contrastare quello USA. La credibilità di una deterrenza si fonda sulla capacità di infliggere danno all’avversario: qui l’Europa non ne ha. La situazione è quasi paradossale: la sicurezza europea dipende dalla buona volontà della stessa potenza che ora minaccia un suo territorio. Per la Groenlandia, dunque, questa è una garanzia molto fragile. Alcuni osservatori suggeriscono che, se Trump volesse davvero l’isola, potrebbe prendersela in poche ore e l’Europa non avrebbe scelta se non accettare il fatto compiuto (magari con proteste verbali e misure simboliche). Un conflitto armato USA-Europa è impensabile, e Trump lo sa: “lo stato d’animo a Copenaghen è di forte preoccupazione perché il Venezuela dimostra che Trump fa quello che dice”, dice Bildt, “e gli europei fingono di non saperlo”. Questa mancanza di un “piano B” militare in caso di fallimento della diplomazia lascia la Groenlandia potenzialmente indifesa di fronte all’egemonia USA.
Madeleine Maresca, 9 gennaio 2026
C’è un fronte diplomatico compatto e solidarietà internazionale attorno alla Danimarca
L’Unione Europea ha saputo costruire attorno alla vicenda Groenlandia un ampio consenso internazionale, amplificando la pressione su Washington affinché desista da iniziative unilaterali. La questione non è rimasta un affare bilaterale USA-Danimarca: grazie all’attivismo europeo, è diventata un tema discusso da molte cancellerie, facendo emergere un fronte di alleati e partner solidali con l’Europa. Innanzitutto, l’UE ha coinvolto subito gli altri membri della NATO e i Paesi vicini. I ministri degli esteri di Francia, Germania e Polonia si sono riuniti (il 7 gennaio a Parigi) per coordinare un piano di risposta nel caso di un’azione statunitense. Questa “troika” inedita – che include due grandi potenze nucleari europee e un importante Paese dell’Est – indica quanto seriamente l’Europa prenda la minaccia. Contemporaneamente, i ministri degli esteri nordici (Finlandia, Svezia, Norvegia, Islanda, oltre alla Danimarca) hanno diffuso una propria dichiarazione congiunta a sostegno della Groenlandia: hanno rimarcato il diritto dei groenlandesi a decidere del proprio status e hanno offerto di “fare di più per la sicurezza artica in consultazione con USA e altri alleati”. Ciò segnala che anche i Paesi scandinavi fuori dall’UE (Norvegia, Islanda) e la neutrale Finlandia appoggiano le posizioni UE, formando un blocco regionale compatto. Una novità rilevante è l’adesione del Canada al coro pro-Groenlandia: Ottawa, anch’essa partner artico e tradizionale alleato USA, ha appoggiato la dichiarazione europea. Il governo canadese – forse preoccupato da un precedente che un domani potrebbe riguardare l’Artico canadese – ha segnalato che “Greenland belongs to its people” e ha quindi indirettamente avvertito Washington di non forzare la mano. Questa convergenza transatlantica (Europa + Canada) isola la posizione di Trump persino in seno al G7. Inoltre, l’UE ha attivato canali diplomatici diretti con gli Stati Uniti per favorire il dialogo: il ministro danese Lars Løkke Rasmussen ha formalmente richiesto un incontro urgente con il segretario di Stato Marco Rubio insieme a rappresentanti groenlandesi. “È ora di sostituire al match di grida un dialogo sensato” ha scritto Rasmussen, segno che l’Europa vuole abbassare la tensione, chiarendo eventuali fraintendimenti. Rubio ha accettato di incontrare i leader danesi la settimana seguente, mostrando apertura. Nel frattempo, ha compiuto una sorta di tournée diplomatica: ha sentito i suoi omologhi, tra cui il francese Barrot, rassicurandoli che “non si ripeterà in Groenlandia quanto avvenuto in Venezuela”. Queste rassicurazioni – sebbene informali – indicano che il lavoro diplomatico UE sta dando frutti: l’Amministrazione Trump si è sentita costretta a “fare damage control” e a interloquire con gli europei, invece di agire a sorpresa. Un’altra carta diplomatica UE è stata portare il tema nelle sedi multilaterali appropriate. Funzionari e parlamentari europei hanno proposto di sollevare la questione in sede NATO, poiché riguarda la sicurezza dell’Alleanza: il presidente finlandese del Comitato Esteri, Johannes Koskinen, ha chiesto che il Consiglio Atlantico discuta come “riportare gli USA in riga, evitando che inseguano ambizioni di potere a scapito dei piani concordati”. Far entrare la questione Groenlandia nell’agenda NATO significa internalizzare il problema: se ne parlano i 31 alleati insieme, Trump dovrà confrontarsi con l’opinione collettiva (prevedibilmente contraria a dividere l’Alleanza). L’UE ha anche sfruttato la voce di autorevoli esperti e opinione pubblica per rafforzare la sua posizione. Alcuni influenti senatori repubblicani e democratici americani – in sintonia con le preoccupazioni europee – hanno annunciato iniziative legislative per vincolare Trump: il Senato USA potrebbe votare per limitare i fondi destinabili a un tentativo di “sequestro” della Groenlandia. Figure come il leader repubblicano Mitch McConnell hanno condannato apertamente la linea di Trump, definendo “indecenti e catastrofiche” le minacce di usare la forza contro un fedele alleato. Queste prese di posizione interne americane sono state amplificate dalla diplomazia europea: funzionari UE le citano per far capire che anche negli USA c’è resistenza all’idea di Trump e che dunque perseguirla isolerebbe Washington sia internamente che esternamente. Tale argomento rafforza la mano negoziale di Copenhagen: può mostrare che non è l’Europa contro l’America, ma Trump contro il mondo, inclusa parte dell’America. Complessivamente, il fronte pro-Groenlandia costruito dall’UE va oltre i confini dell’Unione: è una coalizione di democrazie che comprende NATO, partner occidentali e persino figure statunitensi influenti. Questa rete diplomatica rende molto meno praticabile qualsiasi strappo di Trump. Egli si troverebbe contro non solo la Danimarca, ma ad esempio il Regno Unito (tradizionale alleato USA): Londra ha esplicitamente dichiarato per bocca di Starmer che “solo Danimarca e Groenlandia decidono del futuro dell’isola” e la sua firma in calce alla dichiarazione UE ne è prova tangibile. Avere la “Special Relationship” USA-UK che in questo caso pende dalla parte europea è un duro colpo per Trump. L’UE sta quindi difendendo la Groenlandia creando un isolato diplomatico attorno a Trump: lo scenario per lui è attuare un’annessione con il mondo intero (alleati compresi) schierato contro. Ciò equivale a deterrenza diplomatica. Finché l’Europa manterrà questa solidarietà internazionale e capacità di tessere alleanze, Trump sarà costretto a moderare i toni e a cercare soluzioni negoziali (ad esempio un accordo commerciale speciale) anziché colpi di mano.
Madeleine Maresca, 9 gennaio 2026
La strategia USA aggira l’UE puntando sul popolo groenlandese
L’Unione Europea potrebbe risultare inefficace nel lungo periodo perché la Casa Bianca sta perseguendo una strategia tale da bypassare l’opposizione europea, agendo direttamente sui rapporti bilaterali con Groenlandia e Danimarca. Trump mira a rendere irrilevante il ruolo dell’UE nella vicenda: se riesce a convincere i groenlandesi (o i danesi) con offerte economiche o accordi speciali, l’UE non avrebbe strumenti per impedirlo, dovendo rispettare la volontà sovrana di quegli attori. Già ora, i segnali puntano in questa direzione. Trump ha nominato l’aggressivo Jeff Landry come inviato speciale per la Groenlandia. Landry – governatore repubblicano e sostenitore dell’annessione – ha dichiarato esplicitamente che “il presidente sostiene un Groenlandia indipendente con legami economici e commerciali con gli Stati Uniti”, aggiungendo provocatoriamente che “gli USA hanno più da offrire dell’Europa” ai groenlandesi. Questa frase è chiave: l’Amministrazione Trump sta lanciando il messaggio agli abitanti dell’isola che diventare indipendenti (e orbitare sugli USA) conviene più che restare nell’orbita danese e UE. Si tratta di una tattica di seduzione e divisione: promettere miliardi di investimenti, sviluppo di infrastrutture, posti di lavoro e vantaggi economici diretti in cambio di un allineamento a Washington. E i risultati si vedono: alcuni sondaggi suggeriscono che l’elettorato groenlandese è spaccato quasi a metà sull’interpretazione delle offerte di Trump, con una grossa fetta che le vede come opportunità piuttosto che minaccia. Un rilevamento di gennaio citato dal “Guardian” mostra la popolazione quasi equamente divisa tra chi considera le promesse di investimenti USA un pericolo e chi invece un’occasione. Questo indica che la linea dura europea (solo sovranità, no vendita) non necessariamente coincide con gli interessi percepiti da tutti i groenlandesi. Una parte (specialmente tra i giovani e i filo-indipendentisti) potrebbe essere attratta dalle prospettive di ingenti finanziamenti americani e dall’idea di liberarsi della dipendenza dai sussidi danesi. L’UE su questo fronte è debole, perché storicamente non ha riversato sulla Groenlandia risorse paragonabili a quelle che potrebbe mobilitare Washington. I contributi europei (circa 30-40 milioni di euro/anno in cooperazione) sono utili ma limitati, mentre Trump parla di “investire miliardi” e ha l’apparato economico per farlo (basti pensare a eventuali compagnie minerarie USA pronte a entrare). Insomma, c’è il rischio concreto che il governo groenlandese stesso cambi orientamento, vedendo nell’indipendenza appoggiata dagli USA un affare migliore che restare con la Danimarca e l’Europa. Non a caso, Landry e lo stesso Rubio hanno ipotizzato accordi di libera associazione con una Groenlandia indipendente in stile Marshall Islands: in pratica, un protettorato USA mascherato da stato libero, dove agli USA spetterebbe difesa e basi militari e al nuovo stato ingenti sovvenzioni. Se la Groenlandia, tramite referendum, optasse per l’indipendenza e poi stipulasse un accordo del genere con Washington, l’UE sarebbe tagliata fuori legalmente, perché non potrebbe opporsi alla scelta sovrana di Nuuk (la Carta ONU tutela l’autodeterminazione). Uno scenario del genere scavalcherebbe completamente Bruxelles: la Danimarca ovviamente perderebbe l’isola ma probabilmente incasserebbe una lauta buonuscita (Trump ha detto chiaramente che preferirebbe comprare l’isola dalla Danimarca). A quel punto l’UE non avrebbe alcun titolo per intervenire. Inoltre, Trump sta astutamente sfruttando crepe interne al Regno di Danimarca: i rapporti tra Groenlandia e autorità danesi non sono sempre idilliaci. Da anni il sentimento indipendentista cresce: molti groenlandesi vedono con risentimento i “colonizzatori” danesi, accusati di paternalismo e di aver imposto la propria lingua e cultura. Trump fa leva su queste tensioni: in “The Atlantic” viene riportato il caso di Jørgen Boassen, fervente trumpiano groenlandese, che denuncia i “Danish elites” che non capiscono il popolo e vede Trump come “salvatore”. Boassen sostiene che molti groenlandesi in fondo vorrebbero l’annessione agli USA, ma hanno paura a dirlo pubblicamente per timore di ripercussioni (lui stesso afferma che le autorità danesi avrebbero chiuso la sua pagina Facebook pro-Trump). Vera o no che sia questa visione, indica però che un partito filostatunitense esiste all’interno dell’isola e potrebbe crescere man mano che Trump offre opportunità. L’UE su questo non ha contromisure. Inoltre, anche in Danimarca esiste il timore di scontentare troppo i groenlandesi: la premier Frederiksen ha l’incubo che Nuuk dichiari l’indipendenza (cosa che potrebbe legalmente fare tramite referendum secondo la legge di autogoverno del 2009) e poi negozi da sé con gli americani, tagliando fuori Copenhagen. Per questo la Danimarca sta cercando di “coccolare” di più la Groenlandia con investimenti e devolvendo più competenze, ma Trump può offrire molto di più di quanto potrà mai offrire Copenhagen o Bruxelles. Anche la dichiarazione europea, pur difendendo la sovranità di Danimarca e Groenlandia, afferma “spetta alla Danimarca e alla Groenlandia (e solo a loro) decidere sulle questioni che le riguardano”. Questo significa che, se un domani Danimarca e Groenlandia fossero d’accordo nel cedere l’isola o cambiarne lo status, l’UE dovrebbe accettarlo. La strategia di Trump è questa: aggirare il muro europeo, invece di sfondarlo, cercando di farlo crollare dall’interno cooptando i soggetti che l’UE vuole difendere. Va detto che per ora i groenlandesi ufficialmente restano contrari (l’85% è contro diventare parte degli USA secondo un sondaggio recente). Ma non è garantito che questa opposizione regga se i vantaggi offerti dagli USA diventassero molto allettanti. Molti groenlandesi aspirano comunque all’indipendenza dalla Danimarca (il dibattito è su quando ciò avverrà), e vedere una superpotenza pronta a finanziare l’indipendenza potrebbe convincerne di più. In parallelo, in Danimarca stessa alcuni politici (specie in ambienti populisti) potrebbero pensare che “vendere l’isola” a caro prezzo non sia un’idea così folle, specie se i rapporti con la Groenlandia diventassero onerosi o conflittuali. Già nel 2019 l’ex ambasciatore USA a Copenaghen, Carla Sands, ventilò che “forse la Danimarca dovrebbe riflettere sui benefici di venderla”. L’UE sarebbe spettatrice impotente di simili dinamiche: la sua difesa si riduce dunque a “sperare” che i groenlandesi restino fedeli e che i danesi non cedano.
Madeleine Maresca, 9 gennaio 2026
L’UE vuol preservare l’alleanza transatlantica e far rispettare gli equilibri alleati
L’approccio europeo alla crisi della Groenlandia si distingue per la volontà di preservare l’alleanza transatlantica, trasformando una potenziale frattura in un problema da risolvere insieme agli Stati Uniti e non contro di essi. Questa strategia “conciliativa” – pur difendendo fermamente i principi UE – può essere letta come un altro modo di difendere la Groenlandia: riducendo il rischio di uno scontro frontale, l’UE toglie a Trump la cornice conflittuale in cui potrebbe tentare un’azione unilaterale e lo richiama invece ai doveri di alleato. Nella dichiarazione congiunta dei leader europei, infatti, è notevole il passaggio in cui si afferma: “la sicurezza nell’Artico deve essere garantita collettivamente, in collaborazione con gli alleati NATO, compresi gli Stati Uniti”, nel rispetto dei principi ONU. In altre parole, l’Europa invita gli USA a cooperare sulla Groenlandia invece di litigare per essa. Si riconosce agli Stati Uniti lo status di partner essenziale nell’Artico – “un partner essenziale in questo quadrante” – ma al tempo stesso si fissa la condizione: farlo dentro le regole e le alleanze esistenti. Questo approccio inclusivo ha due benefici. Primo, mantiene aperto il dialogo con Washington e riduce le probabilità che la situazione degeneri. Lo stesso Joe Biden (ancora presidente fino a inizio 2025) aveva sempre incoraggiato soluzioni concordate e multilateralismo: l’UE, proseguendo su quella linea, mette pressione a Trump dall’interno della logica alleata. Un attacco alla Danimarca verrebbe vissuto come tradimento anche da larghi settori americani (Pentagono, Congresso) e l’Europa ha fatto di tutto per sottolineare questo aspetto. Ad esempio, la premier danese Frederiksen ha ricordato pubblicamente che Groenlandia e Danimarca sono membri della NATO così come gli USA, evocando implicitamente l’obbligo di mutua difesa. Il ministro tedesco Wadephul ha aggiunto che Groenlandia rientra de jure nell’ombrello dell’Articolo 5. Sebbene tutti sappiano delle difficoltà in caso di conflitto interno alla NATO, questi richiami vincolano moralmente Washington: un presidente USA dovrebbe riflettere due volte prima di infrangere apertamente il trattato fondativo dell’Alleanza. In secondo luogo, l’approccio europeo di “difendere senza provocare” evita di regalare a Trump pretesti per radicalizzare la sua posizione. L’UE non ha lanciato insulti né ultimatum pubblici a Trump; al contrario, alcuni leader come il britannico Starmer hanno abbassato i toni dicendo “Trump è un alleato affidabile, non una minaccia”. Questa doppia strategia (fermezza di principio + tono conciliante) mira a “salvare la faccia” a Trump e a offrire vie d’uscita diplomatiche. Se l’Europa avesse reagito con eccessiva durezza (minacciando sanzioni agli USA, ad esempio), Trump – che basa molto la sua immagine sulla forza – avrebbe potuto sentirsi messo all’angolo e reagire ancora più aggressivamente. Invece il messaggio UE è: “Siamo amici nella NATO, risolviamola insieme”. Non a caso, il comunicato dei sette leader evita sempre di menzionare Trump o gli Stati Uniti esplicitamente, parlando solo di principi generali. Questa cautela diplomatica, criticata da alcuni come eccesso di prudenza, è in realtà parte della tattica per coinvolgere gli USA nella soluzione piuttosto che trasformarli in un nemico dichiarato. E sembra funzionare: “Il presidente preferisce sempre la diplomazia come prima opzione”, ha dovuto dichiarare pubblicamente la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, confermando che si discute di “un acquisto” e che “tutte le opzioni sono sul tavolo” ma “il primo approccio è quello negoziale”. Sottolineare la via diplomatica è in parte merito del clima creato dagli europei, che hanno indicato di essere pronti a parlare di tutto (purché nel rispetto della sovranità danese). Ad esempio, quando il “Wall Street Journal” ha rivelato che Rubio puntava a comprare l’isola, i leader UE non hanno reagito con sfida ma hanno ribadito l’ovvio (non si può vendere un territorio senza il consenso dei suoi abitanti), tenendo però la porta aperta a discussioni su cooperazione economica speciale. Quest’atteggiamento da “buoni alleati” sta spingendo l’amministrazione Trump a impegnarsi in colloqui invece che passare subito ai fatti: Rubio incontrerà i danesi, Landry (l’inviato speciale USA) ha dichiarato alla “CNBC” che “il presidente non penso la prenderà con la forza” ma vuole “offrire opportunità economiche” e “supporta una Groenlandia indipendente” con stretti legami USA. Queste affermazioni, pur mosse da interessi americani, mostrano un cambio di registro rispetto alle minacce iniziali e aprono a soluzioni politiche, come un eventuale nuovo accordo autonomo tra USA e Groenlandia condiviso con la Danimarca. L’Europa sta quindi difendendo la Groenlandia anche disinnescando il conflitto sul nascere: mantenendo Trump all’interno del perimetro del dialogo alleato, si riduce la probabilità che egli tenti gesti estremi e in ogni caso costruisce la narrazione che “se c’è un problema di sicurezza, lo risolviamo insieme in seno alla NATO”. Ciò rende molto difficile per Trump giustificare internamente un’azione di forza non concordata: come la stessa Frederiksen ha chiosato, “se gli Stati Uniti attaccano un alleato, allora finisce tutto, compresa la NATO”. Un avvertimento tanto grave – “allora la NATO è finita” – ha probabilmente colpito anche ambienti militari USA. Ed è un avvertimento credibile proprio perché l’Europa, diversamente dal 2003 (guerra in Iraq) quando si divise, in questo caso parla unita e con franchezza all’amico americano. L’Unione, quindi, adopera la “minaccia implicita” di conseguenze sull’Alleanza per far capire a Washington che la posta in gioco è ben più ampia di una base in Groenlandia. Finora questa strategia ha tenuto Trump a freno: a differenza del blitz in Venezuela, sull’Artico egli si sta muovendo più lentamente e sta “testando” le reazioni; ogni giorno guadagnato senza un’azione irreversibile è un successo per la diplomazia UE.
Madeleine Maresca, 9 gennaio 2026
Ci sono divisioni interne in Europa e c’è riluttanza a scontrarsi con Washington
Dietro la facciata di unità europea esistono fenditure e posizioni divergenti che minano la forza della risposta UE. Non tutti i Paesi europei, infatti, condividono la stessa linea di durezza verso Trump, e alcuni – per interessi nazionali o affinità politiche – mostrano reticenza o ambiguità. Queste divisioni indeboliscono la capacità dell’UE di fare fronte comune e offrono a Washington la possibilità di “divider et impera”. Un caso lampante è il Regno Unito. Pur avendo firmato la dichiarazione congiunta pro-Groenlandia, Londra subito dopo ha lanciato segnali rassicuranti verso Trump: il portavoce del premier Keir Starmer ha tenuto a dire che “Trump è un alleato affidabile, non una minaccia per l’Europa”, minimizzando la portata delle divergenze. Ha aggiunto che Starmer mantiene “buone relazioni” con Trump grazie alla storica “relazione speciale” USA–UK. Questa presa di posizione stride con il messaggio di fermezza: sembra quasi che Londra voglia smarcarsi da toni troppo ostili e fungere da “ponte” con Washington. Non è sfuggito che, nel comunicato UE, fu proprio il Regno Unito – insieme a Francia e Germania – a promuovere la stesura di un testo moderato e rispettoso del ruolo USA. Ciò riflette interessi nazionali: il Regno Unito post-Brexit non vuole compromettere i legami con Washington (vitali per commercio e sicurezza). Anche la Francia e la Germania, seppur dure a parole, hanno calibrato la reazione: ad esempio hanno evitato qualsiasi riferimento a Maduro/Venezuela nel contesto Groenlandia per non paragonare direttamente Trump a Putin (cosa che lo avrebbe fatto infuriare). Lo stesso documento UE definisce “improprio il paragone con il Venezuela”, quasi a rassicurare gli americani che la UE non li equipara alla Russia. Questa cautela indica che Parigi e Berlino non vogliono chiudere la porta del dialogo con Trump, ma c’è chi nota un eccesso di prudenza che sfocia in indecisione. Ad esempio, l’UE non è riuscita neppure a concordare l’esclusione dell’Ungheria da certe comunicazioni di solidarietà: sulla dichiarazione UE sul Venezuela, Budapest si era sfilata; sulla Groenlandia avrebbe potuto fare altrettanto se il testo fosse suonato anche solo lontanamente come critica frontale a Trump. Il premier ungherese Orbán è stato eloquente nella sua ambiguità: “La questione Groenlandia è semplice: la Danimarca è NATO come gli USA; se emergesse la questione, anche l’Ungheria avrà una posizione”. Una “non-posizione” che sottintende che Budapest non intende esporsi contro Washington, anzi Orbán è noto ammiratore di Trump. Ciò evidenzia una crepa in seno all’UE: alcuni governi euroscettici o di destra sovranista tendono a simpatizzare con Trump più che con la linea UE. Ciò potrebbe frenare reazioni più dure: ad esempio, se si trattasse di imporre sanzioni simboliche agli USA (magari vietare l’ingresso a determinati esponenti estremisti americani in Europa), Paesi come Ungheria o Polonia (in passato vicina a Trump) potrebbero porre il veto. Un altro fattore è l’opinione pubblica e alcuni partiti europei: non c’è unanimità nel dipingere Trump come “nemico”. In Italia, ad esempio, settori del governo attuale erano vicini a Trump; la stessa Meloni, pur firmando il documento, ha ottimi rapporti con i repubblicani USA e certo non gioisce all’idea di un conflitto aperto con l’amministrazione Trump. Questo spiega perché ha voluto controllare parola per parola il comunicato UE. Queste divergenze di sensibilità interne portano a compromessi al ribasso: la dichiarazione congiunta appare robusta, ma all’interno ciascuno l’interpreta a suo modo (c’è chi la vede come ultimatum, chi come generico auspicio). Ciò potrebbe portare, in caso di peggioramento della crisi, a spaccature su come reagire. Ad esempio, se Trump annunciasse un referendum sull’indipendenza della Groenlandia sotto supervisione USA, come reagirebbero i vari Paesi UE? I baltici e i polacchi forse vorrebbero sanzioni; i mediterranei e gli euroscettici forse direbbero di evitare mosse che allontanino Washington. Già ora, la differenza di toni tra un Carl Bildt (che chiede di non illudersi su Trump) e un Orbán (che non condanna affatto Trump) è ampia. Questa mancanza di compattezza totale può essere sfruttata dagli USA. Trump potrebbe ad esempio fare leva sul Regno Unito o altri “anelli deboli”: non è un caso che abbia incluso Londra tra i firmatari di un eventuale accordo per la Groenlandia. Ma come visto, poi Starmer ha mitigato. Ciò indica che in caso di escalation, quell’unità UE potrebbe infrangersi. La NATO stessa vedrebbe spaccature: paesi come Italia o Spagna potrebbero restare neutrali, mentre Canada e Norvegia sarebbero più attivi. Trump conta su queste divisioni: se l’Europa non reagisce compatta, il costo politico per lui cala. Inoltre, finché c’è la percezione che Trump potrebbe punirci sul gas o su altro, alcuni leader (specie dei Paesi più dipendenti dagli USA economicamente, come la Polonia per difesa o paesi importatori di GNL USA come la Spagna) potrebbero frenare misure EU troppo forti. Insomma, Trump può trovare “sponde” in Europa per indebolire la risposta comune. Basti pensare a cosa accadrebbe se in futuro in alcuni grandi paesi UE tornassero governi più filo-Trump (es. un’Italia guidata da Salvini, o una Francia con Le Pen): la linea attuale crollerebbe. In sostanza, la tenuta unitaria europea non è garantita, è frutto di circostanze politiche momentanee. Ciò rende la difesa UE della Groenlandia potenzialmente temporanea e vulnerabile ai cambi di governi e alle elezioni. Trump, abituato a negoziare da posizione di forza, potrebbe semplicemente aspettare che l’attenzione UE cali o che emergano divergenze e poi agire. I diplomatici ammettono che “gli europei non sono pronti a una rottura con gli USA”, il che significa che, se Trump andasse oltre, alcuni Paesi si sfilerebbero per non rompere la NATO. Questo scenario verosimile invalida di fatto la deterrenza.
Madeleine Maresca, 9 gennaio 2026